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Un'autonomia piccola piccola...

All'esame del Parlamento un accordo Stato-Veneto assai limitato nei contenuti. I pareri del sindaco Sboarina, del presidente della regione Zaia e del politologo Feltrin 

Parole chiave: Autonomia (2), Veneto (7), Zaia (2), Feltrin (1), Sboarina (3)
Foto di bandiera del Veneto che sventola sullo sfondo di un palazzo veneziano

Su una cosa il presidente regionale Luca Zaia ha indiscutibilmente ragione: se non si farà ora – con un governo a trazione leghista –, non si farà mai più. Ma di cosa parla?
Di una maggiore autonomia regionale rispetto al potere statale, distribuita su una ventina di materie: la volontà del Veneto c’è, sancita pure da un referendum consultivo tenutosi nel 2017; gli esiti sono ancora sconosciuti per il semplice fatto che il ministro per gli Affari regionali, la leghista Erika Stefani, ha appena inviato al Parlamento il pacchetto di proposte concordate con Lombardia, Veneto e, in parte, Emilia Romagna. Un blocco da approvare o rigettare in toto: procedura forse discutibile, ma l’unico modo per realizzare quanto discusso e accettato dopo lunghissime trattative e una valutazione (dicono) molto attenta di ogni punto.
Non è detto che la bozza inviata uscirà così; non è detto nemmeno che verrà approvata, stante i musi lunghi dei 5 Stelle, il cui elettorato sta prevalentemente in Meridione e dove si teme in sostanza una fuga in avanti del Nord, lasciando per strada il Sud.
Ok: ma in cosa consiste questa benedetta autonomia? «Cambia il rapporto con lo Stato – spiega il ministro –. Le Regioni potranno gestire le risorse relative alle competenze che otterranno. Questo implica semplificazione, velocizzazione dei processi, investimenti mirati visto che chi li fa conosce perfettamente il territorio e le sue esigenze. Inoltre autonomia significa responsabilizzazione, i cittadini sapranno finalmente chi eroga bene o male un servizio, e agiranno di conseguenza. L’autonomia avvicina i centri decisionali ai cittadini. Ricordo che, all’inizio del percorso, la spesa è calcolata sul costo storico (entro 5 anni, ndr): il che significa che le Regioni tratterranno le risorse che già oggi lo Stato spende per garantire quei servizi. È questo principio che rende la riforma a saldo zero. Il principio solidaristico invece non verrà mai meno! È un principio sacro, previsto dalla Costituzione e non sarò certo io a modificarlo».
Quindi, la palla passa alle Regioni su molte delle 23 materie che un antico governo di centrosinistra ha voluto “regionalizzare” di più. Con i relativi soldi, che Stato e Regioni si divideranno.
Qui iniziano i punti dolenti: quanti soldi? Vedremo, ma il ministero delle Finanze non stravede all’idea di vedersene sottratti dal bilancio statale. Quindi modalità e quantità diventano decisivi. E quali materie? Soprattutto scuole e istruzione: qui sostanzialmente molto emigra da Roma a Venezia; mentre sulla sanità, già fortemente “regionalizzata”, lo Stato ha concesso veramente poco di quanto richiesto. Da trasporti e infrastrutture (altro ministero grillino) scarse soddisfazioni: le concessioni autostradali rimangono in capo allo Stato, così come 18 linee ferroviarie locali e il sistema di finanziamento del trasporto pubblico locale. Qualcosina ancora su ambiente e lavoro, su Venezia e pochissimo altro.
Insomma, detta alla Shakespeare: molto rumore per nulla o primo passo in avanti? Comunque, nessuna rivoluzione in vista.
Nicola Salvagnin

