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Non c’è solo la foresta che brucia

La testimonianza di un prete veronese sulla grave situazione nel Brasile di Bolsonaro. Un appello all’Europa

Parole chiave: Amazzonia (3), Ecologia (8), Ambiente (6), Creato (4)
Non c’è solo la foresta che brucia

Carissimi, vi sembrerà strano scrivere un grazie all’Europa, ma credo che anche voi stiate ricevendo notizie sugli incendi in Amazzonia. Non so come arrivano le notizie lì da voi, sapendo che tanto qui quanto in Italia tutte le notizie sono mediate da interessi e intenzioni... anche quando si sceglie di non parlarne, i silenzi, le omissioni.
I telegiornali qui in Brasile hanno dato notizia che due Paesi europei (Germania e Norvegia) hanno deciso di tagliare i finanziamenti che venivano dati al Brasile per la protezione dell’Amazzonia. Il motivo della decisione scaturisce dall’iniziativa del governo brasiliano (specialmente dal presidente della Repubblica) di tagliare le sovvenzioni agli organismi di controllo ambientale, di sfruttare il sottosuolo (in Amazzonia, nelle riserve biologiche e nelle terre indigene) per la ricerca di preziosi (oro, argento, diamanti, uranio, petrolio, ecc.).
Il risultato non si è fatto attendere. In pochi mesi la Nasa ha constatato un aumento delle aree disboscate (nell’ordine di migliaia di chilometri quadrati), anche dentro le riserve ecologiche o forestali e i parchi nazionali o statali. Lo Stato amazzonico brasiliano di Roraima ha decretato l’estinzione di una dozzina di parchi naturali statali, dando accesso all’agricoltura e allo sfruttamento delle risorse naturali, in primo luogo del legname pregiato. Gli incendi di questi giorni sono frutto del secondo momento di sfruttamento, visto che si vuole trasformare l’area amazzonica in un grande campo da coltivare o in prati per il bestiame.
Anche i popoli indigeni hanno denunciato invasioni di terre e uccisione di leader da parte dei cercatori di oro e diamanti, e dei tagliatori abusivi di legname. L’ultimo indio che hanno assassinato, secondo la Polizia federale, è stata una fatalità (e non un omicidio!): il vecchio è annegato da solo. Questo mostra che continua l’impunità e l’occultamento di prove.
Anche il presidente del Brasile ha dimesso lo scienziato direttore dell’Istituto di controllo spaziale sull’Amazzonia perché ha divulgato, senza prima passare da lui, i dati della Nasa sull’aumento del disboscamento dell’Amazzonia di questi ultimi mesi… e così il successore ha dichiarato che sempre ci sono stati incendi in Amazzonia e non c’è da preoccuparsi. Bene, le notizie dicevano che il fumo di questi incendi copriva la città di Belém ed arrivava fino a São Paulo (che si trova a 4mila chilometri di distanza).
A causa di questi incendi e probabilmente della situazione caotica e critica nel Brasile, la Francia, la Germania, la Finlandia e l’Inghilterra hanno preso posizione dicendo che non avrebbero comprato i prodotti del Brasile senza le garanzie (da parte brasiliana) di rispetto sull’Amazzonia e sulle decisioni internazionali per contenere la crisi climatica.
Forse non è ancora giunta in Europa la notizia che il Brasile ha liberato l’uso nell’agrobusiness di pesticidi potenti per “proteggere” i raccolti. Quei veleni che in Europa sono proibiti perché cancerogeni, qui sono stati permessi. I vantaggi saranno per il lucro delle fabbriche produttrici e per le imprese agricole di esportazione al cui servizio stanno gli attuali politici brasiliani.
La dichiarazione del presidente della Francia e le minacce degli altri Paesi europei hanno fatto fare un certo dietro-front, ma Bolsonaro ha affermato a chiare lettere che l’obiettivo è sfruttare tutte le risorse possibili. Far soldi sembra valere più della vita di molti!
In questi mesi – e dobbiamo considerare che il presidente ha assunto l’incarico solamente in gennaio – tutte le statistiche sociali ed economiche mostrano un aumento della disoccupazione, della povertà, della concentrazione di risorse in mano a pochissimi.
Senza considerare l’aumento della violenza (razziale e di genere, familiare e “di piazza”) sostenuta da un clima di pregiudizi che proprio questo governo sostiene, fomenta e di cui garantisce l’impunità (credo che siate al corrente dell’aumento di femminicidi in questi ultimi mesi.)
Anche il clima sociale e politico mostra cambiamenti bruschi: flessibilità dei diritti dei lavoratori, liberalizzazione delle leggi che regolano i diritti/doveri delle imprese, liberalizzazione delle armi e del loro uso ora anche fuori di casa ampliando il “diritto” di legittima difesa, riforma pensionistica, cambiamenti di funzioni di alcuni ministeri, militari che assumono funzioni di ministro...
A passi veloci si stanno introducendo cambiamenti strutturali ai principi della Costituzione in forma apparentemente democratica, ma incostituzionale. Il connubio tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, in una falsa propaganda contro la corruzione e in un contesto ambiguo di un processo di repressione di tutte le opposizioni è preoccupante (il vecchio presidente Lula è ancora in carcere senza un verdetto finale).
Solo l’intervento internazionale e l’opinione pubblica in Europa potrà aiutare il Brasile a non cadere di nuovo nelle maglie di una nuova dittatura, sostenuta come l’altra volta (1962-1984) da interessi economici e dalla globalizzazione dei mercati finanziari.
Quelli che hanno vissuto l’altra dittatura dicono che già stiamo sulla stessa strada. Il presidente fa le leggi e proibisce che le notizie siano divulgate senza averle preventivamente filtrate. Destituisce chi la pensa in modo diverso. Promuove controlli nelle scuole per proibire l’insegnamento della storia e della filosofia. Taglia i finanziamenti alle università e alla ricerca. Alla fine, per loro, i poveri non hanno necessità di studiare e la classe operaia serve come manodopera. Solo l’élite ha pieni diritti e non saranno toccati dai tagli finanziari, né saranno tolti loro i privilegi acquisiti né tassati i beni di lusso.
Vi scrivo queste cose perché pensiate. Siamo sulla stessa barca, in una “casa comune”. E sono cosciente che la situazione del Brasile non è drammatica come quella della Siria, del Medio Oriente o di alcune parti dell’Africa. Ma cercate di capire: c’è qualcuno che sta manovrando i fili e ci tratta come burattini. Sono convinto che i due eventi indetti da papa Francesco vanno in senso contrario. In ottobre ci sarà il Sinodo sulla realtà dell’Amazzonia che mette in discussione questa visione di sfruttamento e il concetto di sviluppo che dà spazio soltanto all’economia e non alle persone. Nel febbraio 2020 ci sarà l’altro appuntamento: una riflessione con giovani imprenditori sui principi di un’economia più umana e solidale. Grazie Europa, se continuate a fare pressione. Grazie papa Francesco!

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