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Lessinia, in quel parco si cerca un futuro diverso

C’è chi lo vuole restringere e chi si oppone: ma funziona?

Panoramica della Lessinia con bovini in rimo piano

A trent’anni dalla sua fondazione, si discute in modo acceso sul futuro del Parco della Lessinia. Ad accendere la scintilla è stata la proposta di revisione dei confini dell’area protetta, che comprende 15 Comuni. C’è un progetto di legge in Regione che ha creato una contrapposizione tra chi è a favore di un allentamento dei vincoli – fra cui la possibilità di cacciare nei vaj, trasformati in aree pre-parco – e chi invece chiede di tutelare, anzi rilanciare, le terre alte. La soluzione? Appare ancora lontana. Ma forse tutta questa situazione può essere l’occasione per ragionare sul destino dell’altipiano lessinico, affinché non resti una Cenerentola...

Parco della Lessinia: di più o di meno?
Proposta in Regione per ridurne l’estensione, tra le proteste di chi vorrebbe invece rilanciarlo
Un compleanno nella bufera: il Parco naturale regionale della Lessinia il 30 gennaio taglia il traguardo dei trent’anni di vita. Ma anziché candeline su una torta, la ricorrenza accende fuochi di protesta. Oggetto del contendere è l’annunciata ridefinizione dei confini, con l’istituzione di nuove aree contigue e pre-parco, contenuta nel progetto di legge regionale 451, avanzato nel luglio scorso dai consiglieri leghisti Enrico Corsi, Alessandro Montagnoli e Stefano Valdegamberi.
La proposta raccoglie le richieste del territorio del parco, che comprende 15 Comuni: Sant’Anna d’Alfaedo, Erbezzo, Bosco Chiesanova, Roverè Veronese, Grezzana, Selva di Progno, Dolcè, Fumane, Velo Veronese, San Giovanni Ilarione, Roncà, Vestenanova, Marano di Valpolicella e i vicentini Crespadoro e Altissimo. Sono stati i Consigli comunali, con specifiche delibere, a reclamare un allentamento dei vincoli del Parco. La nuova perimetrazione e zonizzazione servirebbero a “garantire una fruizione meno burocratizzata dei territori a vocazione agricola”, spiega la relazione che accompagna il progetto di legge, e andrebbero a “supportare le imprese agricole, ma anche in generale la popolazione, sempre più interessate da dinamiche faunistiche in presenza di un’accresciuta consistenza di alcune specie di animali selvatici, perlopiù cinghiali, e dell’impatto dei danni da questi causati”. Con la modifica, si lascia intendere, si potrebbe cacciare nei vaj, trasformati in aree pre-parco.
La proposta è stata approvata dalla Seconda commissione consigliare regionale il 9 gennaio e ha provocato una levata di scudi; secondo i beninformati, avrebbe creato diversi maldipancia persino nella maggioranza del presidente Luca Zaia, che punta a riconfermarsi alle elezioni regionali di maggio. Così da Venezia è partita un’ulteriore richiesta di approfondimento, che probabilmente farà allungare i tempi della decisione finale; se il progetto di modifica non sarà ritirato, l’ultima parola spetterà al Consiglio regionale. Il presidente della Seconda commissione, Francesco Calzavara, ha scritto alla Comunità del Parco della Lessinia (l’ente che rappresenta il territorio) chiedendo di esprimere un parere, in modo da acquisire tutti gli elementi “per valutare il progetto di legge, per avere modo di integrare o migliorare il testo finale”.
Un dietrofront o una mossa per calmare le acque agitate? L’annuncio è arrivato alla vigilia della “Camminata per il Parco della Lessinia”, che domenica 26 gennaio ha visto salire a San Giorgio migliaia di persone (settemila quelle stimate), mobilitate grazie al tamtam sui social network. La manifestazione, con oltre 120 associazioni aderenti, è stata organizzata con l’intento di rendere visibile l’amore per il parco e mostrare pacificamente la contrarietà alla sua revisione.
In gioco, come spieghiamo in queste pagine, ci sono due visioni contrapposte: chi invoca il diritto dei locali di decidere per sé e chi chiede di tutelare il polmone verde di Verona, rilanciandolo con politiche adeguate. La diatriba, al momento, si è fossilizzata sulla questione di chi abbia titolo per discutere del futuro della Lessinia. Meno si parla delle eventuali misure alternative per rispondere ai bisogni avanzati dal territorio e, soprattutto, di come far funzionare meglio l’ente Parco, rimasto nel frattempo silenzioso. Se fossimo in Trentino-Alto Adige, invece...
Adriana Vallisari

«Chi protesta non vive qui E se chi ci abita se ne va...»
Valdegamberi: troppi vincoli, così si muore

