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«Per loro non c’è nulla per cui valga la pena vivere. E a noi adulti chiedono più ascolto»

di MARTA BICEGO
Lo psicologo: manca la prospettiva, hanno bisogno di relazioni importanti 

«Per loro non c’è nulla per cui valga la pena vivere. E a noi adulti chiedono più ascolto»

di MARTA BICEGO

«Giovani che vivono realtà sociali particolari, che magari non riescono a integrarsi, che sono molto soli e hanno bisogno di relazioni, ma non le trovano nel confronto con gli adulti». È verso questi ragazzi in maniera particolare che il progetto “Il benessere giovanile. Strumenti di contrasto al disagio” rivolge l’attenzione. Alle attività che spaziano dal doposcuola al teatro si affianca ora il supporto di un team di esperti coordinati dallo psicologo psicoterapeuta e consulente educativo Alberto D’Auria. Una équipe psicologica composta da psicologi e psichiatri, spiega, dovrà intervenire prevalentemente nella fase evolutiva, laddove il disagio ha un carattere ancora transitorio o comunque non grave e non già cristallizzato. Con interventi non centrati su terapie farmacologiche ma prevalentemente sul riconoscimento e la valorizzazione dei bisogni emotivi, educativi e sociali dei ragazzi e delle ragazze. L’obiettivo? «Creare un ambiente educativo di particolare importanza – spiega –, nel quale garantire una specifica attenzione all’ascolto dei preadolescenti e degli adolescenti, attraverso interventi di orientamento alla prevenzione, selezionando quelle famiglie che necessitano di una maggiore assistenza in questo ambito».
– Facciamo un passo indietro. Cosa accade a questi ragazzi?
«Vanno a ricercare un riconoscimento, mettendosi nelle situazioni più disparate: dalla solitudine fino ad arrivare anche a soluzioni estreme quali disturbi del comportamento alimentare, atti di auto-lesionismo e tentato suicidio, dipendenze patologiche da droghe, legali e illegali, e comportamentali, con particolare riguardo alle nuove tecnologie come uso di internet, videogiochi e gioco d’azzardo on line. Fino alla diffusione dell’uso di cannabis, di psicofarmaci e di alcol tra gli adolescenti».
– In questo atteggiamento, talvolta di sfida, si può leggere una maniera per non affrontare il presente?
«I giovani di oggi sono appiattiti sul presente, come se il loro imperativo fosse divertirsi subito, e a tutti i costi, perché nella società non c’è nulla per cui valga la pena vivere. Parole come sacrificio, rinuncia e valore non sono inclusi nel loro vocabolario. Tutto è improntato al qui e ora. Nascondono delle personalità estremamente fragili che portano a disagi psichici che si manifestano nei contesti familiari, scolastici, educativi e sociali».
– Rispetto a questo, cosa può fare la società?
«L’aspetto principale è cercare il dialogo e l’ascolto di questi ragazzi. I giovani sono alla ricerca di adulti con i quali confrontarsi. Dall’altra parte però l’adulto è preso da mille altre problematiche. Deve mettersi invece in ascolto, in maniera empatica e attiva, attraverso il dialogo e dando ascolto alle paure e alle fragilità».
– Quali genitori si aspettano di avere davanti i ragazzi?
«Chiedono genitori ed educatori che ascoltino, che siano addirittura più severi con loro. Si sente parlare spesso di emergenza educativa: ho un problema e subito devo mettere una pezza. Questo agire, a lungo andare, cresce persone fragili. Ogni volta che c’è un problema, interveniamo noi adulti. La società adotta un modello educativo iperprotettivo, non autorevole e autoritario. È giusto preservare i figli e proteggerli, ma l’iperprotettività non permette loro di agire e soprattutto di crescere».
– Ascoltare, dare sicurezza. Sono queste dunque alcune coordinate della prevenzione?
«Sono passaggi necessari per cercare di prevenire il disagio e far sì che le nuove generazioni possano condurre una vita sana ed equilibrata. Si tratta di uno sforzo non facile, dunque accompagnato da tanta fatica».
– Dobbiamo avere speranza?
«Certo. Bisogna valorizzare la persona non solamente nel soddisfare i bisogni materiali, educativi e sociali ma è necessario considerarla per il valore che ha, come figlio di Dio. Ed ecco che l’aspetto educativo diventa un apostolato e qualcosa che riguarda l’intera società». 

«Per loro non c’è nulla per cui valga la pena vivere. E a noi adulti chiedono più ascolto»
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