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«Pure a Bologna il sistema-Adoa che ora guarda anche ai giovani»

di ADRIANA VALLISARI
Il segretario generale Tomas Chiaramonte: la fraternità è la chiave di tutto 

«Pure a Bologna il sistema-Adoa che ora guarda anche ai giovani»

di ADRIANA VALLISARI
Parola d’ordine: rigenerare. Intercettando i bisogni emergenti del territorio e facendo rete per trovare nuove risposte, coinvolgendo parrocchie, enti pubblici e associazioni. Forte delle competenze maturate in vent’anni, ora Adoa, l’Associazione diocesana delle opere assistenziali, è pronta a esplorare nuove frontiere. Ha raccolto l’invito di papa Francesco a intervenire nelle periferie del mondo e a stare sulla frontiera del bisogno, senza voltarsi dall’altra parte di fronte a situazioni di difficoltà. Cosa impossibile, visto che dal 2000 questa realtà nata in seno alla nostra Diocesi è cresciuta moltissimo, affrontando grandi sfide, ultima la pandemia. E da quel seme piantato nel 2000 è nato un grande albero, che oggi conta 52 realtà associate, impegnate nella cura di anziani, persone con disabilità o in marginalità sociale, con un grande impatto sulla loro vita e quella della comunità. Il tutto seguendo l’ispirazione del Vangelo: quell’in più che permette di fare le cose per bene e di sognare in grande, senza lasciare indietro nessuno. Le linee di indirizzo di questa “cultura dell’incontro” sono emerse di recente nell’assemblea generale di Adoa, ospitata al Teatro Peroni di San Martino Buon Albergo. Facciamo il punto con Tomas Chiaramonte, segretario generale di Adoa Verona e di ConAdoa, il Coordinamento nazionale delle Adoa.
– L’incontro si è aperto con una buona notizia, data da don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute della Cei: dopo Adoa Parma, nascerà Adoa Bologna. Verona fa scuola, dunque?
«Più che fare scuola, diciamo che abbiamo messo a disposizione degli altri le conoscenze maturate in questi decenni, senza la pretesa di insegnare niente a nessuno. In collaborazione con la Cei stiamo accompagnando la nascita di nuove Adoa, allargando la rete etica che coordina l’azione caritativa di enti, istituti religiosi e organizzazioni di origine ecclesiale o nate nel mondo cattolico. Nel 2022 è sorta Adoa Parma; il mese scorso il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, ha chiesto al vescovo di Verona mons. Domenico Pompili di coinvolgerci per accompagnare la nascita di Adoa Bologna».
– Un chiaro segnale di apprezzamento per il vostro operato. Che è orientato alla formazione e allo sviluppo degli enti associati, ma pure a creare economie di scala, attraverso i gruppi di acquisto. Un piccolo ente che s’interfaccia da solo con un fornitore ha meno possibilità di trattative; presentarsi compatti in una cinquantina, come avete fatto, è garanzia di risparmi?
«Sì, lo vediamo ad esempio nel gruppo di acquisto degli energetici. Abbiamo interpellato 12 fornitori da tutta Italia, chiudendo un accordo annuale con Agsm Aim. Servirà le realtà di Adoa Verona e Adoa Parma, più due strutture di Bologna: in un contesto di mercato fluttuante, che ha avuto una flessione dopo l’impennata della guerra in Ucraina, avremo un risparmio previsto di oltre il 40% rispetto allo scorso anno. Un altro gruppo d’acquisto che permetterà di avere, in maniera trasparente, ottimi prezzi e qualità dei materiali, è quello dei presidi monouso (pannoloni e traverse). Eravamo partiti con 5 enti nel 2013, ora i gruppi di acquisto ne coinvolgono 56: hanno avuto una bella presa, perché consentono agli enti di tenere alta la qualità, senza gravare troppo sui bilanci delle strutture».
– La pandemia ha accelerato questi processi di rete?
«Di sicuro. È stato un periodo difficile, che abbiamo affrontato confrontandoci su quello che si poteva fare e rafforzando i nostri legami, che sono diventati di amicizia. Nel momento del bisogno ci siamo aiutati tra di noi, proprio come si fa tra amici. È questo il bello di essere generativi».
