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Quando il lavoro non trova lavoratori

Tanti disoccupati e troppi posti “liberi”. Il paradosso italiano: tanti giovani disoccupati, ma le aziende non riescono a reperire personale qualificato per le loro esigenze

Parole chiave: Lavoro (42), Disoccupazione (2), Formazione professionale (1)
Persona vestita da lavoro con sguardo interrogativo

Le statistiche raccontano di una disoccupazione giovanile (tra i 25 e i 34 anni, insomma di chi ha certamente finito il percorso di studi) che sfiora il 16%; le cronache, invece, di molte aziende o realtà imprenditoriali che non trovano i profili giusti da assumere. E si parla di decine di migliaia di posti di lavoro. Un vuoto che va colmato con una buona informazione e una più adeguata formazione: ci sono molte “nicchie” lavorative poco esplorate dai giovani e ricche di opportunità. Ne abbiamo raccontate alcune, mentre rimane l’esigenza di coordinare la formazione dei nostri ragazzi sia con i fabbisogni dell’economia, sia con i cambiamenti della stessa: la logistica avanzata, la rivoluzione digitale, il cambiamento delle modalità di vendita, le nuove tecnologie impongono di rinnovare l’offerta formativa, per evitare di produrre tanti diplomati e laureati, e altrettanti disoccupati. Rimane infine la necessità di... sapersi presentare al mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato con chi sul tema ha scritto un libro che insegna appunto a valorizzare le proprie competenze e a presentarle nel modo migliore possibile ai tempi di Linkedin e delle selezioni fatte magari da remoto, davanti allo schermo di un computer.

(foto: Thunderstock@123RF.com)

Ci sono i lavori, non ci sono i lavoratori
Il paradosso italiano: tanti giovani disoccupati, ma le aziende...

Ci sono numeri che colpiscono in faccia, come la percentuale di giovani senza lavoro in Italia: tra i 25 e i 34 anni sfiora il 16%. Ci sono però anche tante situazioni che confliggono in pieno con questa descrizione del mondo del lavoro giovanile: non si trovano molte figure professionali, ci sono migliaia di aziende in affanno perché non riescono a reperire personale qualificato per le loro esigenze. E non si tratta solo di bassa manovalanza o di occupazioni “che nessuno vorrebbe fare”. Il fatto è che uno stabilimento termale fatica assai a trovare un bagnino; che le nuove tecnologie non hanno molti studenti che s’industriano a conoscerle e ad applicarle; che le frontiere digitali sono ancora poco popolate da pionieri lavorativi. Che tante “nicchie” professionali o lavorative sono ampiamente sguarnite. Un po’ perché poco conosciute, un po’ perché il sistema scolastico e formativo le snobba. E dove non le snobba, c’è la fila per entrarvi.
Questa è l’Italia degli anni Venti: tanti laureati sostanzialmente lontanissimi da uno sbocco lavorativo; tanti diplomati “per sbaglio” che poi non hanno alcuna caratteristica spendibile sul mercato del lavoro; molte occasioni che faticano a trovare chi le sappia cogliere. Con relative soddisfazioni economiche e di carriera.
Vale soprattutto per un mondo femminile che rappresenta la metà della torta occupazionale, ma che troppo spesso si orienta verso pochi sbocchi lavorativi, rapidamente intasandoli. Non è un caso che la disoccupazione giovanile in Italia ha due caratteristiche di base: è soprattutto femminile; è meridionale. Non saranno i concorsi nella pubblica istruzione a risolvere il problema, ma un più attento monitoraggio della realtà lavorativa e un diverso ruolo delle aziende: se lo Stato si ostina a insegnare Dante ed equazioni (e basta), siano i distretti industriali a farsi carico di nuove formazioni. Gli ostacoli si aggirano.
Nicola Salvagnin

Specialisti di nuove tecnologie
Logistica, addetti alle vendite, articolazioni digitali...

