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Pastore in Lessinia (e a soli 32 anni...)

Storia di Mattia e del suo gregge di pecore. Una figura affascinante, quella del pastore

Parole chiave: Antichi mestieri (1), Pastore (4), Mattia Cacciatori (1)
Pastore in Lessinia (e a soli 32 anni...)

Una figura affascinante, quella del pastore, per il grande poeta Giacomo Leopardi e per chiunque si trovi a osservare gli animali al pascolo o in transumanza, mentre si muovono con ordine lungo le strade e i sentieri. Un mestiere antico, che implica una scelta forse controcorrente per i nostri tempi, ma che oggi attrae anche alcuni giovani decisi a riscoprire ritmi di vita in sintonia con la natura e lontani dal caos delle città. Come Mattia Cacciatori, pastore transumante della Lessinia.
«Prima devo essere certo che le mie pecore abbiano da mangiare e siano al sicuro. Solo a quel punto posso nutrirmi e riposare anch’io: è questa la mia priorità». Il pastore, quello vero, non abbandona mai i suoi animali, anzi. Trascorre le giornate camminando al loro fianco, seguendo i ritmi scanditi dall’alternanza delle stagioni e dalla luce del sole, ma anche affrontando il vento, il freddo e la neve. Da pochi anni ha deciso di dedicarsi a questo mestiere Mattia Cacciatori, 32 anni. Che vive insieme alle sue duecento pecore brogne, razza ovina locale del Veronese, tra Tregnago e Giazza, e racconta le fatiche ma soprattutto la bellezza di un lavoro che si sta rivelando davvero essenziale.
I pastori infatti, specialmente quelli transumanti come lui, sono oggi delle autentiche sentinelle dei pascoli e delle colline: il passaggio degli animali consente di mantenere pulite vaste aree di prati e boschi, e di conservare quelle peculiarità che spesso certa agricoltura intensiva ha messo in pericolo. «Muovendomi di continuo ho sotto gli occhi dei cambiamenti radicali: le vigne e altre colture intensive stanno distruggendo il territorio e io voglio dimostrare che invece un modo di lavorare nel rispetto della natura è ancora possibile». Scegliendo di rimanere in collina, dove c’è meno erba rispetto alla pianura e bisogna spostare e pascolare di più. Ma dove l’aria è pulita, e silenzio e bellezza fanno parte della quotidianità.
Mattia si alza all’alba, e quando sorge il sole è già fuori con le sue pecore. Poi fa una pausa più o meno lunga, in base alla stagione, mentre gli animali ruminano, e prima dell’imbrunire conduce gli animali nel recinto. Facendosi aiutare da preziosi collaboratori: i cani da guardiania e da pastore, abilissimi nel far mantenere la giusta direzione durante gli spostamenti, controllando che nessuno si perda e segnalando gli eventuali ritardatari; e gli asini, incaricati di trasportare nelle bisacce gli agnelli nei tragitti più lunghi, permettendo loro di stare sempre vicino alle madri.
«L’obiettivo di ogni giornata è che le mie pecore abbiano la pancia piena e che siano in salute». Un traguardo per nulla scontato, questo. «Essendo transumante, per me e il mio gregge è una necessità spostarsi ogni giorno da prato a prato. Mi sono creato mentalmente un percorso in base alle stagioni e ogni anno organizzo le diverse tappe, chiedendo in anticipo ai vari proprietari di poter sostare nei loro pascoli. Fare rete è essenziale per chi sceglie un lavoro come questo, dove non esistono orari di riposo o ferie».
Di sicuro a un bravo pastore sono richieste competenze ben più ampie di quanto si possa immaginare: «Ho imparato nel tempo ad assistere una pecora durante un parto inaspettato, ad aggiustare una gamba rotta, a medicare una ferita. Il veterinario costa, e poi quando siamo isolati nella neve non abbiamo scelta: dobbiamo arrangiarci noi. Mi sono reso conto che le pecore hanno una grande capacità di adattamento, ma altrettanto facilmente si mettono nei guai e faticano a individuare un pericolo». È una passione che nasce da lontano, quella per la terra, e Mattia ricorda ancora le prime escursioni in montagna insieme alla famiglia per scoprire i segreti di vecchi artigiani e la bellezza della natura. Così, dopo numerosi viaggi di lavoro all’estero, gli studi di cooperazione allo sviluppo e di scienze forestali e un’importante attività di fotografo, ha deciso di vivere e lavorare nell’ambiente che gli è più consono. A quanto pare, e per fortuna, non è l’unico, visto che in questi anni in Italia si è registrato un aumento dei pastori giovani, proprio quando si pensava che questo lavoro sarebbe stato destinato a scomparire. Magari schiacciato dalla diffusione di allevamenti intensivi, che somigliano piuttosto a industrie, e dove si è perso totalmente quel rapporto empatico e intimo che lega il vero pastore ai suoi animali.
E proprio tornando alla terra, e abbandonando i contesti urbani, si riscopre la vera umanità: «Credo ancora nella possibilità di creare una rete di amicizie e di contatti che porti a un cammino sostenibile a livello ambientale, ma anche a relazioni autentiche e appaganti», racconta Mattia. «Quando arrivo in una contrada mi offrono un caffè, un pasto caldo. Ed è ciò che faccio io quando un amico viene a farmi visita. Si sta bene insieme, e sono proprio questi i momenti che ripagano di tante fatiche».

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