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Brentegani: «La Guinea Bissau così ricca e così impoverita»

di PAOLO ANNECHINI
Il prete fidei donum veronese racconta la difficile situazione del Paese africano

 

Parole chiave: Guinea Bissau (1), Fidei Donum (3), Missione (14)
Brentegani: «La Guinea Bissau così ricca e così impoverita»

di PAOLO ANNECHINI
È rientrato nei giorni scorsi in Guinea Bissau, dove opera come fidei donum, don Lucio Brentegani, 51 anni, originario di Pastrengo, prete dal 2000, che ha trascorso qualche settimana a Verona. Don Lucio ha incontrato amici e sostenitori nel teatro parrocchiale di Sommacampagna lo scorso 27 aprile. Prima di partire lo abbiamo intervistato.
– Don Lucio, la Guinea Bissau, ovvero un colpo di stato dietro l’altro…
«La Guinea Bissau è una terra molto ricca, piovosa, fertile. Ci sono zone turistiche di fama internazionale, come le 88 isole nell’arcipelago delle Bijagos, diventate attrazione naturalistica mondiale, e poi c’è la possibilità di coltivare qualsiasi prodotto: dal riso agli anacardi, dalla mandioca alle patate, al mais. Insomma, si può dire che, dal punto di vista naturalistico e agricolo, tutto quello che si semina dà buon frutto. Purtroppo però tutte queste ricchezze non sono valorizzate dalla situazione politica che da troppo tempo stiamo vivendo. In Guinea Bissau non c’è una fabbrica che possa avere questo nome e sia in grado di dare lavoro ai giovani. Nel Paese c’è un unico imprenditore, che è lo Stato: i settori della sanità e dell’istruzione sono i soli che offrono possibilità di lavorare a medici, infermieri, insegnanti. Questo crea smarrimento e delusione nei giovani, che non riescono a guardare al futuro con speranza, si ripiegano nel perdere tempo, sulle droghe, sulla piccola malavita. Quindi, come dicevo all’inizio, una terra ricca ma che vive una situazione di estrema povertà. E il motivo principale di questa situazione è l’instabilità politica che è diventata cronica, togliendo speranze e prospettive per il futuro. Se si considera poi che la popolazione del Paese è giovanissima, con il 50% degli abitanti che hanno meno di 25 anni, si capisce quali sono le problematiche che viviamo».
– La Chiesa in questo contesto come si pone? «La Chiesa sta dentro queste situazioni, lavora molto in ambito pastorale e sociale, soprattutto nella scuola e nella salute. La Chiesa ha scuole con circa 50mila alunni e questo vuol dire che più del 10% degli studenti di tutto il Paese studiano in una scuola cattolica. I missionari fanno un grande investimento formativo. Nell’ambito della salute la Chiesa cattolica è molto presente con ospedali (pensiamo a quello di Cumura fondato da mons. Ferrazzetta, partito come lebbrosario e trasformatosi anche in ospedale civile) e decine e decine di centri di salute che sono il vero riferimento della popolazione nei villaggi. Sono grandi servizi quelli della salute e dell’istruzione che la Chiesa svolge investendo molte delle sue energie. Poi ovviamente c’è tutta la pastorale».
– Come la svolgete?
«La Chiesa cattolica è capillarmente presente in tutti i grossi centri della Guinea Bissau e in molti villaggi con l’annuncio, la pastorale, la catechesi. È questo l’impegno prioritario di ogni missione. Sono molti i giovani che intraprendono cammini di preparazione ai sacramenti, e ciò è molto positivo. Meno positivo è che l’attenzione ai sacramenti non trova altrettanto riscontro nel vivere la dimensione della vita cristiana con una testimonianza forte. In ogni caso in Guinea Bissau la Chiesa è riconosciuta dallo Stato e dalla società civile come istituzione fedele, che fa quello che dice ed è trasparente, e questo è frutto del molto lavoro fatto negli anni passati, iniziato da mons. Ferrazzetta e continuato con la presenza di molti preti, suore, laici che hanno portato avanti un preciso stile di presenza e di impegno, sempre a fianco della gente».
– Il 31 marzo 2021 moriva dom Pedro Zilli, vescovo di Bafatá. A un anno dalla sua morte come lo ricorda la gente?
«Tutti lo ricordano come l’uomo del dialogo, dell’incontro e dell’accoglienza. Non si è mai tirato indietro all’incontro anche nei confronti degli altri leader religiosi della Guinea Bissau. Tutti a Bafatá lo ricordano con nostalgia, indubbiamente».
– Nella parrocchia San Daniele Comboni a Bafatá, dove voi missionari veronesi risiedete, è in costruzione la chiesa. A che punto siete?
«La chiesa è già in funzione dall’ottobre scorso, dalla festa di san Daniele Comboni. C’è il minimo indispensabile per essere utilizzata, ovvero il tetto, le pareti… Mancano i “dettagli”, ma per questi non c’è fretta, e soprattutto sarà la comunità a farsene carico, nei modi e con i mezzi che riterrà più opportuni. La chiesa struttura è legata alla chiesa comunità, che per fortuna è viva e cresce. Abbiamo da poco battezzato 20 giovani, dopo un cammino di anni di catecumenato. Sono per noi numeri importanti, segno di una comunità che genera interesse e partecipazione nel territorio dove si colloca».
– Il suo lavoro è sempre stato con la Caritas. In quali direzioni?
«La Caritas in Guinea Bissau lavora su 4 aree: istruzione, salute, agricoltura, microcredito. Istruzione, accompagnando le scuole cattoliche della diocesi, che sono 45 con 15mila alunni. La salute, con case delle mamme e i centri nutrizionali che seguono i neonati fino ai due anni, spesso scongiurando malnutrizione e quindi ulteriori problematiche. Le case delle mamme, dove le donne vengono accompagnate nel parto, hanno fatto drasticamente diminuire la mortalità infantile, che aveva un tasso inaccettabile. L’agricoltura, con l’aiuto e il supporto tecnico ai contadini nella coltivazione del riso e di altri prodotti, cercando la valorizzazione di prodotti locali. Il microcredito, che coinvolge 15mila persone, spesso donne, con piccoli prestiti per far partire o sostenere attività di artigianato, agricoltura o di altro genere».
– Dalla morte di mons. Zilli lei è amministratore diocesano. È preoccupato per la situazione? «La Chiesa della Guinea Bissau dipende dalle generosità delle Chiese più ricche con le quali c’è collaborazione, come quella italiana, brasiliana, portoghese, statunitense. Questa crisi economica, anche in seguito alla pandemia, chiaramente si riflette su di noi, con una riduzione delle donazioni. Da una parte sono preoccupato, perché ci vengono a mancare aiuti importanti, ma dall’altra però sono convinto che dobbiamo cercare strade di semplicità e di sobrietà, dobbiamo cercare ciò che è fondamentale ed essenziale per noi, creando cammini nuovi che siano sostenibili. È una fase importante, che ci costringe a cambiare, e il cambiamento io lo vedo sempre come una possibilità». 

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