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Lassa che i zuga? Ma anche no

Giro di vite del Governo sul'azzardo: bene, questo falso "gioco" sta rovinando le persone. Il provvedimento non è risolutivo, ma almeno è un passo.

Parole chiave: Azzardo (2), Gioco (2), Dipendenza (1), Ludopatia (2)
Slot machine dove compare la combinazione di simboli vincenti: S T O P

Il fatto che viene chiamato "gioco" rischia di abbassare l'attenzione su una vera e propria emergenza dove alla fine non ha più grande importanza nemmeno la speranza di vincere, ma si "gioca" per estraniarsi... e poi al problema psicologico del giocatore si uniscono altri drammi e altre problematiche sociali come la crisi familiari, i furti e l'usura.

Il governo: basta pubblicità sui media
Uuuh… Quante levate di scudi, che ondata di critiche, quale indignazione ha suscitato la decisione governativa di togliere ossigeno al gioco d’azzardo vietando la pubblicità dello stesso sui media, tutti i media! Dalle squadre di calcio che pagano i loro milionari giocatori con le sponsorizzazioni delle agenzie di scommesse, a giornali e tivù che – in carenza di introiti pubblicitari – non si fanno scrupolo di offrire i loro spazi a pagamento: il lamento è esteso. L’esecutivo ha in parte rimediato decidendo che i contratti in essere non saranno toccati fino alla loro scadenza; poi, giro di vite quanto mai doveroso. Perché il business si sta estendendo a macchia d’olio, e le vittime dello stesso in aumento esponenziale.
Il business, appunto, è semplicissimo: convincere sempre più polli ad essere spennati. Perché la logica di tutte queste realtà è quella di spennare i polli. Incassare cento per restituire venti, tanto per dire e nel migliore dei casi. I guadagni sono stratosferici e crescono col crescere della pubblicità che si fa al gioco d’azzardo. Finora ci si era nascosti dietro la foglia di fico della rapidissima dichiarazione (scritta o detta) secondo cui il gioco crea dipendenza. No, è molto peggio: il gioco farà la felicità economica di pochi, ma in cambio rovina molti. Le realtà caritatevoli che si occupano di ludopatie non smettono di raccontare numeri e situazioni da brividi. Persone sul lastrico, famiglie rovinate, matrimoni saltati, ditte chiuse… È una lunga lista di situazioni che incrementano il disagio sociale, con lo Stato che finora chiudeva un paio d’occhi perché egli stesso direttamente coinvolto.
Basta così. Anche la schiavitù era redditizia, ma i consorzi umani hanno scelto di privilegiare la dimensione etica a quella economica. E la ludopatia è una schiavitù dalla quale è difficile liberarsi, e per la quale è facile cadere nelle spire di tanti “gentiluomini” pronti a prestare soldi a tassi impossibili.
Usura, si chiama, ed è un reato. Inutile difendersi dicendo che così si consegnano i giocatori al mondo delle scommesse clandestine. Che comunque prosperano tuttora. È proprio il principio che non va: illudere la gente che la soluzione di tutti i problemi sia una schedina, una scommessa, una giocata. La fabbrica dei sogni che trasforma le vite delle persone in incubi. Stop, e bene così.
Nicola Salvagnin
«La soluzione è arginare quella che è una malattia»
Non la soluzione, ma comunque un segnale di attenzione verso un problema ormai dilagante. Perché in una società che respira a pieni polmoni la crisi economica, l’appiglio della vincita facile ingolosisce chi è in difficoltà. Peccato che la sorte baci pochi fortunati, mentre sono tantissime le persone che finiscono nella rete della dipendenza da azzardo.
Le novità preannunciate dal governo nel decreto dignità sono state accolte tiepidamente dagli addetti ai lavori. Per esempio da chi, giorno dopo giorno, ascolta e accompagna chi ammette di essere diventato un giocatore patologico.
