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«L'odio in rete che ammorba l'esistenza di tante donne»

di ADRIANA VALLISARI
L'esperto: è diffuso, estremo, colpisce le più fragili ed è spesso inconsapevole 

«L'odio in rete che ammorba l'esistenza di tante donne»

di ADRIANA VALLISARI
La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre) ricorda le tante forme di violenza possibili, più o meno visibili. Ce n’è una che noi adulti tendiamo a considerare poco, forse anche per una minor confidenza con le nuove tecnologie: l’odio in rete. Eppure ci riguarda tutti, perché nell’era del digitale la nostra esistenza è onlife: la barriera tra reale e virtuale è caduta, come ricorda l’inventore di questo termine, il filosofo dell’informazione Luciano Floridi.
Viviamo in un nuovo habitat, simile a quello delle mangrovie, che crescono nelle acque salmastre, dolce e salate al tempo stesso. «Ecco perché parlerei di odio onlife», suggerisce il prof. Stefano Pasta, ricercatore dell’Università Cattolica presso il Centro di ricerca sull’Educazione ai media, all’innovazione e alla tecnologia (Cremit) e presso il Centro di ricerca sulle Relazioni interculturali; è autore di due testi utili a sondare il tema: Razzismi 2.0, analisi socio-educativa dell’odio online (Editrice Morcelliana) e Nemmeno con un click. Ragazze e odio online (Franco Angeli), scritto con Milena Santerini.
– È possibile circoscrivere questo fenomeno?
«La categoria “odio” è di non facile definizione, ma ci permette di ragionare su una serie di atteggiamenti, azioni e parole che costituiscono forme diverse di ostilità verso l’altro. Non dobbiamo riflettere solo sul femminicidio o sui casi più estremi che giustamente indignano l’opinione pubblica; occorre farlo su forme più latenti e apparentemente innocue che segnano la nostra società. Ricordando che, nel momento in cui qualcosa viene digitato sul web, trova una continua espansione in rete, che di per sé è sfera pubblica».
– Quando si parla di discorsi di odio (hate speech) sul web, il genere femminile è più bersagliato?
«Sì, lo conferma anche la Mappa dell’intolleranza. Troviamo sempre più flame wars, fiammate d’odio, che prendono di mira le donne. Sia per il loro genere, sia perché al tempo stesso sono il simbolo di qualcosa. L’abbiamo visto con la senatrice Liliana Segre, che interpreta la memoria della Shoah e che si è schierata a favore della campagna vaccinale; o, di recente, con Paola Egonu, la pallavolista attaccata perché è donna, nera, nuova italiana e per il suo orientamento sessuale».
– È finita in un turbine pure Carlotta Rossignoli, la 23enne veronese laureatasi in Medicina in tempi record: travolta da insulti, ha chiuso la sua pagina Instagram. Un esempio fra mille di come si possa far male con le parole, scivolando con leggerezza dal merito della discussione a offese pesanti.
«Molto spesso assistiamo al fenomeno che si chiama “canalizzazione dell’odio personale”: si esce completamente dal contenuto del discorso e si prende di mira un dettaglio fisico, ad esempio. Questo può avere delle conseguenze molto brutte: gli insulti on line fanno male. Ricordiamo che la legge sul cyberbullismo del 2017 nasceva dal caso di una ragazza, Carolina, che si tolse la vita per essere stata presa di mira in rete. C’è poi un fattore particolare da considerare».
– Quale?
«Quando siamo sul digitale, non consideriamo attentamente le conseguenze delle nostre azioni, insulti inclusi. Abbiamo la pretesa di non essere presi sul serio: si chiama cyberstupidity. Nel libro Razzismi 2.0 racconto le conversazioni avute con ragazzi e ragazze tra i 14 e i 21 anni, che avevano co-partecipato a forme di odio on line, per esempio invitando allo stupro di una compagna di scuola. Alla domanda “Ti rendi conto di quello che hai digitato?”, la risposta per la maggioranza è stata: “Era solo una battuta”. Questo ci pone un grande interrogativo educativo».
– Ovvero?
«Occorre educare ragazze e ragazzi a non essere spettatori passivi, ma soccorritori attivi quando c’è un’ingiustizia. Tutte le forme di odio ci dicono che, accanto al ruolo dei colpevoli e della vittima, c’è quello della maggioranza silenziosa: quest’ultima risente della “spirale del silenzio”, che ci conforma alla maggioranza. Bisogna poi lavorare sul fronte dell’analfabetismo emotivo: nell’interazione mediata dagli schermi, dicono gli studi neuroscientifici, viviamo emozioni forti e vere, ma disincarnate, perciò proviamo meno empatia per gli altri».
– I nuovi mezzi di comunicazione hanno reso più facile veicolare l’ostilità?
«Sarebbe troppo comodo dare la colpa alle sole tecnologie. Sicuramente facilitano l’accettazione sociale dell’odio, che crea un terreno fertile per forme più acute. Al contempo, però c’è molto spazio per agire dal punto di vista educativo e accedere alle opportunità che il web sociale offre. L’abbiamo visto entrando nelle scuole superiori di Milano e Torino, portando nelle classi la Convenzione di Istanbul, sottoscritta anche dall’Italia, che previene la violenza contro le donne. Come raccontiamo nel libro Nemmeno con un click, abbiamo coinvolto centinaia di ragazzi al pensiero critico e nell’educazione alla produzione di contenuti, a cui tutti nella sfera pubblica possiamo co-partecipare, avendo uno smartphone in mano. I risultati sono stati incoraggianti». 

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