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La Fondazione Toniolo volta pagina

Il nuovo direttore Stefano Quaglia: capire una società in cambiamento

Parole chiave: Fondazione Giuseppe Toniolo (1), Stefano Quaglia (2), Cultura (4), Società (6)
La Fondazione Toniolo volta pagina
Quaglia

«Calibrare il Toniolo alle sfide di una società complessa e smarrita»

Il nuovo direttore Stefano Quaglia: «La bussola della Dsc ci orienterà»

Con la fine dell’estate riprendono le numerose attività che caratterizzano la vita sociale e culturale della nostra città. Anche la diocesi veronese si rimette in moto con i percorsi pastorali, catechistici e formativi. Tra questi spicca l’inaugurazione dell’anno culturale 2018-2019 della Fondazione Giuseppe Toniolo che vive un passaggio importante della sua storia con la direzione affidata ad un laico. È il professor Stefano Quaglia, che giovedì 20 settembre presenterà l’apertura del 38º anno di proposte culturali. Succede a don Davide Vicentini e nell’intervista che ci ha rilasciato ci svela come intende svolgere il suo incarico e quali sono i  sogni che ha nel cassetto.
– Prof. Quaglia, come si è arrivati alla sua nomina alla direzione della Fondazione Toniolo?
«Nell’aprile di quest’anno, appena cessata la mia attività professionale di Dirigente provinciale dell’Amministrazione scolastica, ho ricevuto la proposta di assumere l’incarico di nuovo direttore della Fondazione Toniolo. Ovviamente ne sono stato molto onorato, ma mi sono anche chiesto come potessi essere all’altezza di un compito così delicato e in quale misura potessi confidare nella collaborazione di tutte le realtà della Diocesi. L’incontro con il vescovo mons. Zenti mi ha dato in tal senso una grande serenità, perché ho potuto constatare che sul mio nome avevano espresso parere pienamente positivo sia il presidente della Fondazione, mons. Adriano Vincenzi, al quale va ovviamente la mia gratitudine per questo atto di grande fiducia, sia mons. Martino Signoretto, vicario episcopale per la Cultura, della cui stima mi onoro grandemente, e soprattutto lo stesso nostro Vescovo, al quale mi lega una lunghissima consuetudine di sincera amicizia, originatasi quando eravamo colleghi presidi: lui dell’Istituto Giberti (la scuola del Seminario minore, ndr), io del Polo liceale “Guarino Veronese” di San Bonifacio».
– Conosceva già mons. Vincenzi e mons. Signoretto?
«Con mons. Vincenzi ho collaborato per attività formative rivolte a insegnanti e studenti sia in occasione del Festival della Dottrina sociale della Chiesa, sia in laboratori educativi presso la sede estiva della Fondazione “Segni Nuovi” a Sfruz, in Trentino. Con don Martino ho collaborato intensamente durante il mio ultimo periodo come Provveditore agli studi di Verona per dar vita all’importante percorso di alternanza scuola-lavoro per la Verona Minor Hierusalem. Ma devo dire che è stata soprattutto la scuola il terreno sul quale ho potuto approfondire la conoscenza del nostro Vescovo; la scuola e la comune passione educativa che ci accomuna per la cultura classica, vissuta come veicolo imprescindibile di formazione, alla quale abbiamo dedicato tanta parte delle nostre energie».
– Con il suo predecessore, don Davide Vicentini?
«Non posso inoltre non rivolgere un cordiale saluto a don Davide, chiamato ad altri compiti più complessi e più aderenti anche alla sua missione sacerdotale. La Sacra Rota avrà in lui un valido punto di riferimento in un’epoca come la nostra segnata da una profonda crisi della famiglia e del matrimonio. Ho ricevuto un Toniolo estremamente dinamico e questo lo si deve anche alla sua attività intensa e attenta».
– Ora tocca a lei. Obiettivi?
«Credo che in una situazione come questa non sia opportuno spingersi a professare linee programmatiche o a lanciare proclami di innovazione o trasformazione. La cosa più importante è lo spirito di continuità e di sviluppo coerente. In tale prospettiva credo che si possa parlare di rilancio e di nuova calibratura della Fondazione».
– Cosa intende per nuova calibratura?
«Intendo dire che ho notato come già da quest’anno, prima che assumessi la direzione il 1° giugno, erano state adottate forme di semplificazione delle proposte culturali e una loro collocazione prevalente nell’area delle humanities, termine con cui gli inglesi designano tutte le discipline dell’area umanistica. Io penso che questa sia la strada giusta e che in futuro avrei desiderio di sviluppare sempre di più la dimensione sociologica, proprio per approfondire quegli aspetti strutturali che caratterizzano la nostra realtà economica, politica, sociale e amministrativa, con particolare riferimento a due grandi tematiche: la presenza capillare delle tecnologie nella vita di oggi, e le trasformazioni che esse producono nel mondo del lavoro. Siamo di fronte a mutamenti antropologici che, senza che ce ne accorgiamo, stanno cambiando radicalmente la nostra percezione del mondo. La complessità dei sistemi attuali di organizzazione della società ci disorientano. Nella knowledge society, la “società della conoscenza”, il rischio maggiore è proprio quello della semplificazione. L’ansia della complessità porta a chiudere gli occhi, a isolarsi, a non voler vedere ciò che sta davanti a noi. Ecco, vorrei che il Toniolo diventasse un osservatorio che rende “sostenibile” l’approccio alla complessità».
