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«Degli stranieri a darci fastidio è la loro povertà»

Intervista a don Vinicio Albanesi, Comunità di Capodarco (Fermo): «Paure ancestrali e c'è chi le sfrutta» 

Parole chiave: don Vinicio Albanesi (1), xenofobia (1), Razzismo (5)
«Degli stranieri a darci fastidio è la loro povertà»

In tanti anni di sacerdozio e di impegno sociale ne ha viste di tutti i colori. Don Vinicio Albanesi è uno dei pilastri della Comunità marchigiana di Capodarco (Fermo). In prima fila in tante battaglie, è abituato a intervenire a favore degli ultimi. Ha alzato la voce nella triste storia dell’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, il rifugiato di origini nigeriane che difese la compagna da insulti razzisti («scimmia», tra gli altri) e per questo fu ucciso di botte per strada. Da un italiano, appartenente a gruppi di estrema destra, punito solo con l’obbligo di firma. Un segnale di forte intolleranza, accaduto proprio a Fermo nel luglio 2016, che riaffiora alla mente in queste settimane di polemiche. Riaccese in campagna elettorale dall’affermazione di Attilio Fontana, il candidato presidente della Lombardia per il centrodestra, che ha parlato di difesa della “razza italiana”.

- Don Vinicio, ci aiuti a capire questi rigurgiti di razzismo e xenofobia.

«È una bugia dire che siamo contrari a tutti gli immigrati: noi non vogliamo quelli poveri. Nessuno si scandalizza per la presenza dei cinesi o di milioni di badanti nel nostro Paese. C’è un calcolo che mentalmente si fa: se mi conviene, allora che gli stranieri vengano pure, sennò che stiano a casa loro. Non si invoca la razza per la manodopera a basso costo. Eppure, quando andiamo al supermercato e troviamo i pomodorini in offerta non pensiamo che quello sconto lo pagano migliaia di disgraziati che raccolgono i pomodori a 10 euro al giorno. Oppure, pensiamo a quanta manodopera straniera c’era all’Expo di Milano o, per stare in casa vostra, fra chi monta il palco all’Arena. Quella che tira in ballo la razza è un’oppositività interessata, furba, ingiusta e aggressiva, usata a seconda delle circostanze».    

- Però una parte consistente di cittadini italiani, persino cattolici, ha paura del diverso, di ciò che potenzialmente potrebbe minacciare il proprio vivere.

«La paura è una maschera che utilizzano per non confessare lo sfruttamento, che è sempre esistito. Nelle nostre campagne, in Centro Italia, i ragazzi poverissimi, chiamati garzoni, vivevano con gli animali, li accudivano e non venivano pagati: gli si dava qualcosa da mangiare e gli si consentiva di dormire tra la paglia. Sono fenomeni antichi, che si rinnovano. Con un’aggravante nei confronti di chi ha la pelle nera».

- Perché?

«È l’unico colore che scatena una paura ancestrale. Passi il filippino, ok il cinese, ma il nero fa paura, è subito collegato alla minaccia del mantenimento della presunta razza bianca. Un amico mi raccontava che a Torino gli stessi epiteti con cui si apostrofavano i calabresi trasferiti al Nord negli anni ’60 sono stati rivolti prima agli albanesi, ora ai neri. Ci si è dimenticati di quando gli insulti razzisti venivano rivolti a noi italiani emigrati in Svizzera o in America…».

- Ascoltando la gente, emerge ancora la paura dell’invasione.

«Anche se la grande immigrazione in Italia viene dalle frontiere terrestri e non per mare. Con Schengen, la popolazione più numerosa ad arrivare da noi è stata quella romena. In autostrada. Ma se ogni giorno la tv mostra i barconi al largo delle coste, per forza l’idea che uno si fa è distorta. Così come la sproporzionata enfasi mediatica per i reati commessi da stranieri: occupano paginoni dei giornali per settimane, mentre se sono gli italiani a macchiarsi delle stesse azioni tutto è relegato a un paio di colonne».