Il Governatore: «Più poteri, ora o mai più e dovrebbe esserci per tutti»
«Io sono allibito. Apro i giornali e leggo: “Secessione dei ricchi”. “Il Sud farà una brutta fine”… Cose che non stanno né in cielo né in terra, che vengono dette adesso, al termine di un percorso trasparente che dura da tempo. Io stesso ho scritto un mese fa una lettera aperta ai cittadini dell’Italia meridionale: questa non è una riforma contro il Sud e anzi tutte le regioni italiane dovrebbero chiedere l’autonomia, così come abbiamo fatto noi».
Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, è consapevole che le prossime settimane saranno decisive per la realizzazione del progetto politico di una vita, quello a cui tiene di più: ancora pochi passi e l’autonomia del Veneto sarà realtà… Ma si tratta di passi impegnativi, tutti in salita. Il presidente ha un’idea chiara in testa: «O l’autonomia si fa con questo Governo o non si farà più, e sarà un bel problema».
– Presidente, iniziamo allora a rispondere a chi critica questo cammino di intesa, che secondo i più critici mette in discussione addirittura l’unità nazionale. È così?
«Guardi, cominciamo col dire che tutto questo processo è stato fatto rispettando rigorosamente la legge e la Costituzione italiana. Anzi, è fatto per dare compimento alla frase detta nel 1948 da Luigi Einaudi, presidente della Repubblica e padre costituente, che diceva di “dare a ciascuno l’autonomia che gli spetta”. Poi l’Italia ha fatto la scelta centralista. Fino al 2001, Governo D’Alema, ricorda?».
– Ricordiamo anche ai lettori, dunque, la storia di questo cammino…
«Nel 2001 il centrosinistra, per rispondere alla Lega, vara la riforma del Titolo V della Costituzione, prevedendo tra l’altro la possibilità di chiedere autonomia differenziata. E lo fa citando esplicitamente 23 materie, come fosse il menù di un ristorante: le stesse che ora noi stiamo chiedendo, non si tratta di un’invenzione di Zaia. Una possibilità che non prescinde dalla solidarietà verso le altre Regioni. Ricordo poi che abbiamo fatto una legge regionale, votata da un Consiglio regionale, per poter indire un referendum. Ricordo anche che il Governo ha impugnato tale legge e che nel 2015 la Corte Costituzionale ci ha dato ragione. Poi, il Governo ci ha ostacolato in tutti i modi, non ci ha riconosciuto alcuna spesa, il referendum ce lo siamo pagato tutto noi. Ma alla fine l’esito è stato quello conosciuto: 2 milioni e 328mila veneti hanno detto sì, superando agevolmente il quorum che avevamo messo».
– Quanto è stato importante quel referendum?
«L’ho voluto fortemente, e ho voluto anche il quorum, proprio perché immaginavo una trattativa non facile. Dico di più: senza referendum la trattativa si sarebbe già arenata. È la forza della consultazione popolare, trasversale. In quell’occasione hanno votato sì gli elettori di tutti i partiti, compresi i cittadini di origine meridionale e gli immigrati».
– Poi è iniziata la trattativa con il Governo, già con Gentiloni. A che punto siamo?
«La pre-intesa con il Governo di centrosinistra l’ho voluta e cercata, anche se riguardava solo cinque materie, ma è stato un segnale. In questi mesi la ministra Stefani ha fatto un lavoro strepitoso, il tavolo tecnico è chiuso, ora il cammino è tutto politico e verte non sulle 23 materie, ma sulle competenze concrete riguardo a tali materie. Per esempio, dal Governo ci sono resistenze sulle infrastrutture o sull’ambiente. Noi chiediamo di poter gestire la Valutazione d’impatto ambientale. Ci mancherebbe altro che non possiamo gestire bene una Via regionale!».
– Insomma, ci sarà una trattativa. Ma si fida dei Cinque stelle?
«È una questione di coerenza. In Veneto sono tutti schierati per l’autonomia e mi fa piacere, li voglio ringraziare. Del resto, anche al referendum erano per il sì, e hanno firmato il patto di Governo. Poi c’è un’altra anima… Ma io ho fiducia in due persone: Matteo Salvini e Luigi Di Maio».
– Si aspettava questa levata di scudi dal Sud?
«Come dicevo, sono allibito nel leggere certi titoli. Il Sud va rispettato, su questo non ci piove. Ed è sicuramente in difficoltà, ma non sarà mica colpa nostra? E certamente neppure dei cittadini del Sud, ma di una classe dirigente che ha dilapidato le risorse che arrivavano. Se io avessi fatto certi disastri, i veneti mi avrebbero mandato via da un pezzo. Io, come è noto, sono per l’autonomia di tutte le Regioni. Perché autonomia significa responsabilità».
– Prima, per spiegare le 23 materie, per le quali la Regione prevede l’autonomia variabile, ci faceva l’esempio del menù… Mi permetta però, presidente: uno di solito mica ordina il menù tutto intero. Insomma, non crede che ci vorrebbe un po’ di gradualità, anche per sperimentare il nuovo assetto?
«Mah… Qui parliamo di un passaggio epocale, non possiamo certo aprire trattative con il Governo ogni anno. Tengo a dire che il sistema veneto gestisce le cose in modo eccellente, nessuna amministrazione è in dissesto. Non sono in discussione le 23 materie, poi siamo costretti a discutere sui contenuti delle 23 materie».
– C’è un’altra cattiveria che gira sul suo conto… Zaia alza la posta, così si fa dire di no e ha già pronta la prossima campagna elettorale.
«Ma figuriamoci! Ci tengo a dire che noi siamo stati chiari fin dal primo giorno, non sto facendo nulla di diverso rispetto a quello che ho sempre detto e scritto… E poi, mi scusi, com’è che neppure il tavolo con l’Emilia e la Lombardia si è chiuso? E com’è che finora non sono mai arrivate controproposte? Dal punto di vista politico, il gioco l’abbiamo condotto noi».
– Si dice pure che Salvini non abbia messo l’autonomia in cima alle sue priorità.
«Fantapolitica, con me non attacca. Lui fa il vicepremier, io ho un’unica preoccupazione: i veneti; non mi interessano altre poltrone, fare il premier o il commissario europeo, non me ne frega niente. Io voglio l’autonomia, la conclusione della Pedemontana, insomma lavorare per i veneti».
Bruno Desidera