– Come tradurre tutto ciò in pratica e pratiche?
«Per fare questo, accanto ai corsi culturali e in aggiunta alle attività formative promosse con il sostegno del Fondo sociale europeo, stiamo pensando a una ricca serie di convegni di alto livello, aperti a tutta la città sulle tematiche del lavoro, dell’intelligenza artificiale, della comunicazione, della lettura dei fenomeni sociologici, della complessità dell’educazione e della scuola, dei riverberi delle nuove tecnologie sui comportamenti ordinari nella vita quotidiana; su come l’ossessione economica e la infatuazione per innovazioni prive di sostanza etica alterino i comportamenti non solo dei giovani, ma anche degli adulti che non di rado occupano posizioni di alta responsabilità. Tutto questo però sempre nell’ottica del magistero della Chiesa e con la lente di ingrandimento dei valori fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa».
– Quali sono le fondamenta?
«Punto di riferimento storico per questa azione sono i documenti che costituiscono i capisaldi della Dottrina sociale della Chiesa: dalla iniziale, ma attualissima Rerum Novarum di Leone XIII alla Caritas in veritate di Benedetto XVI, passando per il ricchissimo Compendio emanato sotto Giovanni Paolo II dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace. Ma in fondo al cuore, porto il desiderio sincero di riportare alla ribalta della riflessione contemporanea documenti poco conosciuti, forse perché dimenticati, ma ancora caratterizzati da dirompente attualità, elaborati qualche decennio fa come atti di importanti convegni promossi dall’Universi­tà Cattolica e del primo convegno ecclesiale. Mi riferisco a Cristianesimo e cultura (Loreto 1975); Evangelizzazione e promozione umana (Firenze 1976), La laicità (Verona 1977). Sono scrigni ricchissimi di spunti di riflessione di formidabile ricchezza».
– Ha in mente qualche novità?
«Tra le innovazioni che vorrei realizzare c’è quella dell’impegno sul territorio. Dovremo ovviamente studiare le modalità più corrette e opportune, ma mi piacerebbe in futuro portare i nostri incontri anche nelle principali comunità del territorio diocesano, così da fare percepire a tutte le nostre comunità la vicinanza della Fondazione sul piano educativo e della comprensione anche di micro-fenomeni, che spesso sono indicativi di più complesse vaste trasformazioni. In sintesi: ricerca, studio, conoscenza e pensiero come antidoto al degrado relazionale, all’indifferenza etica e al materialismo economicistico al quale vorrebbe portarci certa implicita e strisciante cultura diffusa».
– Punti di riferimento “laici”?
«Io credo che valga anche per noi il pensiero dei due più grandi poeti degli ultimi 300 anni: Leopardi e Manzoni. Il primo, in riferimento alla cultura romantica, diceva che noi non dobbiamo ripetere sempre le cose fatte dagli antichi o da coloro che ci hanno preceduto, ma che dobbiamo ispirarci ai nostri antenati per realizzare nel nostro tempo tutto ciò che possa stare almeno alla pari con quanto hanno compiuto loro nella propria epoca».
– E Manzoni?
«Manzoni, poi, con maggiore fermezza in una delle sue poesie meno note, In morte di Carlo Imbonati, si esprimeva così:
Sentir, riprese, e meditar: di poco
esser contento: da la meta mai
non torcer gli occhi: conservar la mano pura e la mente: de le umane cose tanto sperimentar, quanto ti basti per non curarle: non ti far mai servo: non far tregua coi vili: il santo Vero mai non tradir: né proferir mai verbo, che plauda al vizio, o la virtù derida...»
– Citarla a memoria...
«Certe parole non ti abbandonano mai. Ecco: sarei davvero felice se la Fondazione sotto la mia direzione potesse concentrarsi sempre di più su questi due compiti: aiutare i contemporanei a capire cosa può rendere valida e significativa la loro attività, nell’ottica del bene comune; e soprattutto diffondere una cultura che aiutasse i giovani, in particolare, ad accontentarsi di poco, ad essere costanti, ad assimilare il gusto della purezza per percorrere anche da adulti le strade dell’onestà intellettuale e operativa, a non tradire il “santo Vero”, a non farsi mai servi di nessuno, a tener le cose alla giusta distanza per curarle non nel senso di farsene un bene da possedere in sé, ma un valore da condividere. In fondo è questo che ci ha insegnato lo stesso Giuseppe Toniolo, al quale è intitolata la Fondazione che sono stato chiamato a dirigere e che della solidarietà non ha fatto un principio teorico di vita, ma una luce che ha illuminato azioni concrete e comportamenti operativi e che arriva ancor oggi a noi con energia».
Stefano Origano

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