Nel mondo del lavoro è in atto un’evoluzione, addirittura una rivoluzione, che ha avuto l’inevitabile conseguenza della trasformazione di molte professioni. Per farla breve: certi lavori, come li intendevamo in passato, non esistono (quasi) più. Del resto, oggi, il riscaldamento di casa si può accendere da remoto, la lavatrice si può programmare stando seduti alla scrivania dell’ufficio; se le abitazioni sono “intelligenti”, non sono da meno le automobili con pannelli digitali, e parlanti, che oltre a indicare il percorso da seguire, leggono i messaggi ricevuti e segnalano eventuali anomalie.
La conseguenza logica è che c’è sempre più bisogno di chi nelle aziende o nelle officine oppure a domicilio, in queste tecnologie, sappia dove mettere le mani. Logica, fino a un certo punto, perché molti ragazzi – e con essi i genitori – pensando al futuro non considerano le opportunità che questo cambiamento ha innescato. E in generale la formazione professionale in Italia, perché all’estero accade il contrario, rimane la Cenerentola tra le scelte. Con un dettaglio trascurato: possibilità di occupazione ce ne sono, eccome...
Pensiamo al mestiere dell’elettricista: deve saper fare una traccia, tirare fili, armeggiare col quadro elettrico; ma sono altre le competenze che gli vengono richieste adesso nel settore dell’elettronica e della domotica per quanto riguarda allarmi e video-sorveglianza, energia alternativa con pannelli solari, controllo del riscaldamento. «Abbiamo forti richieste dalle imprese, ma c’è carenza di forza lavoro, perché le famiglie pensano ancora alla figura tradizionale dell’elettricista», esemplifica Sandro Dal Piano, direttore della comunicazione dell’Ente nazionale Acli per l’istruzione professionale (Enaip).
Tra le figure emergenti c’è l’addetto delle vendite, che non è un semplice commesso in questi tempi in cui il digitale la fa da padrone. «Amazon sta portando avanti una campagna mondiale per avere i cosiddetti “influencer ambasciatori”, che non sono altro che dei commerciali. In maniera diversa, però, narrano e raccontano come durante il giorno usano un prodotto o un’attrezzatura», fa notare. Bene inteso, non serve essere un colosso americano: «Chiunque ha un negozio, seppur tradizionale, deve prevedere una piattaforma on line e approcciarsi al commercio elettronico, ma per questo servono competenze». Come il sapersi proporre sui social network o il prevedere modalità di pagamento in modalità digitale. La capacità di narrazione deve appartenere anche all’operatore turistico, sia di persona che da remoto, a cui è richiesta la conoscenza minimo di due lingue straniere.
Altro ambito in espansione, specie nel Veronese, è la logistica, dove non sono impiegati esclusivamente carrellisti: nei magazzini moderni e nella distribuzione commerciale, l’operatore supervisiona le attività tracciando la merce dalla spedizione alla consegna al cliente finale. Nella meccanica industriale, aggiunge, «la richiesta da parte delle imprese è molto forte di operatori alle macchine utensili che devono saper programmare e fare progettazione in 3D». Rivoluzione che, col passaggio al motore elettrico, interessa pure il settore automobilistico per quanto riguarda vendita, produzione e manutenzione: i meccanici sono diventati meccatronici, perché la parte meccanica è integrata con l’elettronica.
«Tra le competenze particolarmente richieste e ricercate dal mercato del lavoro ci sono quelle digitali, assieme al sapersi esprimere correttamente in italiano e, al tempo stesso, al conoscere l’inglese. Inoltre avere la capacità di lavorare in team, la curiosità, la voglia di fare», chiarisce. Attinge esperienze positive dalla rosa di percorsi formativi offerti in Veneto oltre che tra Verona, Isola della Scala, Legnago con una media di iscritti all’anno di 320 allievi che frequentano il triennio per ottenere la qualifica di operatore professionale o il quadriennio per il diploma di tecnico. Molti vengono intercettati dalle aziende quando ancora sui banchi o durante lo stage; al quarto anno è prevista l’alternanza scuola-lavoro con la possibilità di attivare un contratto di apprendistato. Insomma: non fanno in tempo a terminare gli studi, che già possono avere un posto fisso; se specializzati, dopo quindici anni di carriera, lo stipendio supera i 2mila euro al mese.
Perché allora la formazione professionale è tanto snobbata da ragazzi e famiglie che orientano più volentieri le scelte verso i licei? «I genitori hanno probabilmente in testa figure professionali in vecchio stile. In un’azienda metalmeccanica oggi ci sono le isole di lavoro, i robot di carico e i dipendenti non si sporcano le mani. I carrozzieri lavorano con il camice bianco», chiarisce. Ci sono le mode, per cui trasmissioni televisive hanno attirato l’attenzione verso alcune professioni, come lo chef: «La cucina non è per tutti – chiosa –. Perciò è fondamentale l’orientamento, da fare con cuore e testa, perché in ballo c’è il futuro delle nuove generazioni. Serve onestà intellettuale nel capire qual è la vocazione del ragazzo e quali sono le sue potenzialità, per indirizzarlo verso il percorso più adatto». A tal proposito, sul portale di Enaip Veneto è attivo uno sportello on line a cui qualsiasi famiglia può rivolgersi per capire come funziona il sistema della formazione professionale e confrontarsi con un operatore.
Marta Bicego

