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Da quelle lettere familiari l’orrore del nostro colonialismo

di LINO CATTABIANCHI

Le atrocità fasciste in Abissinia raccontate dallo sfortunato pescantinese Luigi Butturini in un bel libro della figlia Maria Pia

Parole chiave: Colonialismo (1), Fascismo (2), Storia (16), Pescantina (4), Libri (20)
Da quelle lettere familiari l’orrore del nostro colonialismo

di LINO CATTABIANCHI

Un canto d’amore coltivato segretamente per quasi ottant’anni, quello che Maria Pia Butturini Carli manda ora alle stampe facendo rivivere la figura di suo padre Luigi (nella foto sopra, col padre Emilio) nel bel libro Guerra amore poesia. Lettere di mio padre, edito dalla Tipografia Bologna di Isola della Scala.

Luigi Butturini figlio del segretario comunale Emilio, era nato a Pescantina nel 1909 e perì il 28 novembre del 1942 nell’affondamento del piroscafo britannico “Nova Scotia”, causato da tre siluri di un U-Boot tedesco. Era stato richiamato per la campagna di Etiopia dai primi di ottobre del 1935 al 9 maggio 1936, caporalmaggiore nella Divisione Cosseria, che poi opererà in Russia. Dopo la fine della guerra si era fermato in Africa ed aveva dato vita ad una società di trasporti, divenendo anche rappresentante della Fiat ad Asmara.

Giovane di molti interessi e amante della vita, valente ragioniere, appassionato di calcio, era stato giocatore e presidente della squadra del Pescantina. Aveva conosciuto Ginetta a Sant’Anna d’Alfaedo e se ne era innamorato. Una relazione che venne alimentata da un fitto epistolario che data dal 1930 al 1942, e si chiude con l’ultimo straziante biglietto del 15 novembre 1942, inviato dal piroscafo che stava iniziando il viaggio fatale. «Sono lettere che ho conservato gelosamente – racconta Maria Pia, già docente di educazione fisica alle scuole medie e superiori di Isola della Scala – e che mi riportano intatta la figura luminosa di mio padre Luigi e della sua vita ricca e generosa».

Maria Pia venne al mondo a Decameré, in Eritrea, il 22 luglio del 1938, quando la famiglia si era finalmente ricongiunta, dopo che il 10 ottobre del 1935, pochi giorni prima della partenza per l’Africa, Luigi e Ginetta si erano sposati a Ostiglia. Le lettere offrono uno spaccato della maturazione dei sentimenti dei due fidanzati-sposi, della vita a Pescantina negli anni ’30 del Novecento, e, con uno sguardo disincantato e penetrante, dell’avventura italiana in Eritrea e Somalia, sempre sullo sfondo della disfatta di Adua del 1896, senza trascurare nessun particolare.

Colpisce l’oggettività della descrizione di Luigi, che non si esime dal giudicare le responsabilità del maresciallo Rodolfo Graziani che “per rimanere aggrappato al potere applicò il terrore sulla popolazione” e “fu il principale responsabile dei massacri compiuti dagli italiani contro gli abissini”. “In questi ultimi mesi di campagna militare vera e propria vennero violate le norme della convenzione di guerra sui civili e sui prigionieri di guerra. Venne addirittura per la prima volta nella storia bombardato anche un ospedale della Croce Rossa che procurò la morte di un medico svedese” (Lettera da Decameré, 10 settembre 1936).

