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La paglia di San Giovanni erano sterpi...

di MARIA VITTORIA ADAMI

L’antica chiesetta villafranchese trova spiegazione al suo nome e una storia che parte dai templari

Parole chiave: Villafranca (10), Provincia (38), Storia locale (2)
La paglia di San Giovanni erano sterpi...

di MARIA VITTORIA ADAMI

Di quel sito, tra i luoghi di culto più antichi di Villafranca, non c’erano documenti che potessero raccontare la sua storia più profonda. Dell’interno sono sopravvissuti solo l’altare originale, la Via Crucis e qualche suppellettile. E poi c’era quel nome, “della paglia”, che molti erroneamente collegavano ai pagliericci dei viandanti che si offrivano negli “ospitali” a chi vi passava. Ora lo studioso villafranchese Luca Dossi dipana molti dubbi sul complesso della chiesetta di San Giovanni della Paglia che accoglie, poco distante dall’obelisco del Quadrato, chi entra in città da Verona. 

È rimasto ben poco di ciò che era, perché negli anni il nucleo storico ha subìto molte modifiche ed è stato inglobato dall’espansione urbanistica; ma le sue radici sono partite da lontano, almeno dal Duecento. Da lì ha ripreso un racconto mai completato, Dossi nel suo La corte di San Giovanni della paglia a Villafranca, ultimo volume della collana degli Studi villafranchesi che da trent’anni ricostruisce capitoli di storia locale. 

Lo studioso, 34 anni, insegnante di italiano, storia e geografia alle medie di Vigasio e storico medievista, pagina per pagina sfata molti luoghi comuni sulla chiesetta e aggiunge dettagli sconosciuti sul suo passato. «La chiesa – può confermare oggi – nacque come luogo dei cavalieri templari di Mantova, soppressi nel 1312, e afferenti alla chiesa di San Giovanni del Tempio. Ecco perché nei documenti che erano stati consultati non compariva». 

La menzione più antica sul sito, infatti, era del 1491 ed era appunto quella che definiva il complesso come una proprietà di San Giovanni del Tempio di Mantova. Dossi è andato oltre, mettendo insieme tante tessere sbucate dal passato e ricostruendo un filo cronologico attendibile che testimonia l’antichità del complesso e la sua origine templare: «Consultando un fondo, sono incappato in una pergamena del 1228 relativa al monastero dei Santi Fermo e Rustico a Verona, nella quale si parlava della vendita di beni di un villafranchese che, tra le sue proprietà, ne aveva una che confinava con l’Ospitale della paglia a Villafranca. Non poteva che essere San Giovanni. Da lì la ragionevole conclusione che la corte sia in realtà di origine templare e sia confluita in un secondo momento – e insieme a tutte le proprietà templari mantovane – sotto la commenda veronese». 

Così la storia si è ricomposta partendo dal Medioevo. La corte e la chiesetta hanno attraversato l’epoca della Serenissima e quella moderna fino all’era napoleonica per poi sopravvivere alle guerre di indipendenza – vicinissimo alla chiesa fu l’episodio del Quadrato di Villafranca del 24 giugno 1866 ricordato oggi dall’obelisco – e ancora lungo il Novecento fino ai giorni nostri.

E anche sul nome Dossi è riuscito a fare luce. Con un’intuizione non suggerita, questa volta, dai documenti storici, ma da una lettura estiva: «Leggevo il Baudolino di Umberto Eco, dove a un certo punto si cita la costruzione di Alessandria in una zona acquitrinosa, rialzata dalla palude, con natura sassosa, incolta e con sterpaglie, chiamata la “palea”. In latino medievale palea significa anche sterpaglia, luogo incolto. Ho avuto così un lampo. E ho pensato subito al “della paglia” della chiesa di San Giovanni che si voleva attribuire al fatto che il luogo fosse usato come spazio di ospitalità con i giacigli, appunto, usanza però molto più recente. Ma il fondo, al contrario, era catalogato come agricolo e l’uso dell’ospitalità allora non era entrato in funzione. È probabile, dunque, che si tratti anche qui di un toponimo, “de palea”, visto che nell’antichità si trovava in una zona depressa, secca, non abitata». 

Un traguardo non da poco che ha spazzato via un mito tramandato per decenni. Ed è un risultato ancor più caro a Dossi, spinto in questa ricerca anche da questioni affettive. Il complesso di San Giovanni, infatti, appartiene al ramo materno della sua famiglia che lo acquistò nel 1919 e per lui è un luogo dell’infanzia e della gioventù, dove ha vissuto fino ai 30 anni e che gli ha suscitato sempre molte curiosità. «Da piccolo mi impauriva e allo stesso mi affascinava il dipinto nella chiesetta di San Giovanni con lo sguardo che ti segue. Ho sempre fatto molte domande sulla corte: i Vantini, della famiglia di mia madre, acquistarono il complesso dai conti Cavazzocca Mazzanti che la possedevano sin dall’epoca napoleonica e che l’avevano acquisita, a loro volta, dalla famiglia Conati: Rosanna Conati sposò uno dei conti Cavazzocca». 

Poi nel 2007, durante un intervento, è stata rinvenuta una pietra che aveva un’iscrizione che ricordava un restauro compiuto a metà del Seicento da Berbardino Della Ciaia, senese: «Mi ha dato lo spunto definitivo per iniziare uno studio storico fatto con metodo accademico. Sono passato per diversi archivi e ho consultato gli atti giudiziari dell’archivio Balladoro a Povegliano, e poi cartografie e mappe antiche».

Ma Dossi non è nuovo alle fatiche e alle scoperte “storiche”. Durante lo studio per la laurea triennale, una decina di anni fa, rinvenne l’atto di costituzione ufficiale di Villafranca, nata col nome di Borgo libero il 9 marzo del 1185. Il documento era all’archivio di Stato di Verona, nel fascicolo “Villafranca” consegnato nel 1918 dall’allora sindaco Marcello Fantoni. Non era il documento originale, andato perduto, ma una stampa settecentesca della Repubblica di Venezia che riproduceva la carta originale firmata appunto il 9 marzo del 1185 dai magistrati scaligeri, tra cui Viviano degli avvocati, e dal notaio Ventura per ufficializzare la nascita del borgo. 

Nell’atto, si decide di edificare il Borgo libero in aperta campagna, circondandolo da un fossato e suddividendolo in 180 lotti di 3.002 metri quadrati ciascuno, che dovevano affacciarsi su tre vie. Gli abitanti furono inizialmente 179, a ciascuno fu assegnato un lotto. Il rimanente spettò alla Chiesa. Nel testo si parla proprio della realizzazione della futura cittadina, come se in precedenza non ci fosse stato nulla. Il documento, quindi, conferma la tesi dell’origine medievale di Villafranca, anche qui sfatando il mito delle radici romane fondato sulla pietra incastonata alla base della torre del castello scaligero che riporta una dicitura romana. 

Il castello venne dopo. Era l’epoca più fiorente del comune di Verona e Villafranca nacque come sua appendice, tanto che i cittadini godevano dei medesimi diritti e ne erano gelosi: il consorzio dei cittadini originari non voleva “foresti” che godessero di pari trattamento e per questo ingolfò in seguito i palazzi della Serenissima con lettere di rimostranze, anche perché  il Borgo libero offriva particolari privilegi fiscali, per invogliare a trasferirvisi. In più era una zona depressa e difficile da coltivare, per lo strato sassoso nel terreno. Tutti fattori che decretarono lo sviluppo del commercio, peculiarità tuttora dell’economia villafranchese.

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