Se vuoi conquistare un posto fai così: vademecum per vincere la sfida 
Un libro spiega trucchi e segreti per trovare occupazione o cambiarla

“Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione”, diceva il poeta inglese Oscar Wilde. Massima vera soprattutto in ambito lavorativo, dove il “come ci si presenta” può incidere parecchio sull’esito di un colloquio. Persino ora che dalle vecchie bacheche cartacee si è passati a quelle digitali e molta parte delle selezioni avviene in forma virtuale, per mezzo di uno schermo.
Lo sanno bene due consulenti che si occupano di formazione e risorse umane e che, con base a Brescia, operano in tutto il Nord Italia, Verona inclusa. Dopo anni di esperienza sul campo, Federico Stefanelli e Alberto Fascetto hanno riassunto in un libro le tecniche efficaci per aiutare i giovani, e non solo, a proporsi in modo più vincente sul mercato (Quel lavoro sarà mio. Tutti i segreti per non farsi rispondere le faremo sapere).
«Ci sono tre modalità per selezionare il personale e moltissimi modi per prepararsi bene e non farsi prendere in contropiede: per il colloquio in presenza, ad esempio, è bene non continuare a guardare l’orologio in sala di aspetto e non attaccarsi al telefonino mentre si attende il proprio turno; quando si entra, poi, e dall’altra parte del tavolo ci si trova davanti a tre o quattro persone anziché una soltanto, è opportuno guardarle tutte mentre si parla, non solo fissando chi ci ha rivolto una domanda», suggerisce Fascetto.
La seconda opzione di reclutamento è quella dei colloqui di gruppo, utilizzata soprattutto dalle aziende medio-grandi che necessitano di fare una scrematura iniziale. «Lì ci si misura con altri pari e vengono osservati i nostri comportamenti, anche quando i selezionatori escono dalla stanza: il consiglio, in questo caso, è di restare sé stessi, mai stravolgere quello che si è, ma evitare di imporsi sugli altri, restando aperti all’ascolto», suggerisce il co-autore.
La terza e ultima frontiera, «esplosa col Coronavirus», è quella dei colloqui on line. «È cresciuta moltissimo e nei prossimi anni sarà la metodologia più utilizzata», prevedono gli esperti. La quarantena ci ha abituato a prendere familiarità con videochiamate e collegamenti da remoto, almeno un po’. «Tuttavia, per sentirci più a nostro agio, oltre a studiare bene la storia dell’azienda e i settori in cui opera, è utile farsi dire quale sarà la piattaforma utilizzata per il colloquio, andandosela a guardare per capire come funziona – consiglia –. Meglio collegarsi dal computer anziché dallo smartphone, che non è un ottimo biglietto da visita; quindi ricordarsi di usare uno sfondo neutro e mettersi in una stanza tranquilla, senza persone che transitano dietro le spalle; infine, guardare fisso in camera, come a cercare gli occhi della persona che ci fa il colloquio: è un segno di attenzione da non sottovalutare».
Si sa: il colloquio, di per sé, è un momento ansiogeno. Per quanto preparati e sicuri, ci si sente comunque sotto esame. E la tensione, specie se la posta in gioco è alta (una famiglia da mantenere, la voglia di progredire nella carriera, la paura di fallire…), si fa sentire. Sostenere l’incontro di persona o tramite video, cambia? «Dipende dall’indole di ciascuno: c’è chi preferisce farlo dal vivo, chi invece vive meglio la distanza: in ogni caso le dinamiche di selezione sono le stesse», risponde l’esperto.
