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«Io prete? Una mattina andando al Grest...»

di LUCA PASSARINI

Don Matteo Selmo si racconta: da Cadidavid ora a Lonato

Parole chiave: Chiesa (182), Verona (223)
«Io prete? Una mattina andando al Grest...»

di LUCA PASSARINI

«Se mi chiedi perché mi sono fatto prete, devo dire che non so rispondere». Così debutta don Matteo Selmo, 38 anni, attuale parroco di Lonato insieme a mons. Osvaldo Checchini. E continua: «Sarebbe come chiedere come mai ti sei fidanzato con quella ragazza: sicuramente ce ne sono di più belle, di più pazienti, di più buone; ma l’amore che senti per quella persona è qualcosa di unico e speciale».  
A fare la storia sono gli incontri e gli eventi che portano a condividere un sogno e a rispondere, continuamente. «Ogni mattina – racconta Selmo – mi sveglio e dico il mio sì; in dialogo con Dio riconosco che Lui sceglie ancora me, con tutta la mia umanità e fragilità; a questo io rispondo: anche oggi scelgo Te». 
Don Matteo ci svela che ha avuto una vita che si può definire «tremendamente normale», cresciuto in una famiglia in cui il servizio non era questione di gesti sparsi qua e là, ma era lo stato di vita. Il papà, insieme ad alcuni amici, ha dato l’avvio al gruppo donatori di sangue di Cadidavid e gli ha fatto respirare fin da piccolo il mondo del volontariato, del dono, dell’attenzione alle missioni e della vicinanza ai disabili, agli anziani, agli ammalati, così come ai poveri che spesso suonavano alla loro porta. 
Confida: «Ricordo che qualche volta i mei genitori ospitavano persone in casa e davano il loro letto». Questa esperienza, condivisa con i figli delle famiglie amiche, è stata una sorta di porta della fede ed è stato normale anche vivere intensamente la parrocchia, che era diventata «una sorta di seconda casa, dove fare attività, essere inseriti nel gruppo chierichetti, ma soprattutto accogliere la testimonianza di vita di alcuni preti». 
Il loro condividere tempo e amicizia (oltre che caramelle e bibite) con i ragazzi lo portò da adolescente anche a dirsi che, se era quello fare il prete, non era poi così male. Erano però anche gli anni del cambio della scuola, di nuovi sogni e desideri, di relazioni rinnovate, di emozioni e affetti mai provati prima. «Proprio in quel periodo – racconta don Matteo – la mia vita è stata segnata da esperienze forti e determinanti. In breve tempo ho dovuto fare i conti con la morte di mia cugina Giulia a 7 anni per problemi di cuore, e del mio compagno di classe Andrea, a 18 anni per leucemia. Questo non mi ha portato ad essere arrabbiato con Dio e con il mondo, né a perdere la fede, ma a farmi domande profonde, a desiderare di non buttare via tutto e per questo il bisogno di mettere ordine. Da Giulia ho imparato che non dipende da quanto vivi, ma dall’intensità con cui vivi; in Andrea ho visto che si può voler bene, a tutti e sempre, pure nella sofferenza e nella malattia». 
Anche un’esperienza di fidanzamento lo ha aiutato a interrogarsi sull’amore, in particolare cosa vuol dire davvero amare e lasciarsi amare. «Riconoscere l’amore di Dio – ci spiega – passa anche dal rendersi consapevoli delle situazioni più semplici, delle attenzioni inaspettate e gratuite, di come posso essere amato». 
Non sono mancate in quegli anni nemmeno varie proposte della parrocchia di Cadidavid, con i vari curati che di volta in volta proponevano momenti di preghiera e formazione, testimonianza di seminaristi e persone consacrate. Don Matteo ricorda in particolare un episodio: «Ci hanno portato a incontrare delle suore di clausura; al termine ho esclamato: “Voi non servite a niente!”. A distanza di anni, quando ci sono tornato da seminarista, si ricordavano di me e mi hanno detto: “Ti aspettavamo, che bello rivederti!”. Da allora mi sento fortemente custodito nella preghiera, forte del fatto che qualcuno sempre si ricorda di me». 
Tutte queste esperienze e situazioni lo hanno poi portato ad approfondire il cammino di discernimento personale: «Una mattina d’estate ero pronto per andare al Grest, ma mi sono fermato e ho chiamato un prete amico, che era stato curato nella mia parrocchia e gli ho raccontato cosa si stesse muovendo dentro di me, con il pensiero alla vocazione sacerdotale. Io stavo bene, ma avevo dentro qualcosa che mi soffocava, mi sentivo vuoto come quando si balla sulle montagne russe». 
Non era male la vita che faceva, ma c’era un meglio che iniziava a farsi intravedere, una strada che apriva ad orizzonti più grandi. Parlandone con il don, che riuscì a rintracciare la mattina stessa, si convinse che valeva la pena per questo lasciare tutto, anche la passione per lo sport e il lavoro da geometra. La consapevolezza che ci fossero molti giovani più bravi e più adatti agli studi teologici, lo portò a pensarsi non come uno degno, ma come uno scelto. 
L’ingresso successivo nella comunità propedeutica di Casa San Giovanni Battista lo ha portato a stringere ancora di più la relazione con il Signore, fatta anche di dialogo schietto e vero, a gustare l’essere amati e custoditi dalla Chiesa, a fidarsi della fedeltà divina. Le parrocchie e i preti che lo hanno accompagnato negli anni di formazione e in questi primi da prete lo hanno fatto maturare ulteriormente. 
«Dopo aver fatto una grande esperienza di essere amato – ci svela – oggi sento che sono cresciuto nella capacità di amare. A Nogara poi ho imparato ad ascoltare la gente, a vivere la liturgia con il popolo e a portarla nella quotidianità, ad essere costruttore (e tante volte anche ricostruttore) di relazioni. Qui a Lonato sto gustando ancor di più la fraternità e la condivisione con gli altri preti, oltre che riconoscere come il Signore sia presente e mi vuole bene attraverso le persone». Inoltre ci racconta che emergono sempre più due pilastri fondamentali della sua vita di uomo e di prete. Da una parte il servizio, con il riferimento alla lavanda dei piedi e la bellezza di poter condividere un amore divino, anche nella fragilità e nelle fatiche. Dall’altra l’essere padri che, come impara nel confronto con i fidanzati e le giovani coppie, «non vuol dire essere perfetti, sapere già come si fa, vivere con in mano un libretto di istruzioni; ma amare con quello che si è, sapendo soffrire per un figlio che si allontana e gioire per un figlio che torna a casa».

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