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La mania dei tatuaggi è... irreversibile

Sono sempre più diffusi ma attenzione: se si cambia idea, è difficile "cancellarli"

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La mania dei tatuaggi è... irreversibile

Per alcune tribù hanno origini antichissime e simboleggiano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta: perciò i maori, popolazione residente in Polinesia, imprimono sulla loro pelle i momenti importanti della loro esistenza sotto forma di tatuaggio. Invece in Giappone è una tradizione millenaria dall’accezione tuttora negativa da quando, in passato, chi si macchiava di crimini gravi veniva marchiato per sempre in modo che fosse riconoscibile all’interno della società; sebbene piccolo, per i cittadini del Sol Levante un marchio della pelle è uno stigma sociale che associa alla mafia e che può precludere l’accesso ad alcuni luoghi sia pubblici che privati.
Nel vecchio continente è tutta un’altra storia: oggi per i millennial quella dei tatoo è una vera e propria moda di massa, tanto che sono sempre più i giovanissimi (e non solo loro, a dire il vero) a mettersi nelle mani dei tatuatori. C’è chi è indeciso tra lo stile tribale e un ideogramma orientale; chi sceglie invece di farsi tatuare sul braccio sotto forma di ritratto il volto della persona amata, che si tratti della fidanzata o della mamma; e chi vuole invece tutta per sé una frase ad effetto in modo da tenerla bene a mente. I soggetti, altrettanto vari e variegati, sono presi in prestito dal mondo animale e umano, dalla natura o dalla fantasia; possono ricalcare la realtà oppure essere stilizzati; possono essere monocromatici o un trionfo di sfumature colorate.
Osservato da lontano, il fenomeno ha innanzitutto un risvolto di tipo economico. Negli Stati Uniti il business del tatuaggio ha regalato un fatturato niente meno che da 1,6 miliardi di dollari. È un’industria che pare essere immune alla crisi, anzi: i disegni standard e minimali sono stati soppiantati nel tempo da rappresentazioni sempre più elaborate (e colorate) nonché minuziose di sfumature e dettagli. Come se la pelle fosse una tela da riempire di decorazioni che non devono passare inosservate.
E l’Italia? Non è da meno rispetto agli appassionati d’oltreoceano. Annualmente, infatti, gli italiani sborsano per avere uno oppure più personali tatoo circa 300 milioni di euro. Ed è un mercato, pure questo, che si contraddistingue per il trend positivo: secondo una ricerca di Unioncamere e Infocamere, in un quinquennio le realtà commerciali dedicate ai tatuaggi sono passate dalle 1.300 alle 4mila dello scorso anno, con la Lombardia ad aggiudicarsi il podio quanto a numero di tatuatori titolari di un negozio.
Ma, sempre in America, c’è un altro mercato emergente e florido: è quello dei tatuati pentiti, di coloro cioè che per diverse motivazioni decidono di ritornare ad avere la pelle “pulita” dall’inchiostro ricorrendo ad un intervento di chirurgia estetica. Un unico dato a stelle e strisce: nel 2010, secondo l’American Academy for Dermatologic Surgery, sono stati rimossi oltre 687mila tatuaggi. Nel nostro Paese, rivela l’Istituto superiore della sanità, nel 2015 erano quasi 7 milioni le persone tatuate, delle quali il 17,2 per cento ha dichiarato di essere intenzionato a rimuovere il proprio tatuaggio.
Dati che devono far riflettere secondo Gianpaolo Tessari, medico dell’Unità di dermatologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata. «Non è un gioco. Facile è sottoporsi a una o più sedute per avere un tatuaggio, ma difficile è poi cancellare l’inchiostro dalla pelle», sottolinea. «Si tratta di un’operazione che deve essere effettuata da un dermatologo specializzato tramite tecnica laser e che non sempre assicura i risultati desiderati, nei tempi desiderati», spiega. Non è come dare un colpo di spugna, perché la rimozione dipende da alcune variabili importanti da considerare: l’estensione della superficie tatuata, ovviamente; la collocazione del tatoo, che diventa complicata via via che dal tronco ci si sposta verso la periferia degli arti, figuriamoci se coinvolge le aree del viso e del collo.
Il colore ha la sua significativa influenza: al contrario di quanto si possa immaginare, nero e marrone (dati per ombreggiature o per piccoli punti) si cancellano con maggiore semplicità rispetto a tocchi colorati di celeste, verde e bianco. Alcuni laser, intervenendo direttamente sulla colorazione, lasciano delle cicatrici ben visibili e non agiscono in modo del tutto indolore, nemmeno per quel che riguarda l’impegno economico e il numero di sedute necessarie: «È bene quindi informarsi prima sui risultati che si potrà ottenere consultando un medico», suggerisce Tessari.
Per chiarirsi le idee, la voce dell’esperto è utile anche prima di arrivare a sedersi sulla poltrona del tatuatore: «Senza entrare nel merito della decisione del tatuarsi o meno, che è una scelta personale, ciò che noi dermatologi suggeriamo è di affidarsi comunque a dei professionisti attenti: l’igiene aiuta a scongiurare il rischio di infezioni». Il tatuatore, oltre a indossare guanti monouso, deve servirsi di aghi e di coppette per inchiostro usa e getta, e di tubi sterili; deve inoltre avere a disposizione per legge uno strumento per sterilizzare gli oggetti (autoclave). Tra le problematiche ricorrenti, aggiunge il dermatologo, «vi sono le reazioni dovute a una risposta infiammatoria dell’inchiostro iniettato nell’epidermide. Esse richiedono talvolta un trattamento farmacologico anche prolungato per arrivare a risoluzione». In effetti, come ha di recente evidenziato l’Accademia europea di dermatologia e venereologia in un convegno a Parigi, manca entro i confini dell’Unione europea una regolamentazione sull’uso degli inchiostri affinché siano senza alcun rischio di tossicità e cancerogenicità e abbiano gli stessi standard di attenzione e controllo applicati ai prodotto cosmetici; pure l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, raccogliendo la richiesta della Commissione europea, ha messo sul tavolo due proposte nell’ottica di migliorare la composizione delle colorazioni di cui si servono i tatuatori, a garanzia di maggiore sicurezza.
Non sono rari i casi di reazioni allergiche che arrivano alle strutture ospedaliere e che si aggiungono alle infezioni batteriche provocate da strumenti non sterili. La risposta è individuale, dipende da soggetto a soggetto, ma ad alcune persone, per esempio se affette da malattie come la psoriasi o la sclerodermia, è raccomandato di evitare di tatuare la propria pelle se non vogliono incappare in problemi. «Nemmeno i nevi devono essere coperti dall’inchiostro – ricorda Tessari –: il colore non permette di tenere controllo la loro evoluzione, sia nelle dimensioni che nel colore». Quello del tatuarsi è un gesto che richiede insomma coscienza e consapevolezza.

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