Dall’apertura, a giugno dello scorso anno, da parte dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata dell’ambulatorio specialistico per il trattamento del gioco d’azzardo, presso il servizio di medicina delle dipendenze, è salito a oltre 70 il numero di pazienti presi in carico. «Per la maggior parte si tratta di uomini, di varie età, anche molto giovani. Soltanto due sono state le donne, forse perché difficilmente riescono a rivolgersi ai servizi per chiedere aiuto», evidenzia Lorenzo Zamboni. È uno degli psicologi che compongono l’équipe multidisciplinare, coordinata dal dott. Fabio Lugoboni, presente all’ospedale di Borgo Roma a cui si può richiedere un primo contatto telefonicamente (dal lunedì al venerdì chiamando il numero 045.8122692 dalle 8.30 alle 14).
Segue una raccolta di informazioni per capire da quanto la persona gioca e qual è la sua situazione familiare. È poi uno psicologo a effettuare un colloquio individuale approfondito assieme a una serie di test per valutare aspetti di umore, personalità, impulsività. In parallelo lo psichiatra decide se supportare con farmaci la terapia e può essere effettuata pure una valutazione neuro-cognitiva qualora sussistano problematiche di tipo neurologico di controllo degli impulsi. Prende il via quindi l’iter della psicoterapia a cadenza periodica, mentre per i pazienti interessati è possibile accedere a un gruppo di sostegno per gli ex giocatori. Altri incontri sono riservati ai familiari.
«Il fenomeno è ormai evidente agli occhi di tutti, senza considerare che dal punto di vista patologico si traduce in costo sociale. Rimuovere la pubblicità è segno di attenzione, certo. Non possiamo tuttavia pretendere sia sufficiente oppure risolutore del problema, come non lo è stato a suo tempo la decisione presa per le sigarette. Se non altro si argina una forma di comunicazione problematica per cui si trasmette una visione positiva dell’azzardo, che dalla ricerca della vincita evolve in dipendenza», prosegue.
La diffusione delle licenze per l’apertura delle sale slot ha moltiplicato l’offerta, pure le modalità di gioco sono variegate, maggiormente additive e basate sull’impulsività. Cosa si potrebbe fare allora? «Un’idea potrebbe essere sostenere i programmi di cura – risponde Zamboni –. La dipendenza è una malattia e il gioco d’azzardo crea un danno dal punto di vista sia psicologico che economico, per cui diverse persone non hanno più nemmeno la possibilità di curarsi. Non a caso nel nostro ambulatorio è offerta una consulenza legale gratuita con un avvocato». Spesso, ora che il soggetto approda ai servizi, ha già riportato danni importanti, specie sul fronte economico, quindi ha accumulato debiti con le banche o, peggio ancora, è finito nelle mani di strozzini. Gli utenti sono eterogenei: «Dal neo pensionato che, conclusa la carriera lavorativa, si sente smarrito e trova consolazione nel gioco a chi è passato dai casinò. L’età media è compresa tra i 40 e i 60 anni. Non mancano i ventenni, che nella stragrande maggioranza più che cimentarsi nel giocare on line preferiscono farlo dal vivo. Giovani e adulti di solito hanno alle spalle situazioni familiari complesse con rapporti falliti o relazioni in crisi con il nucleo familiare».
Approcciare una dipendenza senza sostanza, rimarca, è difficile: «Sul fronte farmacologico sono pochi gli strumenti a disposizione. Esiste uno stigma del vizio che considera essere dipendenti un vizio e una scelta più che una vera patologia. Per l’azzardo ancor di più, per il giudizio negativo che le persone hanno di sé quando non riescono a smettere e si indebitano. Questo è un grosso limite, assieme alla vergogna e al forte senso di colpa, nel portare i pazienti in terapia».
Uscire dal labirinto del gioco patologico, di conseguenza, non è semplice: «Il percorso si protrae a lungo, con visite che nel tempo si diradano e diventano momenti di confronto più che sul gioco relativi alle dinamiche che possono portare a un aumentato rischio di ricaduta – conclude lo psicologo –. Complicato è inoltre stabilire quando finisce la dipendenza: quando uno non gioca più né consuma una sostanza, certo. Ma ciò che teniamo a ribadire ai nostri pazienti è che, rispetto a quella sostanza o a un determinato comportamento, manterranno sempre una fragilità, dunque una probabilità maggiore di ricadere nell’abuso».
Marta Bicego

