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Lazise. A piedi da Trieste ad Aosta per dare una mano all’Avis

di ILARIA BAZERLA

Maurizio Grandi, trekker alfiere dell’Avis racconta la sua esperienza: ben 900 km di cammino per favorire la donazione del sangue

Parole chiave: Donazione di sangue (2), Trekking (1), Maurizio Grandi (1), Avis (8), Lazise (9)
Maurizio Grandi posa davanti al cippo stradale di Lazise

di ILARIA BAZERLA

Da Trieste ad Aosta, a piedi. Novecento chilometri di cammino per promuovere la donazione del sangue. È questo l’obiettivo di Maurizio Grandi, sessantaduenne brianzolo appassionato di trekking e donatore di sangue da quasi 30 anni. Partito da piazza Unità d’Italia a Trieste il 13 giugno scorso, è arrivato a Verona venerdì 25 e a Lazise il giorno successivo, fermandosi a Pescantina.

– Come è partita questa idea di percorrere a piedi tutta questa strada?
«Sono appassionato di cammini da molti anni, anche da prima di diventare donatore di sangue. Ogni anno mi avventuro in qualcosa del genere e quest’anno ho pensato di farlo per l’Avis. Ho scelto un percorso che attraversasse l’Italia da est a ovest, seguendo il percorso del sole. Questo perché il sole rappresenta la vita e, grazie alla donazione di sangue, noi possiamo salvare proprio questo, la vita. Naturalmente dietro a questo progetto c’è del lavoro, non è che uno si svegli un bel mattino, prenda e parta. A livello logistico sto organizzando la cosa da circa un anno. Per vitto e alloggio mi appoggio alle varie comunali Avis che hanno accettato di appoggiarmi, anche solo consigliandomi un luogo per pernottare. Di solito mi appoggio anche a case vacanza, monasteri e parrocchie, ma con il Covid la cosa si è complicata».

– Ha trovato una buona accoglienza?
«Il Friuli è stato disponibile e ha accolto con favore la mia “missione”. Ho trovato una buona ospitalità a Muggia e a Trieste e sempre in questa regione mi è capitato che una famiglia di Campolongo arrivasse in bicicletta ad Aquileia, la mia terza tappa, per portarmi delle ciliegie da mangiare durante il viaggio. Avevano saputo dal telegiornale regionale della mia intenzione di camminare per promuovere il dono e mi hanno appoggiato così. Un gesto genuino, che mi ha toccato. Ma mentre ero in Friuli l’impresa era appena partita e non aveva ancora una risonanza sufficiente. Il bello è cominciato una volta arrivato in Veneto. È stata la regione che ha dimostrato nei miei confronti, ma soprattutto nei confronti della mia idea, un sostegno incredibile. Ho ricevuto ovunque mi sia fermato un’accoglienza degna di un re, con le comunali Avis che facevano a gara per avermi nella loro zona. Non riuscivo a starci dietro!».

– Nei luoghi dove ha avuto occasione di sostare, com’era l’atteggiamento dei giovani nei confronti del tema del dono del sangue?
«I giovani sono presenti nelle varie sezioni Avis che ho incontrato, ma so bene che non lo sono abbastanza. In realtà fanno fatica a partecipare all’associazionismo in generale, figuriamoci in un’associazione che gli chiede – letteralmente – di dare il sangue... Si spaventano, sono diffidenti. E soprattutto pensano sempre che queste cose qualcuno le farà al loro posto. Vanno sensibilizzati usando i loro linguaggi, per questo non ci dobbiamo stancare di aggiornarci, di ringiovanirci a livello di iniziative che proponiamo come sodalizi pro donazione. Credo che il modo migliore sia ancora la promozione della donazione del sangue all’interno delle scuole, soprattutto alle superiori. Bisogna portare testimonianze di persone che sono state salvate da una sacca di sangue, magari persone vicine alla loro età. E poi persone che raccontino il perché sono donatori o donatrici: insomma, servono storie vere, raccontate con un linguaggio fresco, da cui i ragazzi possano sentirsi coinvolti».

– Come è diventato donatore?
«Partirei col dire che sono istruttore di atletica e camminata sportiva. Sono sempre stato sportivo e perciò ho sempre frequentato ambienti che lo erano e, si sa, sono ambienti dove in genere il messaggio della donazione gira parecchio. Solo che, per un motivo o per l’altro, rimandavo sempre. Poi in famiglia c’è stato un evento grave. Mia moglie aspettava un bambino e, durante la gravidanza, vi furono alcune complicazioni. Ci dissero che molto probabilmente avrebbe dovuto partorire con il cesareo, ma al momento della nascita di nostro figlio qualcos’altro andò storto. Insomma, mia moglie ebbe una forte emorragia, senza le trasfusioni non sarebbe tra noi oggi. Questo mi ha fatto capire che il bisogno di sangue è quotidiano per gli ospedali. Per questo se, arrivato ad Aosta tra qualche giorno, verrò a sapere che questa impresa ha condotto anche una sola persona in più a donare, allora potrò dire di non aver messo nelle gambe questi chilometri invano». Per chi vuole seguire su Instagram Maurizio, il profilo da cercare è maurizio.grandi.31.

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