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Cambiamento climatico: prima che sia troppo tardi (soprattutto per gli ultimi)

Il clima sta già cambiando, in peggio. Con delle conseguenze pesanti anche sotto il profilo sociale. Se n'è parlato al Meeting di Rimini, nei giorni scorsi. Noi c'eravamo e ve lo raccontiamo 

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Cambiamento climatico: prima che sia troppo tardi (soprattutto per gli ultimi)

Le conseguenze sociali del cambiamento climatico ormai le possiamo vedere in Africa, tra i più poveri costretti a urbanizzarsi – e a emigrare – abbandonando campagne aride. Quelle geografiche le scorgiamo tra i ghiacciai in via di scioglimento e stagioni sempre più calde. 

Se n’è parlato al Meeting di Rimini ponendo l’accento anche sulla questione energetica: il mondo ha e avrà sempre più fame di energia (una fame oggi molto squilibrata tra Occidente e resto del pianeta), che però dovrà essere sempre più “pulita” proprio per non alterare ulteriormente il suo equilibrio complessivo. Una sfida che non possiamo perdere.

I danni maggiori per le popolazioni africane. Che emigrano

 Un record dietro l’altro. Ma c’è poco di che rallegrarsi. L’ultimo ha riguardato lo scorso mese di luglio che ha acquisito il primato del più caldo degli ultimi 140 anni, mentre i ghiacci artici sono del 20% sotto la media e quelli antartici del 4,3%. Il Noaa, ente statunitense impegnato nelle ricerche sull’atmosfera e gli oceani, ha ricordato che quello trascorso è stato il 415° mese consecutivo con temperature globali sopra la media. E nove dei dieci mesi di luglio più caldi sono datati dopo il 2005.
Certo, si tratta di dati su scala mondiale, ma le eventuali piccole eccezioni non smentiscono l’accelerazione del cambiamento climatico che negli ultimi vent’anni vede estati con temperature superiori alle medie ed eventi meteo estremi assai più frequenti.
Di questo preoccupante fenomeno letto in connessione con la produzione di energia che da un lato contribuisce significativamente alla crescita delle emissioni di CO2 in atmosfera, mentre dall’altro è elemento indispensabile nello sviluppo umano oltreché a livello economico e sociale, si è parlato durante un incontro al Meeting di Rimini, concentrando l’attenzione in particolare sul continente africano, il più esposto agli effetti del climate change.
Nel dicembre 2015 alla conferenza sul clima di Parigi denominata Cop 21, 195 Paesi firmarono un accordo vincolante che, tra le altre cose, si poneva l’obiettivo di impedire un incremento superiore a 1,5° C delle temperature entro il 2050. «A oggi gli impegni presi sono di poco sufficienti per arrivare tra trent’anni a un aumento che gli scienziati indicano oltre i 3° C – ha affermato Marco Margheri, presidente del Comitato italiano per il Consiglio mondiale dell’energia (Wec Italia) –. Se dovessimo incrementare di molto le determinazioni assunte dagli Stati che hanno firmato gli accordi di Parigi, ci posizioneremmo oltre i 2° C. Nella sostanza, quando guardiamo il cambiamento climatico ci accorgiamo che le nostre comunità attualmente non sono sulla strada giusta e non stanno esprimendo tutto il loro potenziale».
Un’altra istantanea ci ricorda che un miliardo di persone nel mondo, di cui 640 milioni in Africa, non hanno un corretto accesso all’energia. Certamente in molti Paesi, come Marocco, Tunisia e Algeria, le cose sono notevolmente migliorate. In Sudafrica il consumo pro-capite di kilowattora è quantificato in 3.900, contro i 4.800 di un italiano. Ma in Ciad è di soli 18 kwh annui.
Per il futuro Margheri ha indicato tre parole chiave: energia rinnovabile, rapporto tra centro e periferia, integrazione. L’energia rinnovabile nel nostro Paese è già una realtà, quando solo 15 anni fa sembrava troppo costosa, difficile da ottenere e sistemicamente ingestibile. «In Italia siamo cresciuti e abbiamo l’obiettivo di qui al 2025 di raddoppiare la quota di energia solare che utilizziamo», ha evidenziato il presidente di Wec Italia. Se nel passato i sistemi energetici nascevano secondo un’ottica di centralizzazione, «le fonti rinnovabili ci offrono uno sguardo su un nuovo modello in cui il sistema non è più centralizzato ma è realizzato là dove ci sono le risorse rinnovabili e quindi può essere costruito vicino alle persone». Questo in Africa o in zone con poche infrastrutture e scarsa possibilità di accesso energetico consentirebbe di avere produzioni locali per un consumo locale, senza la necessità di realizzare reti. «Il Consiglio mondiale dell’energia sostiene da tempo il barefoot college, una struttura che fa leva sulle donne dei villaggi rurali per dare loro formazione e strumentazione per costruire impianti solari di comunità – ha spiegato Margheri –. Questa è una struttura resa possibile dalla tecnologia, dalla digitalizzazione, dall’aumento degli skill (competenze) di centinaia di milioni di persone che ogni anno escono dalla povertà; è un’iniziativa che cambia il modo di vivere di queste comunità». Quanto all’integrazione, secondo Margheri «non esiste una politica energetica fatta a pezzi, che punta solo sulle rinnovabili». Nel continente nero, sia nella fascia mediterranea che in quella sub-sahariana vi sono grandi riserve di gas che i rispettivi Paesi «oggi hanno l’occasione di monetizzare, costruendo risorse per uno sviluppo che non riduca l’utilizzo di energie rinnovabili ma anzi permetta di finanziarle». Evitando modelli, come quello cinese, che non favoriscono la crescita delle comunità indigene, l’Unione Europea potrebbe giocare «un ruolo speciale, perché ha dalla sua uno straordinario zaino di competenze e di valori per essere il partner ideale di uno sviluppo che metta insieme crescita nell’accesso all’energia, lotta al cambiamento climatico e sviluppo sostenibile».
