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Il Samaritano compie 14 anni di lotta contro l'emarginazione

Fu la Dei a spingere per una struttura Caritas di accoglienza dei senza dimora. il reinserimento lavorativo è punto fermo

Parole chiave: Emarginazione (1), Caritas (34), Povertà (19)
Il Samaritano compie 14 anni di lotta contro l'emarginazione

Il 18 ottobre 2006 nasceva a Verona la cooperativa sociale “Il Samaritano” per dare risposta concreta alla situazione di difficoltà vissuta da molte persone che vivevano in strada. Il card. Camillo Ruini e il vescovo di Verona dell’epoca, mons. Flavio Roberto Carraro, inaugurarono quella struttura voluta fortemente dalla Cei in occasione del IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona.
Oggi quell’opera, segno di Caritas diocesana veronese, esiste ancora e spegne le prime 14 candeline. Nuovi progetti, nuove strutture, nuove povertà, tanti volontari e operatori e tantissime persone bisognose che vi sono passate l’hanno accompagnato negli anni, per portarlo alla realtà che è oggi. Abbiamo intervistato Marco Zampese, attuale direttore de Il Samaritano.

«La cooperativa Il Samaritano nasce come opera-segno di Caritas diocesana veronese, come scelta della diocesi di Verona di porre un segno nella società e nella Chiesa per poter sperimentare e operare in una delle realtà di bisogno più lacerate. Infatti, quando parliamo di grave marginalità, parliamo di quella fascia di persone che non hanno più nessuna rete familiare, amicale, sociale che le consenta di affrontare i bisogni. Partendo dai bisogni più elementari come un posto per dormire e qualcosa da mangiare, ma sapendo bene che questo è solo l’inizio, la prima parte dei veri bisogni delle persone. I veri bisogni sono quelli di sentirsi accolto, amato, sentire di appartenere a qualcosa o qualcuno, di poter avere nuovamente l’opportunità di realizzare i propri sogni, il proprio sé».

– Ed è per questo che Caritas all’epoca decise di investire su una cooperativa dedicata ai più poveri?
«Caritas sceglie questa via, a partire da 14 anni fa, aprendo una cooperativa sociale dedicata ai bisogni della grave marginalità. Con l’intento però, in pieno stile e mandato Caritas, di essere un segno per la società e per la Chiesa, e di essere un’opportunità per la comunità cristiana di vivere un’esperienza di vicinanza con le fragilità».
– Cos’era Il Samaritano del 2006?
«Come servizio di Caritas la coop. Il Samaritano inizialmente è partita dal bisogno di accoglienza e accudimento dei senza dimora, popolazione da sempre presente ma che abbisognava di uno stile di vicinanza e di accompagnamento diverso. Infatti si è passati, gradualmente, dall’offerta di un posto per dormire a una realtà più integrata che ad oggi accoglie persone senza dimora per un primo momento all’interno della Casa accoglienza di via dell’Artigianato, ma che poi strutturano progetti di reinserimento attraverso l’accompagnamento degli operatori e volontari per sostenere le persone nella ricerca di una nuova opportunità. Ciò significa accompagnare il ritorno ad una vita che rispecchi la dignità e la gioia di una vita nuovamente da cittadini e non più da emarginati. Così si arriva negli anni a strutturare delle possibilità di accompagnamento e inserimento lavorativo, di sostegno abitativo e di supporto al progetto personale che ogni persona crea per sé».
– E negli anni cos’è cambiato?
«Come Caritas si sono ascoltati e intercettati altri bisogni sui quali è iniziato un nuovo lavoro. Così il mondo del carcere è diventato un altro punto su cui inventare e sperimentare modalità di accoglienza e di accompagnamento attraverso dei servizi all’interno del carcere, e soprattutto all’esterno, per accompagnare le persone a ricostruire una vita interrotta dagli errori commessi. Nello stesso modo poi si è aperto il capitolo dei richiedenti asilo rispetto all’emergenza scoppiata nel 2011 e alle modalità di accoglienza ed accompagnamento esistenti, che non rispecchiavano il mandato e lo stile di Caritas. Si è iniziato così a sensibilizzare le parrocchie per accogliere piccoli gruppi di richiedenti asilo e formalizzare un nuovo stile: l’accoglienza diffusa che diventa primario strumento per una vera integrazione. Negli anni poi si sono susseguiti progetti e servizi che hanno sempre avuto al centro la persona con la propria dignità e personalità, e il lavoro pedagogico verso le comunità cristiane per far sperimentare la vicinanza alle fragilità dei nostri fratelli. Da questa vicinanza poi sono fioriti le accoglienze e le progettualità più belle e significative, perché hanno concretizzato la volontà di essere tutti fratelli».
– E in questa crescita continua, tanti volti, tante persone che hanno segnato la storia di questa cooperativa…
«Tutti questi anni di lavoro hanno visto succedere vari operatori a servizio di Caritas in quest’opera, dall’allora direttore di Caritas diocesana don Maurizio Guarise, poi a mons. Giuliano Ceschi che ne ha raccolto il testimone e portato avanti per 12 anni; da Michele Righetti che dall’inizio e per 12 anni ne è stato direttore, e dai tanti operatori e volontari passati e presenti che hanno reso quest’opera di Caritas viva e fedele al suo mandato».
– E Il Samaritano di domani cosa sarà?
«È difficile dire cosa ci riserverà il futuro se non confermare di essere una parte di Chiesa che opera per i poveri, non tanto e non solo per aiutare concretamente testimoniando una Chiesa operosa, ma soprattutto per innescare processi di cambiamento nelle situazioni in cui le persone vengono emarginate e sfruttate, per essere opportunità per le comunità, cristiane e non, di avvicinarsi alle fragilità e prendersene carico». 

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