Il sindaco: «Avvicinerà di più i centri decisionali ai cittadini»
Pochi giorni fa Zaia e il sindaco di Verona, Federico Sboarina, si sono incontrati in Fiera, occasione in cui il primo cittadino ha rinnovato l’appoggio dell’amministrazione comunale alla battaglia che ha fatto seguito al referendum del 22 ottobre 2017.
– Sindaco Sboarina, a che punto siamo?
«Siamo di fronte alla possibilità di riscrivere davvero i rapporti tra Stato e Regioni; e se siamo arrivati a portare una bozza strutturata del testo sull’autonomia in Consiglio dei ministri, significa che il traguardo è veramente alla portata. Certo, rimane del lavoro da fare perché si è parlato di una condivisione al 70 per cento, adesso dobbiamo fare lo sforzo per l’ultimo miglio. Siccome fin qui la partita è stata condotta bene, sono sicuro che si troverà un’intesa. Il presidente Zaia ha avuto un ruolo forte e efficace. Credo anche che le Regioni virtuose e più efficienti, come il Veneto, debbano ottenere ulteriori competenze, perché hanno già dimostrato di essere in grado di assumersi responsabilità di gestione più ampie».
– L’autonomia regionale ha dei limiti? Se sì, quali?
«Più che limiti, io vedo vantaggi per tutti e non solo per il Nord, come dicono alcuni. Autonomia regionale vuol dire maggiore efficienza, velocità di scelta, incisività nell’affrontare i problemi e nel dare risposte alla collettività. Poter contare sulla possibilità di spendere le proprie risorse a favore della propria comunità è un principio fondamentale della buona amministrazione. Questo non significa lasciare altri al proprio destino. Lo Stato centrale non è in discussione e mantiene i propri poteri nelle materie come la difesa, la giustizia e la politica estera, mentre l’erogazione di servizi in maniera più efficiente ed economica va attribuita all’ente più vicino al cittadino, nel rispetto del principio di sussidiarietà. La filiera corta è sempre la più efficace. Un limite all’applicazione dell’autonomia, invece, può venire dal fatto che ci sia chi spinge per l’approvazione di un provvedimento “annacquato”, frutto di un compromesso al ribasso che non dia vera libertà di scelta a livello territoriale. Ma proprio su questo tema si sta impegnando a fondo il presidente Zaia e i risultati parlano per lui».
– Lei avrebbe scritto diversamente il testo sull’autonomia?
«Credo che si sia seguito l’unico iter possibile, cioè quello che rispetta la legge e la Costituzione. Verona e il Veneto possono diventare un modello di best practices, perché in alcune materie esprimiamo eccellenze cui altre Regioni e amministrazioni possono ispirarsi. È chiaro che con maggiori risorse disponibili da investire per il bene del proprio territorio, anche per i Comuni l’efficacia dell’azione amministrativa diventa maggiore. Saremo in grado di sostenere meglio le richieste di sviluppo, essere più incisivi in progetti a favore della mobilità, della crescita, della sicurezza, dell’ambiente. Le risorse, se ben utilizzate, si trasformano in un volàno incredibile. Mi chiedo: chi non vorrebbe vivere in un Paese che investe nel proprio futuro, che innova, che sa dare le risposte giuste in tempi rapidi e ha le risorse adeguate per progetti che lo rendono competitivo a livello internazionale?».
– È tema caro alla Lega. Come si pone, invece, rispetto al centrodestra più nazionalista?
«Il progetto dell’autonomia è sostenuto da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Cioè da due Regioni governate dal centrodestra e da una del centrosinistra. Addirittura anche la Campania adesso la chiede. Da rappresentante del centrodestra chiarisco meglio quanto ho già detto: autonomia significa spostare i centri di decisione più vicini ai bisogni. Non si sottrae nulla agli altri, ma si impiega meglio ciò che è già a disposizione di quella comunità. L’autonomia è uno strumento straordinario a favore di tutta l’Italia che potrebbe diventare un Paese più moderno e realmente al servizio degli amministrati».
Laura Perina