Per arrivare alla chiamata, però, bisogna prima farsi trovare e convincere i potenziali datori di lavoro che si ha un curriculum appetibile. Se un tempo bastavano il passaparola o un annuncio sul giornale, oggi hanno sempre più peso le ricerche via internet. «I modi per cercare lavoro sono tanti e vari: il più facile è iscriversi alle agenzie per il lavoro, che fanno i colloqui on line per le realtà più strutturate e selezionano una prima rosa di profili idonei; poi ci sono i form sui siti web delle aziende, compilabili direttamente con i propri dati». Il vecchio curriculum cartaceo, inviato a pioggia, funziona ancora? «Dipende dal grado di scolarizzazione e dalle aspettative: per i livelli di istruzione medio-bassi o per chi è giovane sì, va bene diffonderlo il più possibile; chi ha una scolarizzazione medio-alta, invece, dovrebbe aggiornare il proprio cv e renderlo il più affine possibile a ciò che cerca l’azienda, aprendosi un proprio profilo LinkedIn», puntualizza Fascetto.
Per i non avvezzi ai social network, LinkedIn è una piattaforma on line gratuita, strutturata come rete sociale professionale: creando il proprio profilo e stringendo contatti con altre figure lavorative, si hanno maggiori possibilità di trovare offerte di lavoro o essere selezionati come possibili candidati.
«Oggi 9 recruiter su 10 lo usano per assumere e, attraverso l’analisi dei profili social personali, decidono a chi fare un colloquio e a chi no: se di persona a un selezionatore bastano 7 secondi per farci uno screening, on line ci impiega 4-5 secondi, guardando quello che abbiamo pubblicato in rete, le foto, i “mi piace” e i commenti che abbiamo lasciato sulle nostre e altrui pagine», evidenzia. La presenza virtuale, secondo gli esperti è indispensabile: va però controllata, «ripulendo i nostri profili social e rimuovendo foto o altri contenuti di dubbio valore professionale, che rischiano di farci fare brutta figura e rovinarci la reputazione on line». Se dieci anni fa, a descriverci era solo il nostro curriculum cartaceo con allegata una fototessera, adesso i social dicono molte (fin troppe?) cose di noi, anche se magari non li percepiamo così pervasivi.
Per destreggiarsi fra le offerte di lavoro attuali è quindi impensabile non avere un minimo di conoscenza informatica. «Apprenderne le basi, se non di più, e avere almeno un’infarinatura di inglese sono due aspetti dati ormai per scontati – conferma il consulente –. Io consiglio a tutti di prendere dimestichezza con la tecnologia e di affacciarsi ai social con le dovute accortezze, sfruttando quello professionale per mettere in luce gli obiettivi raggiunti e le proprie aspettative prima ancora di trovarsi nella situazione di dover cercare un lavoro».
Infine a “fare curriculum” sono sì le capacità tecniche e formative, ma pure le doti umane. «A esse va data una bella visibilità, inserendole nel curriculum vitae perché dicono molto di noi – conclude –. Hobby, sport ed esperienze di volontariato vanno scritte: precisare se siamo stati allenatori di una squadra di calcio o animatori al Grest è un’ottima maniera per raccontare meglio chi siamo».
Adriana Vallisari

Quando il lavoro non trova lavoratori
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