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Nessuno apriva la porta

Nessuno apriva la porta a una famiglia che chiedeva asilo. Il dipinto ottocentesco inquadra la natività in una prospettiva... illuminante. In questo numero natalizio di Verona Fedele il nostro augurio a tutti i lettori con una immagine che reinterpreta in chiave attuale il messaggio della natività di Cristo.

Parole chiave: L'arrivo a Belemme (1), Natale (19), Merson (1)
Luc-Oliver Merson, L'arrivo a Betlemme (1890 circa), Museo delle Belle Arti, Milhouse (Alazia) - particolare

È un quadro ambientato di notte, con alcune stelle immerse nel blu del cielo: è però una notte rischiarata dalla luce di una luna piena di cui, sebbene non visibile, intuiamo la presenza. Nella Scrittura l’oscurità è simbolo dell’uomo perduto che non riesce a trovare un senso, una meta, a cui serve una rivelazione luminosa che squarci le tenebre. Nella tradizione rabbinica sono evocate le grandi notti della Storia della Salvezza: quella della Creazione, quella dell’Alleanza con Abramo, quella della Liberazione… e poi la quarta notte, quella dell’avvento del Messia. È questa notte che il dipinto vuole interpretare, quando avviene il compimento dell’attesa di Israele.
La tela, realizzata intorno al 1890 dal francese Luc-Olivier Merson, ci impressiona per l’attenzione, rara nell’arte cristiana, dedicata all’inizio delle doglie di Maria e all’accorato tentativo di san Giuseppe di farsi aprire una porta per lei, ormai prossima al parto. La scena si svolge su una strada di paese che si dissolve in lontananza e su cui si affacciano delle case, alcune dalle classiche forme mediorientali, con le cupolette, e altre segnate da caratteristiche più modeste.
Cresciuto ed educato in un ambiente colto (il padre era un critico d’arte) questo pittore, vissuto tra il 1846 e il 1920, si mise in luce nel 1869 quando vinse il Grand Prix di Roma, ossia un onorevole riconoscimento di eco internazionale nel campo delle arti. Il suo stile si inseriva nella tradizione della grande pittura accademica francese e riscontrò i favori del gusto ufficiale degli ambienti borghesi; ricevette infatti importanti commissioni per decorare diversi edifici pubblici e privati di Parigi, quali la nuova Opéra-Comique, lo scalone delle feste del Municipio, lo studio del rettore della Sorbona e il mosaico della volta del presbiterio della basilica del Sacro Cuore. La sua ricerca attorno ai temi religiosi è testimoniata in particolare da due opere di soggetto natalizio: un’interessante interpretazione del Riposo durante la fuga in Egitto e questo Arrivo a Betlemme che mostra oramai imminente la venuta del Messia.
Manca poco, poiché Maria è raffigurata a terra mentre si compiono per lei i giorni del parto, come segnalato dal Vangelo di Luca (2,6). Il pallore e l’espressione del suo volto girato all’indietro, con gli occhi chiusi, cercano di toccare le corde dello spettatore, anche se Merson indulge forse troppo sulla torsione di Maria restituendo una posa eccessivamente patetica e teatrale.
Un dettaglio commovente è quello di Giuseppe costretto a supplicare umilmente una donna che si affaccia da una finestra per trovare rifugio. L’immagine ci ricorda il tema dell’accoglienza e del rifiuto: Gesù nascerà in una mangiatoia “perché non c’era posto per loro nell’albergo”. È l’eterna questione di chi, in ogni tempo, apre la porta a Cristo per fargli spazio e riconoscerlo Signore della propria vita; oppure lo lascia fuori. Gesù si accontenta di nascere fuori, in un luogo isolato, chiedendoci sempre di lasciarlo entrare. L’opera di Merson ci fa meditare sul fatto che anche oggi il Signore bussa e chiede un posto nella nostra esistenza personale, nella nostra storia, a casa nostra, nella Betlemme che è il nostro paese.
Qui, nel dipinto, il Signore bussa col volto del povero Giuseppe, senzatetto, e in noi, spesso, bussa in forme diverse: bussa con la voglia di cambiare e di rinnovarci che ascoltiamo troppo poco; bussa con il nostro desiderio di vita buona che noi soffochiamo sotto le voglie mondane; bussa con il nostro rimorso per il male compiuto, di cui non prendiamo nemmeno coscienza; bussa infine col volto del prossimo che chiede compassione e che troppo spesso trova in noi le porte chiuse dell’alibi, della paura di esporci, della fretta che non ci lascia nemmeno il tempo di fare una parola con un po’ di calma. E noi, come forse la donna alla finestra, ci rendiamo conto che più che alla porta materiale, di legno, il Signore bussa alla porta del nostro cuore... di carne, portando luce nelle notti più scure.
Silvia D’Ambrosio

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