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I genovesi di Verona: «Un dramma, frutto di mancata lungimiranza»

Due professionisti genovesi che lavorano a Verona commentano il dramma del crollo del ponte Morandi che ha causato decine di vittime (38 quelle accertate sinora). Una struttura sempre interessata da lavori, il cui collassamento è l'emblema di un modo sbagliato di affrontare i problemi, attuando solo soluzioni tampone.

I genovesi di Verona: «Un dramma, frutto di mancata lungimiranza»

La tragedia vissuta da lontano. Capita anche questo ai tanti genovesi che non vivono più nella loro città d’origine, ma che hanno mantenuto ovviamente un forte legame affettivo con essa. Una città, il capoluogo ligure, che è stata purtroppo spesso ferita negli ultimi anni dall’incuria e dall’incapacità politica e che oggi è simbolo del paese intero che – giorno dopo giorno - sta, letteralmente, crollando a pezzi.
«Per me e per tutti i genovesi cresciuti nella città, il ponte Morandi era una sorta di istituzione, non tanto per la sua architettura, ma perché viene percorso centinaia di volte nella vita. L’ultima volta per me è stato soltanto una settimana fa – ci racconta, ancora sgomento, il giornalista Paolo Sacchi, genovese doc ma ormai veronese d’adozione da tanti anni –. Rappresentava un’arteria fondamentale per il sistema viario della città. Traballante, ondulato, con lavori in corso perenni, non garantiva il massimo della sicurezza, ma da lì a pensare che un giorno sarebbe crollato ce ne passa...». Cosa succederà, ora, a Genova? Una risposta a cui è complicato rispondere: «Si trattava di una di quelle strutture che rappresentano perfettamente l’Italia degli ultimi sessant’anni – aggiunge Sacchi –. Concepite senza lungimiranza e visione d’insieme. Il crollo del ponte oggi, per Genova, al di là delle vittime, dell’aspetto umano e morale, è a tutti gli effetti un dramma anche urbanistico. Negli ultimi quarant’anni abbiamo spesso sentito parlare di rinforzare il sistema viario del capoluogo con progetti faraonici mai realizzati, anche con costi imponenti per gli studi di fattibilità. Il crollo è figlio della gestione cattiva della città negli ultimi decenni».
«Le emozioni che un genovese vive, anche se distante, in queste ore sono davvero intense – gli fa eco Alberto Ruffinengo, dirigente di banca da molti anni a Verona –. Sono costernato, senza parole. C’è grande amarezza, ma prima ancora incredulità, perché sembra impossibile che sia potuta succedere questa tragedia. Quel ponte era una tappa obbligata, uno snodo strategico per la città e non solo». Nelle parole di Ruffinengo, però, c’è anche un bagliore di luce, nell’oscurità: «Purtroppo Genova ha sempre vissuto di rimandi, di procrastinare e mantenere quello che c’è mettendo qui e là una pezza, non solo al ponte ma a migliaia di altre situazioni simili. L’approccio genovese, insomma, è quello tipico di chi non vuole investire. In città non c’è niente di nuovo, ma tutto è aggiustato e sistemato nel migliore dei modi. Questa è una mentalità che ha poi portato al deteriorarsi progressivo della città e del tessuto cittadino. Anche per questo tanti genovesi se ne vanno da lì, perché non ci sono energie nuove per il cambiamento. Ora, però, è arrivato il momento di rimboccarsi davvero le maniche. Non ci si può fermare di fronte al progresso, alle nuove tecnologie. In mille campi Genova ha bisogno di rimettersi in gioco, di cambiare, con coraggio. Di rinnovare. Il dolore per la tragedia rimane, ma può essere uno stimolo per provare a migliorare l’atteggiamento culturale di fondo».

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