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«Ora costruiamo la pace: sarà faticosa, non risolutiva, inevitabile»

di STEFANO ORIGANO
Il gesuita Larivera: no ai “pacifinti” ma anche a chi non sa o vuole dialogare

«Ora costruiamo la pace: sarà faticosa, non risolutiva, inevitabile»

di STEFANO ORIGANO
Per inquadrare il senso e i significati del conflitto armato che si sta consumando in Ucraina – il quale ha alcune caratteristiche delle guerre mondiali del secolo scorso, ma anche elementi assolutamente nuovi – abbiamo chiesto di aiutarci a leggere la situazione al gesuita padre Luciano Larivera.
Ha lavorato per 12 anni nel periodico La Civiltà Cattolica seguendo la politica internazionale, poi ha diretto il Centro culturale “Veritas” di Trieste dal 2017; tra il 2021 e il 2022 è stato a Bruxelles al Jesuit European Social Center come segretario per gli affari europei. Ha portato avanti una serie di iniziative culturali sui temi della pace, della geopolitica in collaborazione con Limes e altri analisti. C’è un legame anche con Verona, dove è stato invitato per diversi anni al Forum Euroasiatico, sospeso dopo l’invasione della Crimea, promosso da Banca Intesa Russia per favorire gli scambi economici e commerciali della Russia col nostro Paese attraverso l’idea della diplomazia economica.
– Su quanto sta accadendo in Ucraina si parla molto della guerra, ed è naturale, ma si parla poco di pace, tranne che per alcune voci isolate come quella di papa Francesco. Questo conflitto ha ridestato un’attenzione che verso altri conflitti non si ricorda. Perché?
«In Italia in realtà l’attenzione per i conflitti c’è sempre stata. Il nostro Paese ha cominciato a partecipare alle forze di peacekeeping in Libano, di fatto l’Italia ha combattuto in Afghanistan e in parte anche in Iraq. Però queste non sono mai state considerate azioni di guerra, ma attività condotte con un apparato militare contenuto e contro nemici che erano guerriglieri: si trattava di conflitti cosiddetti asimmetrici. Poi siamo entrati in un nuovo tipo di conflitto, detto ibrido, che coinvolge Stati Uniti, Russia, Europa, Cina, e svolto con sanzioni, propaganda, sabotaggi delle reti informatiche, pressioni politiche, interventi militari sparsi. Adesso c’è un’ulteriore novità: si tratta di un conflitto simmetrico, cioè totale. Coinvolge due Stati, si impiega l’artiglieria pesante, missili. Si configura come una vera e propria invasione che ha i canoni delle guerre mondiali. Secondo aspetto: è un conflitto di valenza globale, perché riguarda attori globali come Stati Uniti, Nato, Unione Europea e la Russia. Sono attori che non avrebbero mai dovuto confrontarsi direttamente grazie alle Nazioni Unite, create proprio per evitare questo tipo di scontro diretto. Adesso lo scontro c’è perché anche la fornitura di armi viene considerata una forma di ostilità, però in un linguaggio di contenimento per cui non la si considera un’aggressione diretta».
– Alcuni paventano il rischio nucleare... «Il sistema di deterrenza nucleare avrebbe dovuto impedire il pensiero stesso che questi attori si trovassero a confliggere in questa maniera. Ora il rischio nucleare paventato sembra ancora poco plausibile perché una guerra nucleare sarebbe la sconfitta di tutti. E non è detto che ci sia la capacità concreta di farla, perché la catena di comando non è certo che sarebbe disposta ad obbedire ad un ordine folle». – La Russia? «Il conflitto Ucraina-Russia (ovvero Nato-Russia) ha toccato l’auto-percezione della Russia nel suo essere una potenza globale, con sfere d’influenza tra l’altro sempre più deboli, con un’Ucraina in libera uscita. Questo conflitto così virulento ha caratteristiche proprie. Paradossalmente se noi dicevamo che la Russia ci teneva sotto scacco con il gas, da un altro punto di vista è vero che anche l’Europa ha tenuto sotto scacco la Russia, perché siamo i suoi migliori clienti. Se chiudiamo le forniture di gas russo, noi mandiamo in difficoltà la Russia più di quanto lei metta in difficoltà noi. L’arma del gas l’abbiamo usata più noi di loro. Ricordiamoci che in Russia, al di là del patriarca che fa da chierichetto a Putin, c’è una lunghissima tradizione culturale e spirituale per la pace. Questa tradizione non può essere schiacciata su questa recente deriva nazionalistica. Abbiamo bisogno di non essere ciechi, di non cadere nelle trame della propaganda che si sta diffondendo da entrambe le parti. Come cristiani non possiamo perdere questa profondità storica, siamo chiamati all’ecumenismo, a nutrirci della spiritualità del mondo slavo. Alla fine come recupereremo le relazioni con i russi? Troveremo un capro espiatorio? Faremo finta di niente? Aspettiamo che passino le generazioni?».
– Il ruolo dell’Ucraina?