Valdegamberi x sito

«Non è cambiando i confini che si segna la morte del Parco, ma quando la gente che abita qui se ne va via. È questo l’obiettivo degli ambientalisti? Lo dicano che è quello di spopolare la montagna, che vogliono solo sterpi e lupi. Dovrebbero capire invece che l’uomo in Lessinia c’è sempre stato e non è il nemico dell’ambiente: va solo trovato il giusto equilibrio».
Il consigliere regionale Stefano Valdegamberi ha raccolto le istanze dei sindaci della Lessinia, dandone corso a Venezia, e rigetta al mittente le denunce delle associazioni che si sono mobilitate per la difesa del Parco.
– Valdegamberi, perché restringere l’area tutelata?
«Sembra una novità di questi mesi. In realtà tutto nasce nel 2016 da un emendamento alla Finanziaria che avevo richiesto e che dava la possibilità di ridefinire il Parco. La Regione ha quindi deciso di dare la parola agli amministratori del territorio, che hanno discusso non tanto dei confini quanto della zonizzazione. Il Parco era nato in un contesto storico particolare, in cui c’era un forte bisogno di tutela ambientale; oggi c’è una maggiore sensibilità diffusa e l’attuale visione di Parco, puramente vincolistica e ingessata, fa parte del passato. All’estero, oltralpe, c’è una maggiore flessibilità rispetto a noi».
– Così i consigli comunali hanno firmato le delibere per chiedere le modifiche.
«Hanno discusso e votato all’unanimità la proposta, dopo aver tenuto riunioni pubbliche e parlato con allevatori, imprenditori e realtà territoriali. Allora dov’erano gli ambientalisti? Solo ora si solleva un polverone, perché si vuole creare bagarre politica. È partito pure un linciaggio sui social, strumentalizzando la questione. A indignarsi è tutta gente che non ha mai munto una vacca o raccolto il fieno: ambientalisti solo di nome, che con arroganza vogliono decidere a casa degli altri, visto che la maggior parte dei terreni del Parco sono privati».   
– Il loro timore è che ci siano stravolgimenti ambientali e che la biodiversità venga minacciata…  
«Macché. Ci sono vincoli ambientali e leggi forestali: il bosco rimarrà sempre bosco. Nelle contrade non si faranno grattacieli, se questa è la loro paura. Ma è chiaro che se una persona vuole recuperare una vecchia contrada, avviando un’attività agrituristica, e ha bisogno di un vano per ricavare un bagno ora non può farlo: intanto la contrada crolla. Un allentamento burocratico di questo tipo non aggiungerebbe un metro quadrato di terreno edificabile in più».  
– Un altro motivo addotto alla modifica è il miglior controllo della presenza dei cinghiali, specie selvatica che sta spopolando.
«Nei parchi mondiali la caccia si fa quando serve a ristabilire un equilibrio, non è a priori una cosa negativa. Nelle zone pre-parco la normativa nazionale prevede la caccia da parte dei residenti nei comuni dell’area naturale protetta e dell’area contigua. Questa richiesta della Lessinia è una reazione dal basso, nasce dal sentire delle persone che qui abitano e lavorano».
– Un po’ com’è accaduto per la questione dei lupi?
«Il lupo ha diritto di esistere, ma occorre che vi sia un bilanciamento dell’ecosistema, che è fatto di uomo e natura. Non bisogna assolutizzare, lasciandolo prosperare al punto di rendere difficile l’alpeggio. Stabiliremo un numero di esemplari entro cui potrà stare; oltre lo toglieremo. Lo fanno pure nel Paese di Greta Thunberg: c’è un numero fisso, per garantire un giusto punto di convivenza. Da noi invece si assiste a un estremismo delle posizioni ambientaliste molto pericoloso».
– Si spieghi meglio.
«Quello della Lessinia è un parco fortemente antropizzato: l’uomo ne è parte integrante, non l’antagonista. La Lessinia è bella finché ci sono le persone che curano i boschi, tengono puliti i sentieri, sfalciano l’erba. È un territorio abitato da tempi antichi: non andiamo a inselvatichirlo con un certo ambientalismo che vuole tagliare fuori l’uomo dai parchi. Se la montagna si spopolasse, avremmo aiutato l’ambiente? No. Porre la natura come conflitto, anziché come equilibrio e compromesso, è sbagliato. Abbiamo ereditato questa meraviglia dai nostri antenati e l’abbiamo tutelata, a differenza di chi viene a darci lezioncine da fuori, da zone dove l’ecosistema è stato distrutto. Noi non siamo animali da zoo».
– Addirittura?
«Gli ambientalisti dovrebbero ringraziarci perché abbiamo ristabilito un Parco che era commissariato, dandogli un’impostazione nuova accettata sul territorio: abbiamo lavorato per introdurre gli agricoltori, coinvolgendoli perché lo percepissero come un alleato. E ha funzionato. Con questa presa di posizione invece si rischia di tornare alla politica dello scontro: darà quattro voti in più a qualcuno, ma farà del male alla Lessinia».
Adriana Vallisari  

