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Colognola ai Colli. Storia di Sandro tornato dalla Russia

di Adriana Vallisari

Un libro scritto dal figlio raccoglie le memorie di Sandro Carpanè in cui si intrecciano le vicende storiche della drammatica Campagna di Russia e quelle personali di un alpino che è riuscito a tornare a casa e a ricostruirsi una vita che però è rimasta segnata per sempre dall'esperienza bellica

Parole chiave: Colognola ai Colli (4), Russia (3), Sandro Carpanè (1)
Copertina del libro di Lorenzo Carpanè Pagine dal fronte
di Adriana Vallisari

“Bello. Freddo forte. Passaggio aerei. Scritto a casa. Andato a prendere ammalato con barella. All’armi. Tutto bene”. È il 27 dicembre 1942: Sandro Carpanè, colognolese classe 1920, da cinque mesi si trova sul fronte russo; annota col lapis poche parole su un piccolo taccuino. È il compagno di viaggio che gli permette di tener traccia di ciò che accade intorno a lui: un resoconto di guerra essenziale, scampato alla ritirata dalla Russia e giunto fino a noi.
Da questo cimelio familiare, insieme a qualche foglio manoscritto e a numerose testimonianze orali, è partita la ricostruzione Pagine dal fronte (AlpineStudio), libro a tratti romanzato che racconta la storia di Sandro. L’autore è il figlio Lorenzo Carpanè, filologo, docente universitario e consulente, già collaboratore del nostro settimanale.
«Da anni lavoravo a questo testo, il 2020 mi ha permesso di concluderlo – spiega –. Il diario di mio papà è stato il pretesto per recuperare la memoria personale e quella collettiva: le vicende che accadono ai nostri genitori ci segnano, nel bene e nel male, si riverberano sulle generazioni successive. Io sono nato nel 1961, una distanza minima dalla fine della guerra, a ben vedere: il racconto di mio papà è stato fondamentale per rivivere quella tragedia, portarla dentro e superarla». Una conoscenza che rischia di perdersi con la scomparsa dei testimoni diretti, specie nelle generazioni che hanno sempre vissuto in epoche di pace.
Col distacco dello studioso, il libro prova a costruire un legame tra la grande storia e la microstoria. Partendo dalla vita dell’alpino Sandro, figlio di mezzadri di Colognola ai Colli, licenza elementare ma cervello fino, appartenente a una generazione che aveva avuto i genitori in guerra, accettata come fatalità della vita. Giovanissimo, fa le prime esperienze belliche sul fronte francese, nel 1940; poi è inviato sul fronte greco-albanese.
Nell’estate del ’42, a soli 22 anni, da Asti è spedito a combattere le forze sovietiche con l’Armir (Armata italiana in Russia). Sandro fa parte della Divisione Tridentina, battaglione Verona; lui e le altre penne nere marciano quasi un mese prima di raggiungere il fronte russo, passando lande sterminate e isbe dai tetti di paglia. Ci sono tende da allestire, trincee e postazioni da scavare, turni di guardia e di pattuglia da assicurare. “Scritto a casa. Notte calma. Con un po’ di mal di denti”, annota Sandro; “Dormito poco e nel duro”, “Ascoltato S. Messa. Sempre freddo. Il morale è abbastanza buono”. Parole misurate e composte, com’era lui. «In quei mesi mio papà faceva il portaferiti, quindi non fu coinvolto direttamente in operazioni belliche», spiega l’autore. Di morti però ne vede e ne trasporta diversi, colpiti da cecchini russi o feriti dalle esplosioni nemiche.
La temperatura è di meno 40 gradi nel gennaio 1943. Il gennaio della rottura del fronte orientale, con l’inizio della ritirata, il 16 del mese; il gennaio in cui l’Armata Rossa ostacola il ripiegamento degli italiani, il gennaio della battaglia di Nikolajewka (il 26). Il 21 Sandro è ferito a una gamba: “Lì per lì pensavo alla mia fine, perché non camminare voleva dire quasi morire sulla neve”, racconterà poi. Entra in un’isba e si fascia le ferite: il sangue non esce, unico vantaggio di quel tremendo gelo. Si fascia gamba e piede tagliando un pezzo di pastrano, poi chiede a un tenente medico come potrà mettersi in colonna e camminare, in quello stato. “Figliolo caro, che posso fare io? Cerca se trovi qualche mulo e arrangiati”, è la risposta.
È solo l’istinto di sopravvivenza a farlo resistere. Assiste a Nikolajewka, stando su un piccolo slittino trainato da un mulo: “Eravamo una massa di inermi che sperava e pregava che i nostri fratelli rompessero il cerchio”, dirà più avanti. Quella notte incontra un paesano, Davide Corso, che si offre di stargli vicino e aiutarlo. “Quando, ferito, non avevo niente da mangiare e non riuscivo a procurarmene, lui mi ha dato mezza della sua scatoletta di carne. Il giorno dopo lo vedo disteso per terra, congelato, morto”: ecco l’eroismo. Non occorre esagerare ciò che accadde, ripeteva nelle occasioni d’incontro tra reduci: “La nostra, dico del nostro battaglione, la nostra vera guerra è stata sopravvivere durante la ritirata. Sì, abbiamo anche combattuto, ma non serve inventarsi le cose”.
Passa 14 giorni tra la vita e la morte prima di riuscire a salire su un camion e raggiungere l’ospedale militare il 1° febbraio. “Ammalato. Piede congelato. Patito gran fame e sofferto tutto. Dopo tanto mangiato un bel po’. Sembra un sogno. Dio sia lodato”, sintetizza Sandro. Un lungo viaggio in treno lo conduce il 14 febbraio all’ospedale militare di Baggio, a Milano; quindi andrà a Como, per la convalescenza.
«C’erano ferite fisiche e non solo, da guarire: tornando, molti si chiedono qual è il senso di quella guerra – ricorda il figlio –. L’8 settembre 1943 deve riprendere servizio: è di stanza a Caprino, ma con l’armistizio mancano gli ordini. Rientra a casa e aderisce alla Resistenza col nome di Rude, entrando nella Brigata Manara con compiti di sorveglianza. Non per eroismo: scelse però da che parte stare». Un giorno d’agosto del ’44, sulla strada che porta al Monte di Colognola, s’imbatte in un tedesco armato: i due si guardano, si studiano, poi uno fa cenno all’altro di andarsene; tragedia sfiorata.
Sandro, alpino e partigiano. Memoria storica in famiglia, a scuola, nelle adunate. Ma pure uomo gentile che nella vita è stato tanto altro: marito di Rita – il cui fratello, Riccardo, suo amico, rimase disperso in Russia –, padre di Silvana, Fabio e Lorenzo, nonno amorevole, lavoratore diligente e pure assessore comunale negli anni ’60. Nel 2007, a 87 anni, è morto; il suo ricordo invece continua a vivere.

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