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I ponti di solidarietà di "One bridge to Idomeni"

di MARTA BICEGO

Il gruppo di volontariato dà sollievo alle sofferenze dei migranti nei Balcani

Parole chiave: Balcani (2), Migrazione (5), Migranti (6)
I ponti di solidarietà di "One bridge to Idomeni"

Cercasi “allietatore emergenziale”: un volontario per l’accoglienza con la valigia in mano e il desiderio di comprendere da vicino le questioni migratorie. Cercasi “costruttore di futuro”: un volontario progettista che, avendo a cuore le situazioni emergenziali, sappia trovare soluzioni e sostenitori. Cercasi “passepartout per il futuro”: un volontario insegnante di lingua inglese o tedesca, disposto a mettersi in viaggio con la convinzione che le persone migranti possano cominciare una nuova vita.
Che il volontariato abbia tante declinazioni, lo dimostrano questi profili che la onlus One bridge to Idomeni ricercava per la campagna “Cercasi umani”, promossa dal Csv di Verona. Perché non è affatto vero che le giovani generazioni non hanno voglia di impegnarsi o di dedicare parte del proprio tempo al prossimo. Ne sono dimostrazione le decine di giovani che in pochi mesi, riconoscendosi in queste figure, hanno chiesto di entrare a far parte dell’associazione veronese che dal 2016 opera sui confini europei della rotta balcanica, in supporto ai migranti. Idomeni, piccolo villaggio sul confine greco-macedone, è il luogo simbolo di questa solidarietà che in cinque anni ha saputo allargarsi e costruire ponti anche verso altre destinazioni dei Balcani. In territori geograficamente vicini, perché a poche ore di macchina da Verona, ma umanamente remoti quanto a rispetto dei diritti.
Chi sono i ragazzi che scelgono questo tipo di impegno, lo chiediamo a Edoardo Garonzi, tra i soci fondatori di One bridge to Idomeni, che si occupa di comunicazione, progettazione e organizzazione di eventi. «Sono giovani, in prevalenza donne. Frequentano l’università e hanno un’età compresa tra i 20 e i 25 anni. Ad attrarli è la possibilità concreta di dare una mano, di fare qualcosa nell’immediato», risponde. La stessa scintilla che ha ispirato i pionieri dell’associazione: «Non siamo partiti come professionisti dell’aiuto nell’emergenza, ma come gruppo di amici. Abbiamo trovato una tenda in cantina e abbiamo deciso di portarla a chi ne aveva bisogno in quel momento. Siamo andati a Idomeni, in Grecia, in un campo profughi informale, non gestito dai governi. Un viaggio esplorativo grazie al quale abbiamo portato abbigliamento, cibo e medicine». Quella stessa energia, nell’ultimo quinquennio, ha spinto oltre 300 volontari a costruire ponti in quattro Paesi e a realizzare nove progetti che hanno permesso di aiutare migliaia di persone incontrate lungo i confini dell’Europa. Per raccontarne poi le storie, senza pietismi, ma con concretezza.
Nel tempo la onlus è cresciuta e oggi porta avanti progetti stabili, che sono divenuti punti di riferimento. A Corinto, per esempio, dal luglio 2020 garantisce servizi e diritti basilari a quanti sono ospitati nel campo di accoglienza governativo presente nella città: formazione scolastica, distribuzione di alimenti, supporto medico e legale, luoghi di incontro e ascolto. Dopo l’incendio del campo di Lipa, ha promosso una raccolta di aiuti umanitari destinati alla Bosnia Erzegovina; i volontari sono attivi dal 2018 in particolare nel Cantone dell’Una-Sana, nelle città di Bihać e Velika Kladuša – hotspot per migliaia di persone che lì approdano nel tentativo di entrare su suolo europeo – dov’è nata, quest’anno, una collaborazione con i giovani del luogo per restaurare un centro culturale in cui fare laboratori, lezioni, percorsi didattici con le scuole a supporto della comunità. Inoltre, a Verona, dalla scorsa estate è ospitata una famiglia arrivata tramite un corridoio umanitario. Obiettivo della onlus scaligera non è solamente rispondere alle emergenze, per garantire il diritto di viaggio a tutti e portare l’attenzione sulle violenze che i migranti subiscono. È creare equilibri, annullare le contraddizioni, mantenere vivo il dialogo tra comunità che accolgono e fenomeno migratorio. Per fare in modo che la migrazione non sia considerata una minaccia per il Paese, ma un’opportunità di crescita.
«Molti comprendono che la solidarietà è l’unica via per uscire dall’odio – conclude Garonzi –. Anche noi, come associazione estera, creiamo innanzitutto relazioni, che sono necessarie come forma di rispetto nei confronti della popolazione che ci accoglie». È allora che le comunità, inizialmente diffidenti, si aprono al dialogo e comprendono che la convivenza è possibile. È lì che il terreno diventa fertile per creare ponti dalle fondamenta solide, su cui costruire un’Europa migliore. 

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