Vengono ricordate da Luigi anche le rappresaglie ad Addis Abeba da parte degli italiani per vendicare l’attentato a Graziani, le migliaia di vittime e la soppressione del clero copto con la fucilazione, inoltre, dei cadetti della scuola militare di Oletta ad Addis Abeba. “Queste notizie mi hanno turbato tanto” scrive Luigi a Ginetta il 14 febbraio del 1937. Sull’impiego dei gas, una questione che oppose duramente il negazionista Montanelli ad Angelo Del Boca, la testimonianza diretta di Luigi non lascia dubbi. “Laddove si parla della famosa faccenda di gas: iprite e fosgene e del mistero che la circonda, devo dirti che chi è a conoscenza riguardo ai gas gli è stato imposto solenne giuramento di silenzio. Purtroppo, i gas micidiali sono stati usati e gli stessi alpini della divisione “Pusteria” ne hanno visto l’effetto sia sul terreno che sui corpi degli abissini e di tutti gli animali sull’Amba Aradam, al lago Ascianghi e nelle caverne” (Lettera da Adi Ugri, 23 febbraio 1936).

Asmara, l’epicentro di tutta la storia, sta diventando una città vivacissima con molte iniziative economiche e culturali, dove vivono migliaia di italiani. A Decameré, a 2.060 metri di altitudine e a 39 km da Asmara, sorge la casa che accoglierà Ginetta e dove nascerà Maria Pia. Nonno Angelo, dal 3 febbraio 1939, raggiungerà la famigliola partendo da Pescantina e racconterà il suo viaggio dal piroscafo Arno fino all’arrivo al porto di Massaua. Starà un po’ col figlio prediletto Luigino, Ginetta e “il tesoro di Maria Pia” fino a ritorno a Pescantina il 6 marzo dello stesso anno.

Ma nubi nere si addensano sulla felicità di Luigi e Ginetta. Il 10 giugno del 1940, l’Italia si ritrova in guerra: in Eritrea arrivano inglesi e indiani, cominciano i bombardamenti anche in Africa, gli uomini validi vengono fatti prigionieri. Dal campo di concentramento di Decameré, Luigi, prigioniero, invia a Ginetta le ultime due lettere il 14 e il 15 novembre del 1942, giorno della partenza del piroscafo Nova Scotia. La nave, partita dal porto di Massaua, era in navigazione verso il porto di Durban in Sudafrica con un carico di 769 prigionieri di guerra italiani prelevati da Asmara, Cheren, Decamerè, nell’Eritrea del sogno imperiale fascista. A loro si aggiungevano alcune centinaia di boeri rimasti feriti a El Alamein, i militari di guardia e l’equipaggio: in tutto 1.200 persone.

La nave, colpita dai razzi tedeschi di un U-Boot, affondò in poco tempo e i naufraghi sugli zatteroni dovettero fare i conti con gli squali. Si salvarono 119 italiani e 64 tra sudafricani e inglesi. Arrivò in soccorso la nave portoghese “Alfonso de Abuquerque” che trasferì i superstiti a Laurenco Marques, l’odierna Maputo, in Monzambico. Sulla tragedia calò il silenzio. Solo dopo 20 anni il giornalista Carlo Dominione del Corriere della Sera, sopravvissuto al naufragio, riuscì a pubblicare sulla Domenica del Corriere il resoconto della spaventosa avventura da lui vissuta coi suoi amici italiani.

Ma la vicenda raccontata da Maria Pia Butturini attraverso le lettere del padre Luigi si intreccia con l’arrivo della pandemia e anche con le scene delle “morti per acqua” come direbbe Thomas Stearns Eliot, che si ripresentano ai nostri giorni e colpiscono migliaia di migranti dall’Africa. Quel sacchetto di terra annodato all’interno della maglietta di una vittima eritrea ritrovato da Cristina Cattaneo, medico legale incaricata del riconoscimento di quei poveri resti in occasione della tragedia consumatasi il 3 ottobre 2013 di fronte alle coste di Lampedusa, dove perirono 368 migranti, affratella per sempre Maria Pia a quegli eritrei. Anche lei con l’Eritrea nel cuore aveva raccolto in un viaggio di ritorno in terra africana col marito Mario «quella terra tanto cara per portarla di ricordo in Italia». Un monumento al padre Luigi, frutto di un amore indelebile che ha attraversato i decenni.

La copertina del libro
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