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Acciaio e metalmeccanica

Di acciaio ce n’è parecchio sul mercato, anche troppo, ma un conto è rifornirsi a pochi chilometri di distanza, un altro acquistare in Giappone o India

Parole chiave: Taranto (1), Ilva (1), Siderurgia (1), Economia (30), Salute (31), Industria (3), Arcelor-Mittal (1)
Veduta del complesso industriale (foto Siciliani-Gennari/SIR)

Macché Parmigiano, cappottini alla moda e Prosecco: il grosso dell’export italiano, il made in Italy che tutti vogliono è molto meno chic e agreste di quanto immaginiamo. Metà della nostra ricchezza data dalle esportazioni deriva dalle vendite di macchinari, di pezzi meccanici, di componenti. Insomma dalla vecchia e cara metalmeccanica. 
Dal singolo, piccolo manufatto al macchinario più complesso che permette di produrre carta, l’Italia è una potenza mondiale sia in quantità che in qualità, seconda in Europa dietro ai soliti tedeschi. Da Bergamo a Pordenone, lungo la via Emilia e in alta Toscana migliaia di aziende fatto fatturati da capogiro. Sono produzioni di estremo valore che girano il mondo intero: non c’è fabbrica nel globo che non acquisti i nostri prodotti per funzionare, dal Paraguay all’Uzbekistan. E poi navi, treni e binari, furgoni, scooter, armature per il cemento…
Fino ad oggi il vero nemico è stato a Oriente, in quelle terre cinesi abituate a imitare (vabbè: copiare) tutto ciò che funziona in giro per il mondo. Un notissimo imprenditore termoidraulico del Nord qualche anno fa trovò in una fiera estera l’intero suo catalogo di prodotti precisi identici. Salvo il fatto che a realizzarli era appunto una grande ditta cinese…
Ora il problema si sta trasferendo in… casa. Riguarda le materie prime, anzi la materia prima per eccellenza del settore metalmeccanico: l’acciaio. Per precisione: gli acciai, perché quello che serve per realizzare una lavatrice è diverso da quello che viene utilizzato per lo scatolame o per i tiranti di un ponte sospeso.
Di acciaio ce n’è parecchio sul mercato, anche troppo: l’economia mondiale non sta tirando granché, soprattutto l’industria automobilistica. Ma un conto è rifornirsi a pochi chilometri di distanza, un altro acquistare in Giappone o India.
Ecco: tutto per dire quale disastro sarebbe per l’economia italiana la chiusura della più grande acciaieria europea, guarda caso dislocata in quel di Taranto. Non è l’unica attiva in Italia, presenta problemi di inquinamento che la nuova proprietà si era impegnata a risolvere (e già sta facendo molto), condiziona la vita di una città, ecc. Ma si sappia che la sua chiusura non determinerà solo la disoccupazione degli 8.730 operai che vi lavorano; il dissesto di tutto l’indotto; un problema colossale di cosa fare dell’impianto dismesso, ecc… L’addio all’Ilva verrebbe pagato dall’intera economia italiana con un costo molto più pesante.
Sia detto a chi – in posizioni di governo – sottovaluta ideologicamente le dinamiche economiche e preconizza alternative occupazionali legate all’allevamento delle cozze pelose o alla produzione del caciocavallo.

Fonte: Sir
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