– La generatività è la linea che avete intrapreso, puntando su azioni capaci di rendere le comunità più inclusive. Senza fermarvi al conosciuto, ma spingendovi con creatività in terreni nuovi, con nuove progettualità rivolte ai giovani. Di che si tratta?
«Sono iniziative che non partono da Adoa, ma che Adoa raccoglie, facendo una riflessione e capendo come attivare dei network generativi. In concreto, dove c’è un bisogno nuovo, proviamo a dare delle risposte, senza sostituirci ai servizi esistenti ma facendo da incubatori di nuovi progetti. Il bene comune lo decliniamo così: attivando tutte le parti in causa per sviluppare attività inclusive per ragazzi, adolescenti e giovani adulti. Sollecitati dagli impatti della pandemia sulle nuove generazioni, infatti, stiamo progettando insieme a istituzioni e agenzie sociali, educative e pastorali del territorio delle azioni di welfare di comunità».
– Così è nato l’Albero delle possibilità, a Lugagnano di Sona, a ottobre?
«Esatto, è stato il primo nato del “Villaggio delle possibilità”, un progetto che rende concreto lo spirito di Adoa verso le periferie, le famiglie più bisognose, la prevenzione e l’inclusione. Punta ad attivare e a valorizzare le specificità del territorio: l’apporto degli enti della rete Adoa e dei professionisti che vi lavorano riguarda spazi, tempi e competenze per la co-progettazione. È così, ad esempio, che è nato “L’Hub delle possibilità”, ora al lavoro nel Grest di Bonavicina, di cui è capofila il locale circolo Noi: coinvolge le parrocchie di Bonavicina e San Pietro di Morubio, il Comune di San Pietro di Morubio e la Fondazione Gobetti, che ha messo a disposizione delle specialiste per fare formazione e programmare in modo inclusivo quest’esperienza estiva. A San Martino Buon Albergo, invece, in collaborazione con l’Isac comunale, parrocchia e Fondazione casa di riposo San Giuseppe, sta sorgendo la “Casa delle possibilità”, incentrata sulle attività domiciliari, per portare i servizi alle persone. La vicinanza è la chiave: spesso le persone hanno bisogno non solo di cure, ma di qualcuno le veda. E questo vale anche per i ragazzi».
– Cioè?
«Occorre ascoltarli e capire come accompagnarli, rimettendoli al centro della società in modo costruttivo. Funziona: l’abbiamo visto dando vita a “S-fidiamoci con Adoa”, entrando nelle scuole e invitando gli studenti a risolvere delle questioni reali che fanno crescere la cultura della cura; a Caselle di Sommacampagna, ad esempio, hanno studiato un percorso sicuro per far prendere l’autobus a Miriam, una ragazza con disturbi dello spettro autistico».
– Il 22 luglio, a Castel San Pietro, presenterete un nuovo “S-fidiamoci” per 50 giovani veronesi che faranno a piedi la Gmg di Lisbona. Come li coinvolgerete?
«Li “sfidiamo” a essere occhi e gambe per qualcuno che non può muoversi da qui per limiti fisici o di impegni di lavoro e famiglia. Ci porteranno con loro attraverso un diario condiviso sui social e saranno chiamati a studiare delle soluzioni per le limitazioni, anche architettoniche, che troveranno durante il cammino».
– Un altro canale efficace si sta rivelando lo sport.
«Sì, l’abbiamo visto col progetto “Con-Francesco”, che favorisce l’inclusione e la crescita attraverso lo sport. In co-progettazione con Css Verona, che gestisce le piscine di via San Marco e la Monte Bianco di San Michele, e in sinergia col gruppo Amici di Francesco, nato in memoria di un amico, abbiamo organizzato un corso di formazione per allenatori, educatori e genitori, patrocinato dal Comune di Verona. Ma soprattutto sono stati donati dei corsi di nuoto a 8 bambini svantaggiati nella fascia d’età 6-12 anni, mentre tre ragazzi fra i 14 e i 18 anni, segnalati dalla Caritas, hanno seguito gratis un corso per diventare bagnini. Anche questa è generatività e vogliamo farla conoscere, sottolineando che c’è tantissimo di buono nei giovani di oggi, a dispetto di come spesso li consideriamo noi adulti». 

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