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«La mia vita in carcere tra detenuti e secondini ad ascoltare le anime»

di LUCA PASSARINI 
Il diacono Fabio Mazzi svolge il suo ministero a Montorio

«La mia vita in carcere tra detenuti e secondini ad ascoltare le anime»

di LUCA PASSARINI 
«Svolgo il mio ministero diaconale in una parrocchia di poco meno di 700 persone»: così si racconta Fabio Mazzi, 63 anni, sposato con Loredana Zoccatelli, padre di Silvia e Sara, nonno di Edoardo. Questa speciale comunità è quella della Casa circondariale di Montorio, che lui serve come collaboratore della cappellania a partire da pochi mesi dopo l’ordinazione diaconale, avvenuta nella sua parrocchia di Sona il 25 maggio 2013. Specifica: «Il nostro servizio è per i circa 460 detenuti e i circa 300 agenti della polizia penitenziaria. I primi sono di 40 nazionalità diverse, per il 75% stranieri, con tutte le differenze che ci possono essere. Con loro si tratta come prima cosa di accogliere ed ascoltare: spesso si inizia cercando di rispondere al loro bisogno di cose essenziali – dalla telefonata a casa fino ai soldi per le sigarette o il necessario per l’igiene –, ma vediamo che poi con molti, quasi spontaneamente, nasce una relazione più profonda e che dura nel tempo. Con gli agenti, invece, è questione soprattutto di essere pronti all’ascolto, al confronto, all’accompagnamento umano e spirituale, oltre che dare la possibilità, per esempio, di vivere il corso di preparazione al matrimonio che diventa altrimenti difficile per chi ha orari particolari e magari è arrivato da poco nel nostro territorio. Inoltre, si tratta di tessere relazioni e fare rete con educatori e psicologi, con i preziosi volontari che continuamente raccolgono materiali o soldi per i detenuti, con le loro famiglie a casa, con la Caritas attraverso la quale possiamo avviare o portare avanti degli importanti progetti interni».

A garantire tutto questo, un gruppo molto forte della cappellania, guidato da fra’ Alberto Onofri, della Fraternità francescana di Betania (convento del Barana) e che vede l’impegno di alcune consacrate, consacrati (tra cui fra’ Beppe Prioli, con la sua esperienza di quasi 60 anni), vari sacerdoti diocesani e diaconi permanenti. Con alcuni di loro Mazzi ha vissuto pure l’emozione della visita privata con i detenuti del vescovo Domenico Pompili nel giorno di presa di possesso dell’incarico nella Diocesi di Verona. Guardando in generale a questi anni, ci racconta Fabio: «Questo servizio mi ha donato molto e mi ha permesso di toccare tantissima umanità. Ti chiede continuamente di essere sincero e onesto, di abbattere le distanze e di offrire alleanze, insomma di avere sempre l’odore delle pecore». Prosegue il diacono: «E pensare che il primo impatto non è stato di certo facile, anche perché ho ricevuto questa nomina in modo inatteso. Già dall’ultima parte della formazione al diaconato vivevo un’esperienza di collaborazione con i cappellani dell’ospedale di Borgo Trento, ma questa realtà è molto diversa. Quasi immediatamente ho capito che i miei studi e le mie esperienze da sole non bastavano, perché si trattava di entrare in un modo di relazionarsi differente e capace di cogliere i bisogni di ciascuno e le specificità delle diverse nazionalità. Per questo ho partecipato al corso per counsellor professionista presso il Centro camilliano: mi ha aiutato ad approcciarmi ad ogni incontro senza giudizio, abbandonando tutti i preconcetti, andando oltre qualsiasi cosa sia potuta succedere nel passato».

Guardando alla sua vita e alla sua vocazione, commenta: «Non ho avuto nessuna folgorazione o chiamata straordinaria sulla via di Damasco, ma una vita normalissima dentro cui sono emersi dei passi particolari. La mia famiglia è di origine veronese, ma da ragazzo mi sono spostato parecchio seguendo il lavoro di mio papà. Stabilitici a Lugagnano, quando avevo 19 anni ho fatto di tutto pur di conoscere Loredana, che all’epoca aveva 15 anni: è stato anche il motivo per andare a Messa, perché mi mettevo tra l’acquasantiera e la porta di uscita della parrocchiale, aspettando almeno di salutarla. Dopo cinque anni di fidanzamento, nel 1984 ci siamo sposati: due anni dopo è nata Silvia e nel 1992 Sara. Abbiamo sempre gustato la gioia di avere una famiglia bella e piena di doni, anche se il mio lavoro di macchinista in ferrovia, impostato in turni che prevedevano ovviamente anche la domenica, mi rendeva difficile incastrare tutto».

Proprio la nascita della secondogenita ha coinciso con il trasferimento a Sona e il desiderio di iniziare un cammino di ricerca come coppia che di fatto continua tutt’ora: «Come primo passo ci siamo avvicinati ai fratelli esterni dell’Opera Don Calabria, dove abbiamo trovato ascolto, serenità e un messaggio che ci toccava nel profondo: ci siamo sentiti chiamati a fare, a dare impegnandoci personalmente e per questo ci siamo inseriti come volontari nel Servizio operativo sanitario di Sona. Dall’Opera poi mi è giunto l’invito ad andare presso la missione di Luanda, in Angola, per dare una mano come carpentiere nella costruzione dell’ospedale. Avendo dimestichezza come saldatore, sono andato con l’idea del fare: si è rivelata un’esperienza molto forte non tanto nel lavoro, ma nell’incontrare una realtà così diversa. Quello che potevamo fare era una goccia nell’oceano, ma abbiamo visto e ascoltato persone che vedono il medico al massimo una volta all’anno; consacrate che si prendono cura di lebbrosi che sono costretti a scappare dai loro villaggi perché altrimenti condannati a morte come iellatori; una bambina che era seduta in mezzo a una baraccopoli che, vicina a una gallina e a un maiale, aspettava altre immondizie che da lì a poco sarebbero state scaricate, con il loro pieno di nuove possibilità. Insomma, sono tornato indietro con tante domande e con la sensazione che ci fosse qualcosa in più di quel fare manuale per cui ero partito. Anche perché mi risuonava una frase di san Giovanni Calabria: “Buseta e taneta”, che è un invito a fare nel nascondimento».

La ricerca è continuata con l’iscrizione all’Istituto di scienze religiose San Pietro Martire dove ha incontrato tra gli altri alcuni che stavano facendo il percorso diaconale: «Me ne sono interessato anch’io, parlandone in particolare con don Luca Merlo, che all’epoca era direttore della comunità formativa. Senza fretta abbiamo valutato le cose e, con l’appoggio del mio padre spirituale dell’epoca, abbiamo iniziato il percorso, con gli studi, la formazione spirituale e le varie esperienze. Tutto il cammino è stato condiviso anche con Loredana, sentendo che la nostra ricerca ci portava non più solo a un fare, ma ad essere e ad esserci con la nostra vita. Non abbiamo poi smesso di crescere in questi quasi dieci anni: ora col nostro servizio e la nostra esperienza cerchiamo di stare in mezzo alla gente vivendo la relazione, stando in ascolto e a fianco di coloro che sono nel bisogno, io nella Casa circondariale e Loredana in particolare come assistente religiosa presso i cappellani dell’ospedale di Borgo Trento e collaborando con alcuni gruppi che in parrocchia aiutano persone che affrontano un lutto. Cerchiamo insomma di vivere quello che dice san Giovanni Calabria: “Andare là dove umanamente non c’è nulla da ripromettersi”».

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