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Quelle morti avvolte nel mistero: ecco la Verona noir

di FRANCESCA SAGLIMBENI

Da re Teodorico a Isolina Canuti, da Mastino I a Siro Zuliani: tante storie rispolverate dai giovani del Fai

Parole chiave: Letteratura (2), Verona (127), Storia (14), Morti (3), Fai (2)
Quelle morti avvolte nel mistero: ecco la Verona noir

di FRANCESCA SAGLIMBENI

Morti sospette, delitti irrisolti – cold case diremmo oggi –, suicidi dal movente incerto. Si nasconde anche una “Verona noir tra le vestigia medievali e le dimore signorili della città scaligera. Quella di Alboino e Rosmunda, ma anche di Isolina Canuti e tanti altri personaggi della storia locale, le cui tumultuose vicende hanno ispirato più di qualche romanzo-inchiesta e penne esordienti nel genere noir. Vite segnate da patti e tradimenti, conquiste e avvelenamenti, che il Fai Giovani Verona ha ritratteggiato in una carrellata di “volti” raccontata online da un gruppo di preparati volontari.

Avvolta nel mistero, la morte di Teodorico, re degli Ostrogoti e re d’Italia, è proprio quella che maggiormente ha attratto i letterati veronesi, e non solo, pronti a cucirgli addosso ogni sorta di leggenda utile a incrementarne così il mito, la più diffusa delle quali narra che un giorno il regnante, ricevuta la notizia di una cerva dalle corna d’oro che pascolava in riva all’Adige, si armò di arco e frecce per predarla, ma improvvisamente il suo cavallo si imbizzarrì e iniziò a correre all’impazzata fino al cratere dell’Etna, in cui si sarebbe catapultato insieme al padrone. Dell’episodio, celebrato dall’artista Niccolò in due sculture della facciata di San Zeno, esiste anche una variante del Carducci, autore de La leggenda di Teodorico (inserita nella raccolta Rime nuove), secondo il quale a provocare la morte di cavallo e cavaliere fu un salto non nell’Etna, bensì in Vulcano, nelle Eolie. Suggestioni a parte, fonti storiche ambientano la sua fine, datata 526, nel palazzo imperiale di Ravenna, dove è presente il mausoleo che ne accoglierebbe le spoglie.

Di poco successiva è la vicenda di Alboino, re dei Longobardi dal 560 circa e re d’Italia fino al 572, che conosciamo attraverso la biografia di Paolo Diacono riportata nell’Historia Longobardorum. Scritta circa duecento anni dopo la morte del protagonista, tale trama doveva essere stata infarcita di aneddoti extra-storici. Nel suo racconto, infatti, Diacono narra che durante una notte di festeggiamenti con i propri soldati, per la vittoria sul re dei Gepidi, Cunimondo, di cui sposò la figlia, Alboino offrì a Rosmunda del vino dal teschio del padre. Furiosa per il macabro gesto, la consorte avrebbe così incaricato due sicari di assassinare il marito, fatto cogliere nella sua stanza da letto in un momento di completo disarmo. Un caso che la tradizione archivia dunque come omicidio con movente vendicativo.

E arriviamo a Mastino I, governante molto amato dalla sua città e sempre incline alla pace, il quale incontra il suo fato una notte del 1277, quando cade vittima di una congiura ordita dalle famiglie rivali dei Pigozzi e degli Scaramelli, proprio nel tentativo di mediare tra le due. Nell’agguato, avvenuto nei pressi della sua abitazione, vicino all’attuale Casa Mazzanti, rimase pugnalato anche un suo carissimo amico. Il fatto rammaricò molto la cittadinanza, che decise di commemorarlo nella targa tuttora visibile tra piazza Erbe e piazza dei Signori.

A tempi più moderni risale la storia di Siro Zuliani, nato nel quartiere di Santo Stefano nel 1852.Impiegato come contabile in una ditta veronese, a 25 anni Ziliani si trova ad affrontare, o meglio ostentare, alcune spese anche piuttosto bizzarre, come l’affitto di un pallone aerostatico destinato a una manifestazione carnevalesca organizzata dentro l’Arena. Ma quella non fu l’unica circostanza a insospettire i concittadini circa le sue improvvise e accresciute disponibilità economiche. I più ipotizzarono che l’uomo avesse trovato una pignatta piena di soldi nella cantina di casa. Per stare al gioco, l’eccentrico e ironico contabile fece dunque esporre in una vetrina dell’odierna via Mazzini una grande pignatta con la scritta “Ecco la vera pignatta trovata dal Duca di Santo Stefano”, da cui il titolo Duca della Pignata. 

Il suo ricordo è tuttavia legato anche a una profonda generosità. Oltre ad aiutare i bisognosi del suo quartiere, finanziò diversi interventi per la ricostruzione delle zone colpite dall’alluvione del 1882. Pochi anni dopo, la tragica e misteriosa fine: una sera, ritirandosi a casa con i libri contabili dell’azienda, Zuliani ordina al cocchiere di tornare a prenderlo più tardi per condurlo alla stazione di Porta Nuova. Dopo aver dato fuoco ai registri, parte dunque per Mantova, dove prende una stanza presso l’hotel Croce Verde. Raccomanda di non essere disturbato e invia una missiva al cognato da far recapitare alla moglie. Lì verrà trovato esanime su una poltrona con una rivoltella in mano. Questione di debiti? L’ipotesi non è stata mai accertata in quanto né le righe lasciate alla moglie né i sospesi con il datore di lavoro (di entità non così importante da giustificare il gesto) hanno potuto mai realmente validarla.

E non mancano le donne, in questo report noir veronese. Tra le storie al femminile che più appassionarono la cronaca locale del secolo scorso c’è senza dubbio quella di Isolina Canuti, uccisa a soli 19 anni insieme al bambino che portava in grembo. A trovarne i resti furono due donne intente a lavare i panni nell’Adige che, scorgendo un grande sacco nelle acque, convinte contenesse provviste, decisero di attrarlo a sé. Agghiacciante la scoperta appena aperto l’involucro, da cui affiorarono una gamba, un pezzo di placenta con il cordone ombelicale attaccato e, fra le altre mutilazioni, una nota della spesa. Un pezzetto di carta che in qualche modo permise di risalire all’identità della sventurata. Interrogati dagli inquirenti, padre e fratelli la descrissero come una fanciulla piena di vita, mentre una stretta amica e la sorella Clelia riuscirono a fornire informazioni più dettagliate, nonché la chiave del delitto. Emerse infatti che Isolina aveva una relazione con il tenente Carlo Trivulzio, da cui rimase incinta. Egli tentò di farla abortire in modo brutale, provocandone di fatto la morte. Una figura a lungo dimenticata, che la memoria popolare e contributi come quello di Fai Giovani desiderano tuttavia recuperare.

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