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«Tre ciliegie, don Calabria e il miracolo alla mamma»

Il racconto di un fatto che nel 1950 salvò una donna dal tetano: ne parlano le figlie

Parole chiave: Miracoli (1), San Giovanni Calabria (1), Fede (10), Testimonianze (2)
«Tre ciliegie, don Calabria e il miracolo alla mamma»

Maggio, tempo di ciliegie. In un’annata che le associazioni di categoria definiscono difficoltosa per i coltivatori, soprattutto a causa dei danni ingenti dovuti al maltempo, vogliamo raccontarvi una storia più positiva legata in parte a questo piccolo frutto rosso.
Primavera del 1950. Idelma Mignolli raccoglieva rose nel giardino della sua casa, quando si punse con una spina. Quella spina aveva iniettato nella donna il tetano, che porta con sé cefalee, spasmi alla mascella con difficoltà nel deglutire e un generale irrigidimento muscolare involontario. Venne trasportata con urgenza all’ospedale di Borgo Trento.
«Stava a denti stretti, a bocca chiusa, in preda a dolori acutissimi – racconta una delle figlie di Idelma, Anna Maria – ed era impossibilitata ad assumere qualsiasi alimento. Io al momento dell’incidente ero a insegnare alla scuola elementare di Cavriana (Mantova). Appena avvisata attraverso una chiamata da parte della mia famiglia, ho subito inforcato la bicicletta, l’unico mezzo che avevo a disposizione per spostarmi, grandi o piccole che fossero le distanze da coprire, e sono corsa al capezzale di mia mamma. Accanto al suo letto, mia cugina Bianca, che mi conferma che si tratta di tetano».
Residente a Lazise e classe 1925, Anna Maria Azzali è conosciuta da tutti in paese come “la maestra”, per antonomasia. Il ricovero della madre per aver contratto il tetano la rese testimone oculare di un fatto che vedeva coinvolto don Giovanni Calabria. Episodio che scrisse di suo pugno su fogli che consegnò, a suo tempo, al postulatore per la causa di beatificazione del Santo e che lei ama descrivere con queste parole: «Le tre ciliegie di don Calabria».
Definito da papa Giovanni Paolo II “testimone della carità verso i poveri, dello zelo per le anime, dell’amore intenso per Dio”, don Giovanni Calabria venne beatificato il 17 aprile 1988 e canonizzato il 18 aprile del 1999. Il grande sacerdote veronese è entrato nella rosa dei beati in particolare per la sua intercessione in favore di un taglialegna abruzzese che aveva il vizio di bere, tanto da procurarsi una cirrosi epatica che lo avrebbe portato a morte certa nel giro di breve tempo. L’improvvisa e totale guarigione del taglialegna venne attribuita al prelato veronese. Ma anche altre vicende legate al fondatore della Casa Buoni Fanciulli hanno contribuito alla sua fama: anche questo aneddoto emerso per bocca di Anna Maria.
Dopo aver appreso lo stato di salute della madre, la giovane capisce che la situazione è grave e, d’istinto, sale a San Zeno in Monte per cercare don Calabria, del quale la madre era particolarmente devota: qualcosa dentro di lei le dice che lui la potrà di certo aiutare. Giunta a San Zeno, incontra il segretario di don Giovanni, don Attilio Rossi, e gli spiega d’un fiato la situazione in cui si trova Idelma.
«Don Attilio mi disse che purtroppo don Calabria era indisposto e che non mi avrebbe potuta ricevere. Tuttavia mi assicurò che avrebbe fatto da tramite presso di lui». Pochi minuti dopo, esce dallo studio del futuro santo con tre ciliegie rosse.
«Me le ha consegnate – prosegue Anna Maria – e mi ha detto di portarle alla mamma e di insistere perché le mangi. Dentro di me sapevo che era un’impresa disperata: mia mamma aveva le mascelle serrate ermeticamente dal tetano, come avrebbe potuto? Tuttavia, decido di affidarmi a questa speranza e torno a Borgo Trento. Apro piano la bocca della mamma e cerco in ogni maniera di farle magiare i frutti». E Idelma si sveglia come da un coma e saluta la figlia Anna Maria e la nipote Bianca con voce flebile. «Io e mia cugina siamo rimaste a bocca aperta», conclude Anna Maria.
Poco dopo accorrono i medici chiamati dall’infermiera. Credevano di trovarsi di fronte ad una donna ormai priva di vita, invece riscontrarono un’Idelma debole, ma presente, come se si stesse svegliando da un lungo sonno. Pochi giorni dopo, viene dimessa e le viene concesso di tornare alla sua casa di Lazise.
«Mio padre Giuseppe – conferma la sorella della maestra, Libera Azzali – ha trasportato più volte sul lago, con la sua barca, san Giovanni Calabria, che spesso soggiornava sul Garda, a Pacengo. In famiglia lo conoscevamo molto bene. Per noi era santo in vita e questo episodio occorso a nostra madre ce lo ha fatto amare ancora di più».

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