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Un Nobel a colui che ha fatto cadere il “muro” che separava Etiopia ed Eritrea

Oslo si prepara ad accogliere in pompa magna il vincitore del premio Nobel per la Pace 2019. Ad aggiudicarsi il riconoscimento, che verrà ufficialmente consegnato il 10 dicembre nel municipio della città, è il premier dell’Etiopia...

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Un Nobel a colui che ha fatto cadere il “muro” che separava Etiopia ed Eritrea

Oslo si prepara ad accogliere in pompa magna il vincitore del premio Nobel per la Pace 2019. Ad aggiudicarsi il riconoscimento, che verrà ufficialmente consegnato il 10 dicembre nel municipio della città, è il premier dell’Etiopia, Abiy Ahmed Ali. A trent’anni esatti dalla caduta del muro di Berlino, il premio rende omaggio al crollo di una cortina di ferro africana: quella tra Etiopia ed Eritrea.
Il primo ministro etiope è considerato il principale artefice dell’accordo di pace tra i due Paesi, firmato il 9 luglio 2018 ad Asmara insieme al presidente eritreo Isaias Afwerk. Il trattato ha posto fine a una guerra fredda lunga quasi vent’anni. Dopo il sanguinoso conflitto che tra il 1998 e il 2000 provocò la morte di 80mila persone e causò milioni di sfollati, tra Etiopia ed Eritrea era nato un muro impenetrabile: le frontiere erano state chiuse, i rapporti diplomatici interrotti e i voli aerei cancellati. Come ai tempi di Berlino Est e Ovest, il confine ha diviso per anni famiglie e tribù.
La caduta della cortina di ferro è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Qualche mese dopo essere stato eletto premier, Abiy Ahmed ha deciso di riconoscere gli accordi di pace di Algeri siglati nel 2000. In pochi mesi il confine tra i due Paesi è stato riaperto, parenti e amici si sono riuniti e gli aerei hanno ripreso a volare liberamente tra Addis Abeba e Asmara. Il comitato del Nobel ha deciso di premiare gli sforzi del primo ministro etiope che, con un gesto sorprendete, ha saputo ridare speranza a tutto il Corno d’Africa.
Nato nel 1976 ad Agaro, nella regione di Oromia (dove vive il più grande gruppo etnico del Paese, gli oromi) Abiy Ahmed ha imparato fin da piccolo l’arte della riconciliazione. È cresciuto in una famiglia multiculturale con madre amara – l’altra grande etnia dell’Etiopia – di religione cristiana ortodossa e padre musulmano oromo. Dopo aver studiato ingegneria ad Addis Abeba, ha investito sulla formazione frequentando dei master in Scienze politiche nel Regno Unito, fino ad ottenere un dottorato di ricerca nel 2017.
Arruolatosi con l’esercito etiope, ha servito come casco blu delle Nazioni Unite in Rwanda, negli anni successivi al genocidio. Dopo essere entrato a far parte del Partito Democratico oromo, è stato eletto prima deputato e poi, nell’aprile 2018, primo ministro. Oggi è il leader più giovane, e probabilmente più istruito, del continente africano. Parla fluentemente cinque lingue, è padre di tre figli (più uno adottato) e fa parte della Chiesa protestante pentecostale. Nei primi cento giorni di governo ha impresso una svolta democratica al Paese.
Dopo anni di lotte intestine e divisioni interne, ha deciso di liberare migliaia di prigionieri politici e giornalisti, ponendo fine allo stato d’emergenza e denunciando l’uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza. In un’Etiopia etnicamente divisa, ha avviato processi di riconciliazione e ordinato la rimozione dei partiti di opposizione dall’elenco dei gruppi terroristici. E se la strada verso la pace è ancora lunga e tortuosa, il premio del 10 dicembre sembra confermare che la direzione intrapresa è quella giusta.

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