A che gioco giochiamo?
Gli operatori dell’area delle dipendenze (droghe e alcool) si sono accorti da tempo che il gioco d’azzardo suscita nei giocatori gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti. Ma, nell’immaginario collettivo, non è ancora allarme sociale, perché il gioco è un fenomeno percepito come “vizio” e non come una patologia seria.
Comprendere ed esplicitare gli interrogativi di senso sul perché giocare d’azzardo sia così attraente, è importante per riuscire ad alzare le difese immunitarie, promuovendo innanzitutto azioni formative sui rischi, informando le famiglie e le agenzie educative su questa nuova forma di dipendenza. Il termine “gioco” rischia di non allertare a sufficienza genitori ed educatori; e slogan come “gioca il giusto ” o i vaghi richiami alla moderazione contenuti nelle pubblicità non sono una prevenzione sufficiente.
Chi è il giocatore d’azzardo? È probabile che, pensando a un ludopatico, si immagini una persona che tenta la fortuna per vincere una grossa somma di denaro. In realtà, dietro l’ossessione per il gioco ci sono motivazioni molto diverse.
Un’impiegata di un hotel di Las Vegas giocava compulsivamente a videopoker, esaurendo lo stipendio mensile in pochi giorni. Per continuare a giocare, aveva incassato anticipatamente la sua polizza vita. «La cosa che la gente non capisce è che io non gioco per vincere», confessò. Lo scopo è quello di «continuare a giocare, rimanere nella zona di estraniamento della slot, dove nient’altro conta» (N. Schüll, Addiction by Design, 2012).
Per i giocatori patologici, la questione non è vincere o perdere, ma quanto a lungo poter continuare a giocare. «È il flusso dell’esperienza di gioco quello che le persone cercano. Il denaro per loro è un mezzo per stare seduti più a lungo, non il fine. Le persone non vogliono vincere il jackpot e andare via. Le persone vogliono vincere il jackpot e rimanere sedute fino a quando non se lo sono giocato tutto».
Immaginiamo una popolazione quotidianamente esposta ai messaggi pubblicitari dell’industria del gioco, che, in accordo alle regole di mercato, deve cercare di vendere il proprio prodotto. In quanti si stanno convincendo che la fonte della ricchezza è la fortuna e non il merito? Per quante persone gli obiettivi da perseguire rimangono quelli modesti, ma raggiungibili con il lavoro, e per quanti invece l’obiettivo finisce per spostarsi su sogni irrealizzabili? Per quante persone sta diventando accettabile che il debole e l’ignorante vengano sfruttati se si prestano spontaneamente alla spoliazione dei loro averi, magari a copertura di spese pubbliche o riduzione delle imposte?
I bambini che sono oggi nativi digitali come potranno essere protetti quando domani, da adulti, troveranno nelle slot machine e nel gambling on line il sostituto naturale dei videogame con cui sono cresciuti? Quando il legislatore stesso definisce le slot machine apparecchi da intrattenimento, è difficile ricostruire un’idea di gioco e di divertimento che sia coerente con la crescita armoniosa della persona, nella sua dimensione sia individuale sia sociale.
Eppure ci sono scelte che fanno pensare. L’industria del gioco è il solo settore dell’economia nazionale che in tempi di recessione ha visto crescere senza sosta il proprio fatturato. Una crescita vertiginosa, voluta e sostenuta dallo Stato. Nell’ultimo ventennio non c’è stato governo, di destra o di sinistra, che non abbia introdotto un nuovo gioco. Un’espansione senza freni, benedetta da uno schieramento politico trasversale ai partiti e convinto, anche in buona fede, di poter rimpinguare in questo modo le casse dello Stato.
Che il gioco d’azzardo sia una dura necessità per i bilanci statali è una leggenda metropolitana a cui hanno finito per credere anche le classi dirigenti del Paese. Ma una cosa è certa: l’azzardo di Stato è diventato un gioco maledettamente serio. Da cui nessun governo, nemmeno tecnico, sembra capace di tirarsi indietro. Siamo in attesa di un’inversione di rotta. Prima che sia troppo tardi.
Renzo Beghini

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