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Garantire la sepoltura dei bimbi non nati

Una dolorosa questione che risolleva il dibattito sull’aborto a 40 anni dalla legge 194

Parole chiave: Aborto (2), Bambini (9), Famiglia (26)
Garantire la sepoltura dei bimbi non nati

La Chiesa lo insegna. La legge italiana lo prevede. È un atto d’amore garantire sepoltura ai bambini non nati: gesto che permette alle madri e ai padri di confortare il proprio cuore in un momento di grande sofferenza provocato dalla scomparsa di una vita umana.
Sulla questione si deve interrogare la società, in particolare dopo la legge che dal 22 maggio del 1978 smise di considerare l’interruzione volontaria di gravidanza reato perseguibile. Fu una rivoluzione, secondo alcuni, in termini di conquiste per le donne. Si sarebbe rivelata una scelta dalle conseguenze devastanti, secondo altri. In quarant’anni – come di recente ha ricordato il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino – sono stati effettuati 6 milioni di aborti. Così l’Italia ha rinunciato ai propri figli.
A maggior ragione, curare che il concepito mantenga la propria dignità e sia tutelato quando non giunge a nascita, qualunque sia la causa, è fondamentale. Di questo si occupa, tra le varie cose, l’associazione cattolica di fedeli “Difendere la vita con Maria”, che lo scorso 24 maggio, al Centro polifunzionale don Calabria, ha aperto il dibattito sul tema in un incontro patrocinato dall’Ufficio di pastorale della salute della diocesi scaligera. «La onlus agisce laddove c’è, per la sepoltura dei resti del non nato, un vuoto normativo», ha esordito il referente veronese, Paolo Iannetti.
Da avvocato si è soffermato sulle norme: «È chiaro che nel momento del concepimento avviene quel cambiamento fisico che muta la natura di due particelle, rendendole ovulo. Qui il legislatore interviene con una serie di puntualizzazioni che creano confusione: la legge 194 parla di aborto entro i 90 giorni, quella in materia funeraria accenna a settimane». Solo il decreto 195 del presidente della Repubblica delinea dei confini e definisce che i nati morti, convenzionalmente i feti oltre le 28 settimane, vengono iscritti all’anagrafe e seppelliti; dalla ventesima alla ventottesima settimana i permessi per trasporto e sepoltura sono rilasciati dall’unità sanitaria locale; sotto le venti settimane c’è una finestra di ventiquattro ore in cui i genitori possono chiedere di raccogliere i prodotti del concepimento.
«L’associazione ha creato convenzioni a livello nazionale per intervenire dove non sono espresse indicazioni, occupandosi sia di raccolta che di sepoltura, garantendo le esequie con rito religioso e tutto il rispetto dovuto», ha chiarito Iannetti. Operazione utile all’elaborazione del lutto, soprattutto nel caso di interruzione volontaria di gravidanza, poiché le lacerazioni nella donna che ha abortito sono lunghe e dolorose da guarire.
La presenza di un luogo in cui pregare e parlare con il proprio figlio è necessaria per il superamento del trauma. «In alcune Regioni è in progetto di modificare la legge regionale in materia funeraria per rendere agevole quest’azione e informare i genitori sulla possibilità di sepoltura: una modifica in atto, non senza difficoltà, per cui siamo a buon punto».
Sugli aspetti pastorali si è soffermato don Maurizio Gagliardini, presidente dell’associazione ecclesiale che ha dei germogli in riva all’Adige. «Il magistero è stato solare in questi anni sul tema della tutela della vita, ancor più con l’Evangelium Vitae. Tuttavia non ha avuto costantemente una cinghia di trasmissione nella base pastorale. Si tratta in realtà di un’opera grandiosa», ha indicato.
L’enciclica ha vertice assoluto nelle parole di san Giovanni Paolo II: «Ribadisce quanto sia urgente una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico per mettere in atto una strategia a favore della vita».
In tale direzione la onlus offre supporto col progetto “Fede e terapia”: numero verde nazionale (800.969.878) a cui risponde un’équipe di professionisti. Le oltre 6.600 transazioni telefoniche raccolte dal servizio hanno messo in luce un mare di sofferenza inespressa e sconosciuta non solo per quel che riguarda la parte femminile: «Nelle prime settimane di attivazione sono stati molti gli uomini (il 48 per cento) a contattare gli operatori. Ciò che dicono è coinvolgente e commovente, hanno più tabù e non riescono a pronunciare la parola aborto», ha aggiunto don Gagliardini. Queste testimonianze descrivono un mondo in cui la scienza non accetta che l’aborto o l’interruzione volontaria di gravidanza producano danni.
Ha richiamato la pagina del Vangelo della resurrezione di Lazzaro don Giovanni Battista Naletto, direttore dell’ufficio per la pastorale della salute della diocesi, per descrivere le ferite dell’anima. In essa si rintracciano gli ingredienti dell’elaborazione del lutto: «Il pianto, le dimensioni dell’amore e della rabbia, il cordoglio e il farsi prossimo, la cura della salma e del luogo di deposizione in cui andare a piangere e coltivare una relazione dopo la morte. Infine le parole di Gesù “Liberatelo e lasciatelo andare!”, che è la soluzione del tempo del lutto».
Se la perdita di una persona cara è assimilabile alla caduta in un guado, come uscirne? «È un’esperienza che può essere attraversata da soli, con la forza interiore – ha risposto –, o con l’aiuto di familiari e amici, con la preghiera o il sostegno di sane relazioni». Spesso il passaggio diventa difficile per una molteplicità di fattori personali e circostanziali. Nei confronti del sofferente c’è bisogno di una purificazione dei gesti e del linguaggio, ha chiosato: «Davanti ai genitori in lutto bisogna muoversi con delicatezza, pensando di attraversare un suolo sacro, come ha fatto Mosè. Bisogna togliersi i sandali, cioè mostrare rispetto e attenzione, accoglienza del mistero del dolore e della sofferenza che abbiamo davanti. Dovremmo avere la preoccupazione di non violare uno spazio sacro, in un atteggiamento di ascolto e attesa. Perché l’altro possa avere il tempo di aprire il suo cuore».

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