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Se non nasce più nessuno pagheremo un conto salato

Il prof. Federico Perali (Univr): tempo già scaduto, cerchiamo di limitare i danni

Parole chiave: Nuovi nati (1), Crollo demografico (1), Demografia (2), Denatalità (4), Stato (5)
Se non nasce più nessuno pagheremo un conto salato

Siamo ultimi in Europa per nascite ogni mille donne; l’età media al parto continua a crescere, toccando per la prima volta la soglia dei 32 anni. Recentemente anche il Lions Club Verona Europa, presieduto dall’avv. Gian Andrea Chiavegatti, ha approfondito questa tematica all’interno di una serata in compagnia del prof. Federico Perali, ordinario di Politica economica all’Università di Verona, autore di numerosi studi e pubblicazioni nel campo dell’economia della famiglia, del benessere e dello sviluppo umano. Partendo dal presupposto che «ognuno di noi nel suo piccolo è agente del cambiamento» e «ingrediente di innovazione», Perali ha cercato di fare chiarezza sulle cause del crollo demografico italiano; o meglio: ha sfatato molti luoghi comuni che rischiano di dare una percezione distorta della questione.

I numeri dati sul calo demografico se ne possono trovare a bizzeffe, ma ne basta uno per spiegarli tutti. Il tasso di fecondità totale (che esprime il numero medio di figli per donna in età feconda, ossia 15-49 anni) è di appena 1,32 figli in Italia contro l’1,9 della Francia o l’1,8 della Gran Bretagna. «Siamo sotto il livello di riproduzione della società – ha spiegato Perali – e questo avviene già dagli anni Ottanta, quindi non si tratta di un problema recente, avremmo potuto muoverci molto prima». Guardando solo agli ultimi 10 anni, le nascite si sono ridotte di quasi 130mila unità (-21%), con una perdita annua costante del 2%; per il 2019 si prospetta un ulteriore meno 8mila.

«Non ci si aspetta che in futuro le nascite possano compensare il tasso di mortalità – ha precisato il docente –. È un trend che non riusciremmo a invertire oggi anche se ci mettessimo a fare figli in massa perché ci sono troppe poche donne in età riproduttiva». Si è venuta a configurare la cosiddetta “trappola demografica”; in altre parole manca la materia prima: le potenziali mamme. Da quando la numerosa generazione del baby boom (nata a cavallo tra anni Sessanta e Settanta) ha superato l’età buona per fare figli (rivelandosi molto meno feconda dei genitori) si è accentuata la sproporzione con la popolazione giovane e fertile. È un circolo vizioso, che avrà ricadute disastrose sulla spesa pubblica e sulle entrate dello Stato. Così, per dirla in maccheronico: in un Paese di pensionati chi pagherà le pensioni? E le tasse? E chi produrrà ricchezza?

L’arrivo all’attuale baratro è senza dubbio il frutto di decenni di politiche demografiche a dir poco miopi: ne è la controprova la Germania, che in piena recessione ha investito in servizi alle famiglie e ora sta vedendo i primi risultati. Ma la politica è sempre specchio di un sentire collettivo: non è un caso che oggi si viva sempre più alla giornata, ripiegati sul presente, senza un progetto di vita che un figlio impone. Certamente ha inciso anche il sistema lavorativo-bancario, con la difficoltà di accedere ai mutui per la prima casa a chi non ha il “posto fisso”. C’è poi chi attribuisce una grande responsabilità della situazione alle donne che aspirano alla carriera; eppure i Paesi del nord Europa (Scandinavia su tutti), dove le donne lavorano di più, sono anche quelli dove si fanno più figli.

Così come non c’è correlazione tra nati e disponibilità di asilo nido; ma non esiste nemmeno più distinzione tra nord e sud Italia, non si evincono correlazioni con l’occupazione e la ricchezza. Così Federico Fubini sul Corriere della Sera fa notare, ad esempio, che nel periodo 2008-2017 Sassari sarebbe la provincia con la crescita maggiore (+21%), l’unica in positivo insieme a Nuoro (+2%). Che sia la terra di Sardegna particolarmente fertile? Niente affatto, perché è Cagliari a chiudere questa speciale classifica, in perdita del 43%. Il tempo è scaduto In definitiva, di tutto questo guazzabuglio di numeri e variabili si fatica a trovare un filo. Come ammesso dallo stesso prof. Perali, occorrerebbero studi sistematici che mettano insieme fattori economici e sociali per più anni. Ma non c’è più tempo, urgono rimedi qui e ora. E allora c’è chi invoca l’immigrazione come soluzione, senza considerare che a sbarcare sono perlopiù uomini e che le poche donne si adattano ben presto al numero di figli italo/europeo.

Di certo occorrerebbe che lo Stato tornasse a fare lo Stato, anziché un centro di interessi personali o settoriali, con investimenti sulla propria sopravvivenza e quindi sulle famiglie. Ma anche questo non può che essere conseguenza di un cambio di cultura: dalla logica dell’individuo a quella del bene comune. Il passaggio è radicale.

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