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Sostituiti dai robot

L’Istat ha recentemente certificato che in un solo mese sono spariti in Italia 75mila posti di lavoro di dipendenti con contratto a tempo indeterminato

Parole chiave: Robot (6), Lavoro (62), Occupazione (8), Precariato (1)
Robot Nao

Uno dei due più grandi molini italiani (un’infrastruttura gigante e modernissima che produce tonnellate di farine ogni giorno) è gestito da… quattro dipendenti. Il resto è automatizzato. Le catene di montaggio nelle fabbriche – da quelle che producono treni a quelle che inscatolano sottaceti – stanno sparendo un po’ ovunque. Un lavoro alienante in meno, ma anche tanti posti di lavoro in meno: ci pensa una macchina. Il computer, il digitale stanno cancellando lo stesso concetto di “impiegato” o di “segretaria”: basti pensare che entro una ventina d’anni considereremo il lavoro di bancario come sostanzialmente estinto.
C’è bisogno comunque di lavoro umano. Ma per un certo periodo; per alcune ore della settimana; per una stagione. L’Istat ha recentemente certificato che in un solo mese sono spariti in Italia 75mila posti di lavoro di dipendenti con contratto a tempo indeterminato: neo-pensionati non sostituiti; lavoratori licenziati o che (più raramente) hanno dato le dimissioni. Nel contempo, sono cresciuti di ulteriori 17mila unità i contratti a termine.
Ebbene: i lavoratori a tempo determinato, cioè quelli che a una certa data abbastanza prossima smetteranno di lavorare, in Italia sono oggidì 3,1 milioni, nonostante un recente provvedimento legislativo che di fatto ha reso il rinnovo dei contratti a termine problematico se non impossibile. Quindi i numeri si possono leggere con il metodo del bicchiere mezzo pieno (chissà quanti nuovi precari in più se non fosse intervenuta la stretta legislativa) o con il criterio del mezzo vuoto: è solo aumentato il turn over all’interno delle aziende. Invece che riassumere la stessa persona, se ne prende un’altra.
Le teorie politico-economiche affermano che i lavori più precari, a tempo, disagiati dovrebbero essere pagati di più di quelli stabili. In Italia succede il contrario. Dentro quella precarietà c’è anche tantissimo sfruttamento, bassi salari, provvisorietà lavorativa ma anche reddituale. Stanno progressivamente venendo a mancare gli argini dei contratti collettivi di categoria (e chi li rinnova più?) e soprattutto una realtà economica solida e fiorente che giustifichi la creazione di nuovi posti di lavoro ben pagati, come succede ad esempio in Germania o, nel loro piccolo, nella Repubblica Ceca e in Polonia.
Chi vuole scambiare l’acciaio con il turismo, ad esempio, non sa che quest’ultimo è redditizio solo in alcuni casi: poche città d’arte, l’Alto Adige e la Val d’Aosta, i luoghi estremamente belli e frequentati tutto l’anno. Il resto è un tirare a campare sulle onde della stagionalità. Ci stiamo adeguando come sistema-Paese.

Fonte: Sir
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