- Molti faticano a concepire l’immigrazione come una necessità per il nostro Paese.

«Eppure le dinamiche demografiche non perdonano. Quelli che dicono “tuteliamo la razza bianca” non sanno che in Lombardia gli anziani sono il 33% della popolazione e se arriveranno al 50% senza immigrazione quella “razza” morirà? Chi ci pagherà le pensioni? Cerchiamo di capire le dinamiche vere: noi, insieme ai giapponesi, siamo tra i più vecchi al mondo. Cosa facciamo, chiudiamo tutti i confini? È un discorso molto stupido, non ci si rende conto del futuro. I problemi reali oggi sono l’invecchiamento della popolazione, la mancanza di lavoro per i nostri giovani (e non si dica che gli immigrati lo rubano, perché a raccogliere l’insalata di domenica gli italiani non ci vanno), la frammentazione della famiglia. Non ci si indigna per questo, ma per i sacchetti biodegradabili della spesa sì».

- Il web ha amplificato l’intolleranza?

«Prima queste reazioni stavano dentro i bar: erano le stesse, solo che a raccontarle erano in dieci. Ora tutti parlano di politica, di sport, di Dio. Basta prendere il caso dei vaccini: siamo pieni di grandi scienziati mancati. Ma non è solo colpa della rete».

- Cioè?

«Questa è l’espressione di una popolazione che ha un futuro da mantenere. Oggi chi ha 40 anni è nato su obiettivi già raggiunti dai propri genitori: si preoccupa di tutelare quello che ha ricevuto, ma non ha orizzonti nuovi di crescita. Quando non si riesce a mantenere una stabilità ci si arrabbia, si aspetta qualcosa che non c’è e non arriverà più. La crisi economica e la mancanza di lavoro, specialmente tra i giovani, hanno accentuato queste dinamiche. Noi italiani siamo vecchi, non riusciamo a mantenere gli standard di benessere finora acquisiti e siamo circondati da popolazioni giovani, in cerca di miglioramento. È una guerra tra poveri: la rabbia si può anche capire, ma se sopprimi il povero a fianco a te non risolvi il problema».

- Gli squilibri demografici e le disuguaglianze globali determineranno ulteriori migrazioni in futuro. Lei, lo scorso anno, aveva rivolto un accorato appello ai possibili migranti, chiedendo loro di non partire, se possibile, perché l’Italia non era in grado di accoglierli. Nel frattempo, il decreto del ministro Minniti ha contenuto gli sbarchi e in Libia, che non brilla per il rispetto dei diritti umani, si è formato un collo di bottiglia. Qual è la soluzione, se c’è, per il sistema migratorio? 

«Il blocco degli arrivi ci dà la sensazione di aver risolto il problema, ma non è così. Le popolazioni giovani troveranno sempre un modo per varcare i confini. L’Africa è stata depredata per secoli e tuttora si continua a prenderne le materie prime. I problemi mondiali vanno affrontati con intelligenza, agendo sulle cause. Perché vengono qua? Perché sono stati mantenuti così poveri per decenni? Sono necessari maggiori investimenti nella cooperazione internazionale, coraggio e una visione politica più ampia a livello europeo».

- C’è chi cavalca certe paure, soprattutto in campagna elettorale. È anche colpa dei politici se si respira una diffusa aria di intolleranza?

«Santa Caterina da Siena, parlando dei potenti del suo tempo, affermava: “Dicono, disdicono, stradicono, non dicono niente”. Oggi siamo tra lo “stradicono” e il “non dicono nulla”. Tutti i politici parlano per slogan, vogliono tagliare le tasse, ma non c’è un vero spirito di coinvolgimento. Nei programmi non si trovano visione e slancio, tanto meno sui temi di cui abbiamo parlato finora. Purtroppo rispecchiano pienamente il clima del Paese: un po’ becero e superficiale».

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