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Viaggio nella Verona solidale

di FRANCESCA SAGLIMBENI

A Veronetta la mensa della Fevoss non lascia indietro nessuno

Parole chiave: Fevoss (4), Città (27), Volontariato (86), Solidarietà (68)
Viaggio nella Verona solidale

di FRANCESCA SAGLIMBENI

Mario attende tutti al varco dell’ingresso secondario (il mercoledì e il venerdì – giorni di mercato – funziona così), sfidando il gelo di gennaio, per misurare la temperatura corporea e “autorizzare” i commensali a raggiungere la sala da pranzo. Proprio come un maresciallo (in effetti, prima di diventare un volontario Fevoss, faceva proprio questo).
Giorgio, ex pilota aeronautico, entra ed esce dalla porta di servizio per intercettare i bisogni della giornata. Nei mesi scorsi, tramite un giro di amici e l’infallibile passaparola, è riuscito persino a recuperare un freezer di seconda mano, da riutilizzare per la conservazione degli alimenti prossimi alla scadenza. Mentre Antonio, scrupoloso coordinatore del servizio mensa, in questo periodo di incremento degli adempimenti legati al Covid, butta un occhio di qua e uno di là, verso la postazione della reception, dove Luciana registra gli ospiti muniti di Green pass (gli stessi che prima erano passati dal maresciallo) e altri due giovani invitano a riporre giacche e paltò nell’apposito guardaroba.
In sala, in grembiule e guanti igienici, li attendono Daniela e Nicoletta che, dopo aver imbandito le tavole ammantate con la classica tovaglia a quadri de ‘na olta – diremmo noi veronesi –, con il vassoio contenente un panino ciascuno e le stoviglie d’ordinanza, sono pronte a servire il menu del giorno. Dalla prima portata, preparata dal “grande chef” Raffaele (titolo che ci fregiamo simpaticamente di riconoscergli, in virtù della sua imponente statura e del sincero entusiasmo con cui illustra la sua gustosa creazione: tortellini con fonduta, speck e zucchine), al più frugale secondo piatto di formaggi e affettati.
Come dessert abituali, la “casa” offre yogurt, frutta fresca, biscotti vari. Ma prima di aprire le porte, rituale delle 11.15: «Un sorriso per la stampa, vi prego!». Nella foto di gruppo c’è anche la presidente dell’associazione Fevoss Verona Santa Toscana, che ha in gestione l’omonima mensa all’ombra di Porta Vescovo, Sandra Zangiacomi, guida del nostro secondo viaggio dentro le mense sociali della città scaligera e responsabile del team di volontari (una quindicina, attualmente, peraltro aumentati proprio per far fronte ai protocolli sanitari) che dal lunedì al venerdì, a due a due, si avvicendano nell’accoglienza, nell’erogazione dei pasti e in tutte le mansioni correlate, in cui rientra anche l’approvvigionamento del cibo (ritirato dagli autisti della Fevoss presso il Banco alimentare, i supermercati e altre associazioni).
Una macchina della solidarietà dai ritmi ben scanditi, che si incastona nella più ampia e storica filiera umana di Veronetta: «Prima di accedere alla nostra mensa, gli utenti – generalmente senza fissa dimora – dalle 8 alle 9 hanno la possibilità di consumare la colazione preparata dalla Ronda della Carità presso il Rifugio2 di via Campo Marzo, e dalle 10.30 alle 11.30 dai frati del Barana, in via Fincato (per sbocconcellare qualcosa)», spiega Sandra, sottolineando che a Santa Toscana danno da mangiare anche a chi non è munito di Green pass, ma nella formula dell’asporto.
«Il 70 per cento degli uomini e donne che si recano da noi sono stranieri – prosegue – e nella quasi totalità dei casi abbiamo a che fare con persone educate e riconoscenti. Addirittura, quando proponiamo dei capi di abbigliamento, c’è chi quasi si imbarazza a prendere, oppure c’è quello che, con grande onestà, ritira giusto ciò che gli è strettamente necessario. Nessuno vuole approfittarne. Né sottrarre qualcosa a chi, eventualmente, ha ancora più bisogno». Davvero una lezione di stile. Oltre che di profonda dignità.
Accanto agli habitué, più volte a settimana bussano alla porta persone che magari un tetto sopra la testa, grazie a Dio, ce l’hanno ancora, ma con la pandemia si sono ritrovate sulla soglia di povertà, e per tamponare la situazione «hanno semplicemente bisogno di una mano ogni tanto, come il classico pacco viveri. Con la calamità sanitaria, poi, le più frequenti richieste di aiuto sono arrivate da persone impiegate nel settore ricettivo (alberghi, ristoranti…), che dall’oggi al domani si sono ritrovate senza più una fonte di sostentamento e con una famiglia da mandare avanti».
Alla mensa di Santa Toscana – è proprio il caso di dirlo – nessuno resta solo. Nemmeno chi la frequenta, più che per non morire di fame, per ricucire il proprio “strappo” con la comunità. Ex detenuti, ragazzi con disagio sociale, profughi, persone inserite in progetti di pubblica utilità, «sono tutti parte della famiglia di volontari che via via si incrementa (anche se, specie in questo momento storico, non sono mai abbastanza). Ciascuno offre quello che può. Perché ognuno, qui dentro, è risorsa». E così pure i residenti del quartiere, che in punta di piedi non fanno mai mancare il loro contributo. «A volte troviamo borse della spesa davanti alla porta, lasciate lì anonimamente, con dentro pasta, una bottiglia d’olio – i classici beni primari – in prevalenza quasi certamente da persone anziane che abitano il quartiere».
Un punto di riferimento per tutti ormai. Luogo di vera comunione sociale.

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