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«Fare i padri per educare a essere figli»

Don Fabio Rosini invitato a Verona: «Se assumiamo una vita filiale, diventa vita fraterna»

Parole chiave: Don Fabio Rosini (2), Informazioni pastorali (2), Diocesi di Verona (9), Educazione (12), Famiglia (37), Genitori (13), Figli (10)
«Fare i padri per educare a essere figli»

Come si educa a vivere da figli? È la domanda posta a don Fabio Rosini nella prima serata di “Dare vita al futuro”, l’itinerario incentrato sulla paternità dell’educatore e nato dalla sinergia tra Centro di pastorale ragazzi, Centro di pastorale adolescenti e giovani, Casa diocesana Kairos, e Centro di pastorale universitaria. Il sacerdote romano, biblista e direttore del Servizio per le vocazioni della Diocesi di Roma, è noto ai più per aver ideato e diffuso in tutta Italia il cammino dei Dieci Comandamenti (o Dieci Parole). 

La sua risposta, presentata agli oltre mille tra catechisti, animatori, insegnanti, educatori e genitori presenti al Centro congressi San Zeno, è elementare nell’assunto, quanto radicale nella sostanza: «Non conosco forma migliore per educare a essere figli che fare i padri – esordisce –. Non può essere una tecnica, non si tratta di fare, ma di essere. Sta in un ritmo, che è il ritmo della vita. Un giorno Dio ti chiede: “Ti fidi di me?” e se tu ti fidi inizi a sperimentare la Sua paternità. Per educare alla vita filiale prima di tutto occorre viverla». Attorno a questo nucleo Rosini sviluppa la sua catechesi, partendo da quella vita biologica donata dai genitori con una «incompletezza nativa». «C'è una santa inquietudine nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, quell'idea che “mi manca un pezzo”. È bene che i miei genitori non mi possano dare nient'altro che una vita che è una premessa», che poi ciascuno è chiamato a vivere, a portare a compimento. In questo, il rischio maggiore è la mediocrità: «Ogni bimbo e ogni bimba non nascono per fare cose minute o mediocri. Il nostro grande nemico è il tirare a campare, l’adattarsi, il pensare di fare le cose di serie B». Una condanna al «grigiume» che tarpa le ali e castra ogni desiderio di grandezza e di bellezza. C’è però un’altra vita, un’altra chiamata, che nel caso di don Fabio arriva attorno ai vent’anni, in un periodo di ribellione e ricerca, dopo l’infanzia vissuta in parrocchia. «Quando ho incontrato dei cristiani ho visto che avevano una vita un po’ diversa, che non era come io la pensavo. Credevo che la bellezza fosse la forza, una forma di affermazione, conseguire dei risultati; mentre le persone che poi mi hanno mostrato la fede non erano più brave di me, anzi, a dire la verità mi sentivo molto migliore di loro, umanamente parlando. Al tempo ero un ragazzo, un musicista, studiavo e suonavo il violoncello; mi sentivo un artista e guardavo dall’alto in basso le persone e queste non avevano più doti di me. Però avevano qualche cosa che io non capivo, non avevo, non conoscevo». Era una «capacità di volersi bene tra di loro e di perdonarsi», concedendosi il diritto di essere deboli. «Mi colpiva che loro pensavano che esistesse qualcos’altro di invisibile nella realtà, loro la chiamavano Provvidenza. E io mi sentivo che qualcosa dentro il cuore mi si muoveva. Sono stato due anni a guardarli senza accettare di diventare cristiano. In quel tempo la mia vita veniva fecondata dentro, io non me no rendevo conto e raccoglievo dei semi. Questi pensavano che poi c’è un Dio che provvede e dicevano che Dio è Padre». 

L’invito, implicito alle parole del sacerdote, è dunque di non trasformare Dio in «un ente astratto emettitore di morale», estraneo al cuore dei ragazzi e causa di oppressione e sensi di colpa; di non ridurre l’annuncio ad un problema di coerenza. Il rimando biblico è all’episodio della mela in Genesi 3, su cui cade Eva e su cui tutti cadono, perché si vuole «essere fantastici, riscattarsi, emanciparsi», anziché essere figli e riconoscersi peccatori amati. «Perché noi abbiamo in realtà due sole alternative – puntualizza Rosini –: o viviamo di noi stessi o abbiamo trovato il Padre. O siamo coerenti, cerchiamo di essere come Dio o stiamo con Dio, siamo figli in ogni istante della nostra vita». È la scelta che in maniera più o meno consapevole viene posta a ciascuno quotidianamente. «Ogni volta che sto in bilico tra un atto d’amore e un atto di egoismo, io sto fra il difendere me stesso, l’autoaffermarmi e il consegnarmi al Padre. Questo è il punto». 

Quindi Rosini introduce il passaggio decisivo per ogni educatore: la paternità verso i propri ragazzi. «Istantaneamente, se assumiamo una vita filiale, diventa vita fraterna: è il Padre che rende fratelli». Da fratelli si arriva quindi ad essere sposi, attraverso la propensione al dono di sé e nell’incontro sponsale si genera la vita e si giunge alla paternità. Ecco dunque l’assunto iniziale. Ogni discorso educativo dipende da «come si vive la figliolanza, che è il contrario della vita mediocre: è la vita grande, la vita nella Provvidenza». Solo rimanendo all’interno di un rapporto con il Padre fondato sulla libertà, abbandonandosi a questa Provvidenza, donando se stessi, è possibile educare in maniera autentica: «Quando è stato rivelato il Padre? Quando Gesù muore sulla croce». È lì che il centurione lo riconosce. Nella morte. «Volete trasmettere la fede a questa città» ha concluso il sacerdote, «volete che tra le nuove generazioni ci siano figli? Allora siate figli. Se Verona vi vedrà fidarvi del Padre e perdere la vita per Lui, genererete figli».   

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