«L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite parla del diritto insopprimibile e naturale dell’autodifesa; però nel momento in cui si inizia l’autodifesa, bisogna far ricorso immediatamente alle Nazioni Unite e alle forme di risoluzione del conflitto evitando la prosecuzione della violenza. L’autodifesa non è un principio fine a sé stesso, deve essere sempre finalizzata a portare la pace, altrimenti l’autodifesa diventa altra cosa: così la guerra con la sua evoluzione, la durata e la cattiveria che scatena, offre la possibilità ad alcuni di approfittare di essa per raggiungere altri obiettivi. Parliamo a livello di principio: hai litigato? Difenditi, ma hai l’obbligo di fare pace indipendentemente dal fatto che tu abbia ragione o meno, perché è prioritaria l’unità e la sicurezza comune. Se si è in buona fede, anche quando si fa la guerra si vuole la pace. Poi è ovvio che ognuno fa la guerra perché vuole la pace a modo suo...». – Come si può arrivare alla pace? «Siamo invitati tutti ad essere diplomatici, cioè persone che sanno dialogare, che hanno imparato a gestire il conflitto con il nemico. La novità adesso in Italia è che i russi per noi sono nemici e noi siamo nemici per i russi. Prima eravamo dei competitor, degli alleati, dei soci in affari, ma di fatto siamo a questo punto, anche se non ci facciamo guerra direttamente. La realtà e questa, purtroppo: se noi forniamo un solo fucile a chi spara contro i russi, lo facciamo perché lo riteniamo legittimo, ma dobbiamo sapere che quell’arma serve per uccidere».
– Quindi niente armi agli ucraini?
«Se noi non diamo armi, vincono i russi e la cosa non è una soluzione accettabile. Qui nasce la responsabilità: fornire armi significa partecipare ad un’azione violenta che è comunque intollerabile. Dicono che nella guerra la paura più grande dei soldati è uccidere il nemico; infatti tutta la guerra viene fatta in maniera tale che non ci sia l’esperienza diretta di uccidere una persona: il nemico si colpisce di spalle, di notte, con l’artiglieria da lontano. Questo è l’aspetto della crudeltà e del fatto che le persone vengono educate a de-responsabilizzarsi».
– La posizione del Papa? «Papa Francesco insiste sul cessate il fuoco, che può essere una sconfitta politica per una o entrambe le parti, ma il cessate il fuoco come fine in sé sottolinea che è il mezzo per interrompere la morte di soldati e di persone, perché il valore delle persone è principale. Per il Papa, che vengano uccise persone, sia soldati che civili, è comunque un dramma, mentre in una logica di guerra si parla di eroismo, di morire per la patria, morite voi così non muoiono altri… Quindi mettere al primo posto il valore della vita di quei soldati e di quei civili è: salviamo loro e con loro possiamo ricostruire. Questo è il brutto dei conflitti armati: si devono disarmare le persone, smantellare le brigate e reintegrare le persone in un’altra vita. Lo riscontriamo con questi gruppi come i mercenari russi della Wagner: si è creato un nuovo tipo di professionalità fatta di gente che sa combattere e così ci sono in giro per il mondo una miriade di persone che fanno questo mestiere: uccidere. Formiamo invece una miriade di diplomatici e di persone con capacità negoziale».
– Non ci saranno soluzioni rapide...
«Operativamente si sta lavorando ad una specie di de-escalation: sì, vi diamo i carri armati, ma non subito; vi forniamo altre armi, ma non vogliamo che esasperiate il conflitto. Vi difendete, affermiamo il principio, ma intanto cerchiamo di risolvere il problema di come costruire una pace credibile. Se un invasore non viene in qualche modo sanzionato, si giustifica l’invasione. Noi possiamo fare le nostre teorie: i russi si ritirano, tutto si riappacifica, la gente ritorna nei territori, nel Donbass si fa un referendum “vero”, ma per far questo ci vorrebbe un sistema democratico in Russia. Solo pensare a questo ci fa capire che sono cammini lunghissimi. Questo conflitto richiederà tanto tempo per trovare una sostenibilità, perché occorre ricreare lo sviluppo tra popoli che non comunicano più tra loro».
– I Romani dicevano: se vuoi la pace...
«Se vuoi la pace, non “preparare la guerra”, ma “conosci la guerra”. Il mondo si sta strutturando in maniera diversa in questo rapido cambiamento d’epoca che ha creato anche un disordine internazionale che tendenzialmente fa il gioco degli Stati Uniti, che culturalmente sono più capaci di gestire la confusione, mentre i sistemi centralistici come la Russia e la Cina sono sempre alla ricerca del controllo, dell’ordine, della pianificazione in maniera tale da crescere gradualmente, inglobare, integrare. Questo approccio dà tendenzialmente sicurezza, ma è sostenuto da sistemi oppressivi. A noi piace un mondo stabile e prevedibile, vorremmo ordine e regole che mettano sotto anche gli Stati Uniti, i quali culturalmente non accettano regole esterne. Il modello europeo sta in mezzo tra queste due visioni diametralmente opposte e potrebbe assumere un ruolo importante».
– Cosa dice dei movimenti pacifisti in Italia?
«Noi dovremmo essere informati in maniera semplice e chiara su quali armamenti necessita l’Italia, perché alcuni servono, altri no. Si dovrebbe sapere qual è l’obiettivo, ci vorrebbe la verifica delle spese. Nessuno nega che ci sia il diritto all’autodifesa di uno Stato, ma come cittadini abbiamo anche il diritto, senza entrare nei segreti di sicurezza nazionale, di sapere come vengono impiegate le risorse e per quali obiettivi. Questo potrebbe disinnescare il pacifismo dei “pacifinti”». 

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