Il politologo: «Simili riforme non vanno fatte in questo modo»
Si fa presto a dire autonomia. Ma il percorso, visto da un esperto di Scienze politiche, è pieno di ostacoli e macigni, di varia natura: costituzionale, procedurale, economico, sociale. Ne è convinto Paolo Feltrin, docente all’Università di Trieste, che prova a mettere in fila le varie questioni.
– Professore, cominciamo dai problemi procedurali e costituzionali.
«Tutto ruota intorno al comma 3 dell’articolo 114 della Costituzione, quello riformato nel 2001. Si parla di negoziare forme particolari di autonomia, ma su questo i costituzionalisti hanno pareri diversi: si tratta di un cavallo di Troia per ottenere la riforma federale dello Stato o di un dispositivo per regolare questioni nuove e non determinanti riguardo alle materie concorrenti, diciamo di “rifinitura”?».
– Lei cosa pensa?
«Io propenderei per la seconda ipotesi; ma in ogni caso, se si vuole dar vita a uno Stato federale, lo si dovrebbe fare per la via maestra, con una riforma organica decisa a livello centrale, per esempio con il Senato delle Regioni… Ci hanno provato, come è noto, Matteo Renzi in anni recenti e Silvio Berlusconi dopo il 2001, ma sappiamo tutti che i referendum sono stati bocciati. Poi ci sono altre stranezze...».
– Quali?
«Per esempio il fatto che questa intesa viene chiusa dal Governo e dalle Regioni, il Parlamento può solo votarla o respingerla in blocco. Ancora, quella del 2001 è stata sostanzialmente una riforma demagogica, per inseguire la Lega sul suo terreno. Tra le materie concorrenti sono state inserite infrastrutture nazionali, questioni strategiche per uno Stato… Infine, accenno a una questione di carattere economico: in questo decennio si è assistito in tutta Europa a un opposto processo di ri-centralizzazione, per un motivo molto semplice: se devo controllare la spesa pubblica, non posso moltiplicare le fonti di spesa… Lo sanno anche le famiglie e le imprese: se si è in difficoltà economica si tiene un solo conto corrente e lo si controlla strettamente. Dopodiché, se iniziamo a parlare del merito, c’è subito un problema grosso».
– Mi lasci indovinare: è forse il Sud?
«Soprattutto la differenza tra Nord e Sud. Il federalismo ha un senso quando le differenze non sono esagerate, soprattutto a livello economico. Si dà il caso che l’Italia sia il Paese con le differenze maggiori tra la regione più ricca, la Lombardia, e quella più povera, la Calabria. Trentamila euro di reddito medio contro 15mila. Guardi che nel 1989 la Germania riunificata presentava differenze anche più vaste, eppure sono state colmate. Questo per dire che non è impossibile farlo. Ma la questione chiave è: siamo d’accordo che i cittadini debbano avere uguali servizi anche di fronte a differenze sostanziali di gettito fiscale? Se siamo d’accordo, è chiaro che ci dev’essere una redistribuzione di risorse tra regioni più ricche e più povere. Poi il Nord ha ragione quando dice che l’efficienza è diversa e dipende dalle classi dirigenti. Certo, c’è la mafia, la corruzione... Ma soprattutto i soldi vengono spesi in assunzione di personale, come ammortizzatore sociale di fronte alla mancanza di lavoro».
– E quindi?
«Su questo punto il Nord è silenzioso, ma è chiaro che per liberare il Sud da questa catena l’unica possibilità è portare lavoro. È possibile, Marchionne l’ha fatto… Dov’è una politica nazionale per il Sud? Autonomia o meno, da questa non si prescinde. Oltretutto il Sud ha ragione su un altro punto: se una regione è più ricca, ha più aziende, avrà bisogno di maggiori infrastrutture, treni, strade… E quindi è chiaro che i maggiori investimenti vanno al Nord. Ma, da capo, ci si pone o no il problema delle zone depresse e sottosviluppate?».
– Dunque, riassumendo…
«L’autonomia di alcune Regioni, a mio avviso, comporta almeno tre problemi: di finanza pubblica, del perdurare del sottosviluppo meridionale e di mancanza di un assetto federalista coerente, a partire dalle Istituzioni centrali».
Bruno Desidera

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