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Spazi sacri e profani «luoghi di incontro tra le persone»

Don Valerio Pennasso (Ufficio beni culturali Cei) al Festival Biblico: «Le chiese sconsacrate vanno utilizzate nello spirito per le quali furono fatte»

Parole chiave: Festival Biblico (9), Cei (5), Beni culturali (3), Chiesa (28)
Spazi sacri e profani «luoghi di incontro tra le persone»

Don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della Cei, ha partecipato al dialogo pubblico intitolato “Spazi sacri e profani” con l’architetto Guendalina Salimei nell’appuntamento inaugurale del Festival Biblico nella nostra città, lo scorso venerdì 3 maggio a Santa Maria Matricolare (in piazza Duomo a Verona). Gli abbiamo posto alcune domande.
– Perché un confronto dentro il Festival Biblico sul rapporto tra spazi sacri e profani?
«Cercheremo di mettere in luce il fatto che ultimamente rischiamo di non conoscere più a sufficienza le nostre città che sono sempre state costruite attorno a degli spazi sacri. Hanno sempre creato luoghi sacri nel senso di destinati a qualcosa di diverso rispetto all’abituale. Le nostre cattedrali e le nostre chiese erano luoghi dove la vita civile e la vita religiosa si intrecciavano normalmente, dove l’aspetto della convivialità e dello stare insieme era una cosa assolutamente normale e ritenuta fondamentale per la civitas. La distinzione sacro/profano rischia di essere soltanto formale o in base ad una idea che abbiamo del sacro e del profano oppure alla destinazione di alcuni luoghi e attività rispetto ad altri».
– Non c’è il pericolo di fare un po’ di confusione o di operare indebite ingerenze in ambiti non di propria competenza?
«Bisognerebbe distinguere tra quelli che sono gli spazi destinati al culto e gli spazi destinati alla vita quotidiana. Lo spazio destinato al culto ha delle caratteristiche specifiche per ciascuna religione, ma non dobbiamo dimenticare che gli ambienti sacri sono per loro natura luoghi destinati all’incontro delle persone. Bisogna dunque fare distinzione tra quello che è lo spazio liturgico e lo spazio sacro in quanto ritagliato “a favore degli altri”».
– Esiste allora anche una sacralità della vita civile non disgiunta da quella religiosa?
«Le città e i nostri paesi avevano la cattedrale o la chiesa al centro e davanti ad esse il “broletto” o il sagrato, ovvero l’area recintata dove si solevano svolgere le assemblee cittadine e l’amministrazione della giustizia, ma si teneva anche il mercato e la gente vi trascorreva tempo e si incontrava, dove si eleggeva anche il podestà piuttosto che il governatore della città. In passato questa era una cosa normale. Oggi dovremmo riscoprire questa osmosi in una pluralità molto più composita. In passato tutto si stringeva di più nell’unità, ora l’unità si realizza nel momento in cui si mettono al centro le persone e si dà loro la possibilità di confrontarsi e di conoscersi».
– La differenza allora la fanno le persone...
«Certamente la differenza la fanno sempre le persone, sono esse che rendono sacro ogni luogo nel momento in cui lo abitano con determinate caratteristiche e con una determinata disponibilità. Cercare di portare le persone dentro uno spazio fisico invece di andare loro incontro è un errore. Non per citare sempre papa Francesco, ma nel momento in cui lui ci chiede di uscire, questo vuol dire portare la vita delle persone e dei cristiani là dove vivono tutti e sicuramente lì si troveranno occasioni per rendere sacre le relazioni. Perché lo spazio è sacro nel momento in cui le relazioni sono tali. La sacralità dello spazio è data dalle relazioni particolari, esclusive, ritagliate a favore di qualcun altro».
– E delle chiese vuote o non più utilizzate cosa ne facciamo?
«Rispetto al tema delle comunità cristiane che stanno alienando molti beni non più utilizzati per il culto, dobbiamo fare attenzione a non impostarlo con la mentalità della delega o della spoliazione. Il patrimonio che è stato costruito nei tempi passati deve essere utilizzato secondo lo spirito per il quale è stato costituito e facendo attenzione al nuovo contesto. In questo abbiamo una responsabilità non soltanto dal punto di vista patrimoniale, ma anche storico e culturale. Se abbandoniamo questo patrimonio o lo cediamo ad altri ecco che perde il suo significato e rimane un luogo non più abitato e non più utilizzato e perciò defraudato dei suoi significati simbolici. Inoltre trovarsi di fronte a numerosi beni un tempo dedicati al culto e ora non più utilizzati non è da viversi come una perdita di “trincee della cristianità” – come ebbe a dire papa Francesco durante un convegno internazionale tenutosi alla Gragoriana nel novembre scorso –. Perciò avere delle chiese meno frequentate o poco utilizzate ci deve spingere ad avvicinare ulteriormente le persone».
– Come?
«Soltanto se ce ne prendiamo cura, se le facciamo diventare nuovamente “nostre”, dando loro quello che del resto avevano già perché molte confraternite legate alle chiese avevano un significato molto sociale. Oltre l’aspetto liturgico che era la caratteristica per la quale nascevano, poi si sostenevano per mezzo di organizzazioni laicali che creavano socialità, formazione, cultura e attenzione alle povertà. Dismettere semplicemente le chiese diventa scaricare un peso e togliersi responsabilità per poi, magari, lamentarsi quando di queste chiese se ne fanno usi non decorosi».
– Quale riflessione si può fare a seguito dell’incendio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi?
«Riguardo alla vicenda dell’incendio di Notre-Dame si possono fare molte riflessioni; io recupererei questa: alle volte rischiamo di ritenere che la mancanza di luoghi di culto affollati durante i riti e la disaffezione generale alla liturgia voglia dire mancanza di identità; il triste fatto dell’incendio di Notre-Dame dice esattamente il contrario: in una Francia che è scristianizzata – letta dal nostro punto di vista – Notre-Dame oggi ritorna ad essere un simbolo identitario per la “francesità” proprio nel momento in cui viene intaccato. Adesso si riscoprono le radici profonde che ci sono sempre, ma non nella maniera in cui vorremmo vederle noi. Quanto avvenuto ha fatto riemergere ciò che si trova nel profondo dell’essere umano, legato a quei segni che sono particolarmente significativi e vitali. Non dobbiamo provocare la caduta delle cattedrali per riscoprire questi segni identitari, ma sta a noi rilevarli e farli emergere».

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