«Tutelare le terre alte è questione di cultura»
Massalongo (Curatorium) invoca il dialogo

Vito x sito

Dalla sua casa di San Mauro di Saline, una parte della Lessinia la abbraccia con lo sguardo. È sorpreso, e piuttosto dispiaciuto, Vito Massalongo nel commentare la battaglia che si sta consumando pro e contro la riduzione dei confini del Parco naturale. Del resto, sulle tradizioni e sulle vicende di quelle terre alte ora oggetto di un’affilata contesa sono state impostate molte delle attività dell’associazione, il Curatorium Cimbricum Veronense, di cui è presidente.
Avremmo tuttora parecchio da imparare dai cimbri, sembra ammiccare col pensiero: oltre a disboscare le foreste, queste popolazioni hanno creato i pascoli e portato ricchezza con l’allevamento bovino e ovino. Ma il suo ragionamento è ben più ampio del voler guardare al passato con la nostalgia di un tempo che non tornerà mai più. Si allarga a un concetto di cultura, di rispetto, di dialogo. Perché è da lì che si deve partire. Montanari e non.
«Non riesco a capire la reale motivazione del togliere i vaj, quando si dice di voler mantenere la stessa normativa esistente. Tutta un’operazione del genere a che cosa serve?», esordisce Massalongo, la cui firma si aggiunge in calce a quella delle molteplici associazioni che si sono schierate in difesa della riserva naturale veronese. «Sostanzialmente, la mia è un’idea di tutela ambientale di un territorio. Soprattutto di questi tempi, avere un polmone verde a nord della città è un interesse per Verona. In secondo luogo, ho un’idea culturale di parco, la cui esistenza è strettamente correlata all’attività della nostra associazione. E non solo».
– Si spieghi meglio.
«Non dobbiamo dimenticare che il Parco della Lessinia ha contribuito alla creazione dei musei. E mi accorgo del valore che essi hanno, non solamente a livello locale, ma anche internazionale. Abbiamo dei gioielli unici: dai fossili di Bolca al centro di cultura cimbra di Giazza, dalla struttura museale di Camposilvano a quella di Sant’Anna d’Alfaedo dedicata al mondo preistorico. Abbiamo delle testimonianze geologiche e paleontologiche ineguagliabili: la Spluga della Preta, la Valle delle sfingi, il Covolo di Camposilvano, il Ponte di Veja e la stessa Molina. Abbiamo aspetti folcloristici straordinari, come i trombini di San Bortolo. Credo che la ragione di esistere di un parco sia di tutelare gli aspetti naturali insieme a quelli antropologici».
– C’è qualche critica che si può muovere?
«Basterebbe snellire le strutture burocratiche, aggiornare il piano ambientale se effettivamente contiene delle storture. Questo si può fare mettendosi attorno a un tavolo nel comune obiettivo di salvare il destino della montagna. Non vorrei sembrare buonista, ma con i contrasti tra schieramenti non si arriva da nessuna parte. Confido che ci sia un surplus di intelligenza, non soltanto la contrapposizione».
– Gioverebbe a tutti.
«La Lessinia di oggi non è più territorio isolato. Fa parte di un orizzonte vasto e condiviso. Il problema dei cinghiali e dei lupi deve essere studiato anche dentro i confini della riserva naturale, stabilendo delle regole e trovando delle formule di salvaguardia sia degli alpeggi che della presenza degli animali».
– Il dibattito, a favore e contro il Parco, non è nuovo. Per molti, in particolare per i residenti, è sempre stato percepito come entità estranea, un’imposizione dall’alto che non ha tenuto conto delle istanze della gente che risiede e opera in montagna...
«Fin dalla sua attuazione, l’impatto che il parco ha avuto è stato negativo. Queste contrapposizioni esistono da trent’anni e sono state determinate anche dal fatto che il Parco non è mai stato considerato una cosa della gente».
– Perché, a suo avviso?
«Perché la politica era lontana. Venezia era troppo distante dalla Lessinia. E nel piano ambientale si potevano attuare delle scelte maggiormente condivise. Per esempio nel valutare l’alpeggio nei suoi aspetti peculiari. In altre zone sono state fatte analisi precise delle istanze degli abitanti. Sui punti critici, nel tempo, sono cresciute le contrapposizioni. Pure le lacerazioni all’interno della Comunità montana non hanno certamente aiutato la montagna veronese».
– Questione, pure, di diverse mentalità che faticano a trovare un accordo quando si sfiorano certe tematiche.
«Le persone che vivono e lavorano nel Parco della Lessinia non sono state indirizzate a comportarsi in una certa maniera. A capire che con certe forme di economia basate per esempio sul biologico oppure sul rispetto ambientale si poteva ottenere comunque un risultato economico. Se così fosse stato, adesso non saremmo a questo punto… Mi appello allora all’intelligenza delle parti, a mettersi in dialogo con un comune obiettivo: amare veramente questa terra».
Marta Bicego

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