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Assistenza anziani: dalla Regione riforma in stallo

A Verona gli ospedali di comunità stentano a decollare 

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Assistenza anziani: dalla Regione riforma in stallo

Invecchiamento e salute. Un binomio di difficile combinazione, che diventa un tema di grande rilievo in un Paese in cui le prospettive di vita si allungano. Da un lato, infatti, sta l’aumento dell’età media degli italiani, non solo per la diminuzione progressiva delle nascite dal Dopoguerra a oggi; dall’altro il problema di far fronte alle maggiori necessità sanitarie e sociali che un’Italia che invecchia è destinata ad avere: per l’aumento delle prestazioni da erogare e per far fronte alle esigenze di ricovero di chi non è più autosufficiente. Necessità che si traducono, ovviamente, in costi crescenti per il Sistema sociosanitario di ciascuna Regione.
La nostra Regione, il Veneto, è impantanata da quasi vent’anni nella riforma dei Centri servizi pubblici per Anziani (Ipab) che una legge statale del 2000 avrebbe imposto di trasformare in aziende pubbliche di servizi alla persona o in fondazioni di diritto privato. Per sollecitare un intervento, il Partito Democratico regionale ha anche realizzato un libro bianco che ne denuncia la situazione.
Sul fronte dell’invecchiamento della popolazione c’è poco da dire: è un dato di fatto. Proprio nei giorni scorsi la Repubblica ha pubblicato un’analisi dell’Istituto di studi e ricerca Carlo Cattaneo che ha rilevato come, per la prima volta dal 1861, gli over 60 (28,7% della popolazione) abbiano superato gli under 30 (28,4%). Altro dato che rende bene l’idea del fenomeno è l’aumento degli ottantenni negli ultimi 30 anni, passati da un milione 955mila a 4 milioni 207mila (dati Istat 2017).
Verosimilmente si può stimare che nel 2060 il numero di anziani aumenterà almeno del 60%. Ora, di per sé l’aumento degli anziani è un buon segnale: significa che le condizioni attuali consentono di vivere più a lungo rispetto ad un tempo. L’obiettivo, però, è mantenere buoni livelli socio-sanitari per queste fasce d’età. Perché sempre l’Istat ha rilevato come un anziano su due presenta almeno una malattia cronica grave o è multi-cronico; in Veneto il 65% degli ultra 65enni è esente per almeno una patologia, il 25,4% della fascia 75-84 anni presenta disabilità, il 57,2% se parliamo di ultra 85enni. Morale della favola: servono più cure e più ricoveri.
In Veneto c’è una discreta presenza di Centri servizi per anziani, sia pubblici che privati accreditati. Entrambi, per le persone assistite, ricevono dalla Regione la quota sanitaria giornaliera (l’impegnativa sanitaria), mentre è a carico della famiglia la quota alberghiera. La difficoltà però per chi necessita del ricovero sta spesso nell’ottenere l’impegnativa, procedura che può dilungarsi a causa delle liste d’attesa. Molti quindi preferiscono, costretti dalle circostanze, pagare l’intera retta – fino a tremila euro mensili – per entrare in quelle stesse strutture che svolgono il servizio pubblico. Sì, perché i loro posti letto (e quindi impianti, servizi e dipendenti) sono superiori alle impegnative emesse dall’Ulss (nel 2017 nell’Ulss 9 erano 5.555 i posti a fronte delle 4.232 impegnative) e lasciarli vuoti significa avere perdite in bilancio a fine anno. Tuttavia la quota pagata privatamente, per ragioni di mercato, è sempre inferiore alla somma di quota sanitaria e quota alberghiera, delineando anche in questo caso una perdita economica per le strutture.
È un cane che si morde la coda. E a farne le spese sono le famiglie con un anziano non autosufficiente a carico che dovrebbero utilizzare due stipendi per farlo accudire.
La riforma dei Centri servizi per anziani appare necessaria già oggi. Anche perché economicamente faticano a reggersi. «Il 2018 dovrà essere l’anno della riforma in Veneto degli istituti pubblici di assistenza e beneficenza», aveva annunciato a inizio 2018 l’assessore regionale alle Politiche sociali, Manuela Lanzarin. Lo ha confermato, anche recentemente, il suo collega Luca Coletto che detiene le deleghe alla Programmazione sanitaria e socio-sanitaria. Le schede ospedaliere in arrivo nei prossimi mesi potrebbero modificare il quadro d’insieme. Perché l’altro grande cavallo di battaglia della sanità veneta per far fronte all’aumento delle malattie croniche, legate appunto anche all’invecchiamento della popolazione, è la medicina territoriale. Soprattutto l’aggregazione dei medici di base e la nascita degli ospedali di comunità, che dovrebbero prendere in carico le cronicità che di tanto in tanto si acutizzano, le convalescenze e le riabilitazioni.
Ma i medici di base sono già oberati di lavoro – la loro riorganizzazione in gruppi può aiutare ma non risolvere il problema – e gli ospedali di comunità stentano a decollare. Sono operativi solo a Tregnago e a Peschiera; a breve a Bovolone, ma già per Valeggio, San Bonifacio e Bussolengo i tempi si allungano. Servono investimenti per attivarli e renderli operativi, dicono. Ma di soldi non ce ne sono. E nel frattempo la tanto annunciata medicina di territorio resta al palo. 

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