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«Prete? Mi piacerebbe» E il bambino spiccò il volo

di LUCA PASSARINI
Don Sebastiano Cassini, da Cellore a una vocazione precoce germogliata in parrocchia

Parole chiave: Cellore (1), Illasi (2), Chiesa (181), Verona (222)
«Prete? Mi piacerebbe»  E il bambino spiccò il volo

di LUCA PASSARINI

Un piccolo che intuisce su di sé l’attenzione e la cura di uno più grande. Questo uno dei segreti alla base della vita e della fede secondo don Sebastiano Cassini (37 anni da compiere a breve), che spiega: «L’ho vissuto in prima persona, con la premura dei miei genitori e con lo sguardo di fiducia di altri adulti, a partire da quello di don Sergio Rizzotto, per anni parroco della mia natia Cellore». Morto lunedì 11 maggio 2015, è ancora molto vivo nella memoria di molti. Don Sebastiano ricorda le parole di questo prete ormai molto anziano al termine della prima celebrazione eucaristica da lui presieduta, il 24 maggio 2009: «Raccontò di un sabato pomeriggio di fine 1994 in parrocchia, che io mi ero quasi scordato, quando da ragazzo di quinta elementare ero andato da lui in confessionale e al termine del sacramento mi chiese se volessi entrare in Seminario. Riportò anche la mia risposta, che non fu né un sì né un no, ma un “mi piacerebbe” che apriva a un cammino».
Tra quel momento e l’ingresso nella comunità delle medie, allora a San Massimo, passarono vari mesi e diverse situazioni, che Cassini ad anni di distanza raccoglie così: «Io non ricordo i dettagli, ma la sensazione speciale di essere stato considerato dal don, una persona che valutavo importante non solo e non tanto per il ruolo, ma che ammiravo e a cui volevo assomigliare, anche nei giochi da bambino quando rientravo a casa dopo il tempo al parco con gli amici». Oltre alla relazione speciale con don Sergio, i primi passi del cammino hanno voluto dire pure entrare nel gruppo di ragazzi che più vivevano la parrocchia di Cellore – molti entrati in Seminario minore, alcuni oggi preti – e conoscere altri coetanei, anche attraverso gli incontri vocazionali “Cenacoli” che in quel periodo avevano una delle sedi proprio a Cellore.
«In quelle domeniche mattina, di cui ricordo i giochi nel campo da calcio e le avventure delle tribù degli indiani, conobbi in particolare Michele Valdegamberi, di Badia Calavena, e Cristian Tosi, di Tregnago. Alla fine degli incontri ci salutammo senza sapere che ci saremmo rivisti al campo estivo Speranzine a Roverè e poi a settembre in Seminario in una classe di venti ragazzi. Tra quelli, ad anni di distanza, siamo stati ordinati preti proprio noi tre». Tornando all’inizio del cammino di Seminario, don Sebastiano ricorda bene anche il momento in cui condividere con i suoi genitori il desiderio di questa scelta, con il timore di deludere le aspettative familiari – che puntavano su di lui più che sulle sorelle per portare avanti la loro piccola impresa – e con il grande sostegno ancora una volta di don Sergio, che senza forzare o imporsi favorì il dialogo, che si concluse con la raccomandazione di papà Flavio al figlio: «Guarda che i preti non ti facciano il lavaggio del cervello». Una premura che viene colta dal ragazzo come una sorta di stile e di mandato che mette insieme allo stesso tempo fiducia e indipendenza, responsabilità e senso critico.
Al termine degli anni delle medie, all’insegna della spensieratezza, delle grandi avventure, del passaggio dal piccolo paese dove ci si vede poco alla grande comunità che si basa su fraternità e amicizia, ecco la scelta per le superiori: «Avevo il sogno di diventare meccanico e per questo avevo pensato di uscire dal Seminario; poi, un giorno, ecco un altro adulto che in maniera quasi inaspettata entra in maniera nuova in relazione con me e mi fa notare qualcosa di speciale. Non un prete educatore – da cui forse sarebbe stato normale aspettarselo e non avrebbe avuto lo stesso effetto –, ma il professore di italiano, che mi manifestò il fatto che notava come stessi bene in Seminario e che avrei potuto fare il Liceo classico, allora richiesto ai seminaristi e che io temevo». Negli anni delle comunità allora individuate come Ginnasio e Liceo, un grande scatto di crescita, anche per un rapporto di fiducia e confidenza con un altro adulto significativo, il padre spirituale: «Con lui, nei colloqui e nelle confessioni, mi sono messo in gioco e mi sono confrontato sulle prime intuizioni da grande, in particolare sul fatto che la vita è un dono ricevuto gratuitamente e che diventa pieno quando lo si regala a qualcuno».
La quotidianità in Seminario, alcune esperienze di servizio, momenti speciali di gioia e di dialogo in famiglia, la Giornata mondiale della gioventù a Toronto, la rielaborazione di alcuni episodi dell’infanzia hanno aiutato Cassini a prendere la decisione di incamminarsi verso il sacerdozio con il percorso nel Seminario maggiore: «A 18 anni avevo l’adrenalina di affermare che regalavo la vita, il puntare in alto mi faceva sentire vivo e mi portava a leggere in maniera evangelica anche le parole di alcune persone attorno che mi dicevano che stavo sprecando e buttando via tutto».
La grande carica iniziale dovette fare i conti con un periodo di profonda crisi in seconda teologia, che ha portato con sé il purificare le intenzioni: «Dal sentirmi grande e protagonista perché avevo avuto l’intuizione e il desiderio speciale di regalare la vita, sono stato aiutato a cogliere in un percorso di accompagnamento come sia una caratteristica naturale della nostra esistenza che sia fatta per essere donata». Accettando questa logica della vita, ha vissuto gli ultimi anni di formazione e i primi di ministero dove tutto questo è stato amplificato e ha trovato conferma nelle piccole e grandi esperienze, rielaborate da novello curato insieme con il parroco di Cadidavid, mons. Ottavio Todeschini: «Da lui ho sentito fiducia e accompagnamento, con lui ho gustato la bellezza della fraternità presbiterale e ho compreso che la vita del prete non è elargire servizi, ma un cammino che ti fa crescere per tutta la vita e in tutti gli aspetti della tua umanità». Scoprendo che tutto quello che la vita ti fa intuire – la bellezza del donarsi, la gratitudine per chi ti ha preceduto, la gioia delle relazioni autentiche, l’importanza della paternità che garantisce vicinanza e libertà – è poi quello che ti chiede di vivere, in particolare per don Sebastiano Cassini ora come educatore in Seminario minore e segretario del Consiglio presbiterale diocesano.

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