La Fondazione Avsi è un’ong impegnata con progetti di cooperazione allo sviluppo in 32 Paesi. Diversi sono gli ambiti di intervento: dall’educazione, all’abitazione, alla sanità, solo per menzionarne alcuni. «L’energia è un elemento di integrazione incredibile e la possibilità di accedervi è stata definita un diritto strumentale per poter realizzare altri tipi di diritti e per raggiungere ulteriori obiettivi di benessere – ha spiegato Francesca Oliva, punto focale per l’energia e l’imprenditoria sociale di Avsi –. Se manca elettricità, i servizi sanitari non possono essere forniti in maniera adeguata. Se a casa non c’è corrente, non si può tenere un frigorifero acceso, non si può conservare il cibo e garantire la sicurezza alimentare, i bambini non possono studiare quando è buio, le donne non possono recarsi in strada in sicurezza». Avsi opera nei Paesi dell’Africa dove l’accesso all’energia è più difficoltoso, soprattutto nelle “comunità dell’ultimo miglio”, cioè quelle più lontane dai centri abitati, dai servizi e dalle reti. Esse sono anche quelle maggiormente esposte «alle conseguenze del cambiamento climatico, perché dipendono solamente dall’agricoltura la quale è la prima a risentirne nel caso di siccità, di piogge torrenziali, dei cambiamenti stagionali che noi vediamo in modo molto evidente nei Paesi dove operiamo». Grazie al partenariato tra pubblico e privato è possibile realizzare «impianti e minireti che generano energia rinnovabile, idrica e solare in primis, per piccole comunità. Stiamo parlando di pochi kilowatt, dai 10 ai 500, energia che però è fondamentale per quei villaggi».
Tuttavia nel mondo 2,8 miliardi di persone cucinano utilizzando legna e carbone. E nel 2030 saranno ancora più di 2 miliardi. Senza contare che le intossicazioni da fumo fanno in Africa più morti di quelli causati da Aids e malaria. Alessandro Galimberti, responsabile per il cambiamento climatico e il clean cooking di Avsi, dal 2014 in Mozambico propone la vendita porta a porta a un prezzo sussidiato (equivalente a pochi euro) di fornelli migliorati. «Sinora ne hanno beneficiato 200mila persone e ogni mese facciamo risparmiare duemila tonnellate di carbone».
Il cambiamento climatico comporta (o dovrebbe determinare) l’adozione di precise strategie politiche, rivedendo i sistemi di pianificazione e di intervento sui territori, gli insediamenti, le scelte colturali in agricoltura, i regimi di gestione delle acque. Un sistema complesso e con costi non indifferenti. Basti pensare che, come affermato dal prof. Roberto Zoboli, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano, per garantire a tutta la popolazione dell’Africa subsahariana l’accesso all’elettricità, occorrerebbero investimenti nell’ordine di 160-170 miliardi di dollari. Attualmente dominano i cinesi che detengono il 30% della nuova capacità elettrica realizzata in Africa dal 2000 al 2015. Ma vi è anche una finanza per il clima, con diversi modelli di business. Come pure «stiamo assistendo all’introduzione velocissima del problema del rischio climatico nella concessione di finanziamenti da parte di banche centrali, regolatori finanziari europei, grandi attori del sistema bancario e finanziario. Tutte le attività soggette a possibili negatività derivanti dal cambiamento climatico rischiano di essere discriminate negativamente nei finanziamenti mentre, al contrario, attività che hanno il premium climatico di essere favorite nella loro azione. Quando la finanza si muove in una certa direzione, trascina dei processi estremamente rilevanti».
Tra mutamento del clima e flussi migratori esiste una relazione complessa. «Al di là dei fenomeni climatici estremi e delle situazioni che vedono delle isole nel Pacifico a rischio di sparizione, in presenza di suoli sempre meno produttivi e di famiglie numerose, ogni anno nel mondo 66 milioni di persone si spostano dalle campagne alle città – ha spiegato Stefano Signore, capo unità per energia sostenibile e cambiamento climatico della direzione generale della cooperazione internazionale e dello sviluppo della Commissione europea –. La gestione sub-ottimale dell’urbanizzazione fa sì che masse crescenti di persone, dopo aver speso qualche anno nelle banlieue, nelle periferie delle città, delle megalopoli africane, poi tentano l’esperienza migratoria. Non c’è quindi una relazione diretta in base alla quale una persona dal Sahel per ragioni climatiche viene in Europa, ma piuttosto c’è un ciclo in base al quale la migrazione di massa dalle campagne alle città non gestita in maniera efficiente porta ad aumentare il bacino potenziale di migranti».
Alberto Margoni

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