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Un tuffo nel passato di Verona e del suo amore per Dante

di LINO CATTABIANCHI

Il nipote Pieralvise ha promosso la riedizione dopo un secolo di un volume di studi sul Sommo Poeta, curato da Marchi

Parole chiave: Marchi (1), Dante (27)
Un tuffo nel passato di Verona e del suo amore per Dante

Lodevole iniziativa degli attuali eredi di Dante, il conte Pieralvise di Serego Alighieri, l’idea di ripubblicare in anastatica, con una nota introduttiva di Gian Paolo Marchi, gli studi raccolti nel volume Dante e Verona (QuiEdit 2021), la cui prima edizione venne curata da Antonio Avena nel 1921, sesto centenario della morte del Poeta, con l’obiettivo dichiarato di fare il punto sulla situazione della critica dantesca in Italia. La pubblicazione del 1921, a giudicare dai riscontri pubblici e privati che pervennero al promotore dell’iniziativa, ebbe un’accoglienza molto buona nell’intellettualità cittadina e nazionale. Ne fa fede la scelta di lettere, raccolte in appendice. “Non so se più ammirare la genialità della pubblicazione nell’intrinseco cospicuo contributo che porta alle lettere e in particolare agli studi danteschi e alla storia della nostra città o il buon gusto nella trattazione e nella scelta degli argomenti nuovi e originalissimi oltre che nel decoro estetico con cui il libro si presenta”, scriveva Achille Forti. E nondimeno Luigi Messedaglia commentava: “Ho ricevuto dal Museo il volume dantesco. È in tutto e per tutto, magnifico”.
Non meno illuminante ed entusiastico il messaggio che Benedetto Croce inviava al conte Serego Alighieri: “Ho trovato il magnifico volume dantesco, pubblicato a sua cura, e desidero esprimerle subito i miei vivi ringraziamenti. Napoli 18.XI.21”. Il filosofo dell’Idealismo italiano, nel discorso “Sul carattere della poesia di Dante” tenuto a Ravenna il 14 settembre 1920, aveva insistito “sulla necessità di sgombrare lo studio della Divina Commedia da tutto il peso delle interpretazioni politiche, morali, biografiche, allegoriche che vi hanno aggiunto i commentatori”. Danilo Lebrecht, poliedrica figura di scrittore e consulente editoriale, che pubblicò poi col nom de plume di Lorenzo Montano, mise l’accento sul carattere illuminato di questa famiglia, i Serego Alighieri, ancora sensibile alla “cultura e al gusto”, nella ormai generale “indifferenza” del patriziato veronese.
La prefazione di Gian Paolo Marchi al volume collettaneo illumina i tempi e l’atmosfera di violenta contrapposizione in cui fu proposta, nel 1921, la pubblicazione, “un momento politico concitato: in un’Italia stremata dalla guerra”, “fascisti contro socialisti e popolari si affrontavano per la conquista del potere”. Sullo sfondo, il mito della “vittoria mutilata” ad accendere passioni ed estremismi che ebbero spesso esiti cruenti nelle manifestazioni e nelle celebrazioni patriottiche del 4 novembre. L’interpretazione dell’opera di Dante non poté sottrarsi a questo clima che portò all’eccesso da parte di uno studioso, Richard Zoozman, di un tentativo di “annessione di Dante alla stirpe e alla spiritualità germanica”. Tutto questo per sottolineare la ricchezza dei contributi che Antonio Avena e il conte Pieralvise di Serego Alighieri accolsero nel volume, stampato dalla Tipografia cooperativa.
Spiega il professor Gian Paolo Marchi: “Nei saggi del volume confluiscono due filoni di studi, due diverse interpretazioni della Signoria Scaligera e di Cangrande in particolare, identificato talora, nella prima ipotesi, come il Veltro dantesco del canto primo dell’Inferno che doveva venire a ristabilire la giustizia sulla terra. L’altro filone considerava invece che Cangrande non perdesse il tempo in ‘simili frasche’ (Simeoni, p. 11), giudizio condiviso da anche Federico Chabod nella sua recensione al pur stimato saggio scritto da Luigi Carcereri”. “La gloria di Dante non chiede ormai divulgazioni ed esaltazioni. Essa furoreggia per tutto il mondo civile, ed anche le anime più semplici conoscono il gran nome e lo vedono luminoso in un bagliore di sole, perché la luce del genio ‘è penetrante’, ‘per l’universo secondo che è degno, sì che nulla le puote essere ostante’ (Paradiso, XXXI, 21-24)”, il giudizio espresso dal commendatore Francesco Carandini, prefetto di Verona, nel suo discorso commemorativo, pronunciato davanti al monumento di Dante il 14 settembre del 1921. Un tuffo nel passato di Verona e del suo amore per Dante che trova in questa pubblicazione, curata amorevolmente dal professor Marchi e promossa dal conte Pieralvise, nipote del Sommo Poeta, una conferma di grande qualità. 

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