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L’impatto del Covid sulle fabbriche

di NICOLA SALVAGNIN

Se la fabbrica del mondo è la Cina – con l’Est asiatico –, e se la Cina chiude i battenti, con essa vanno in difficoltà tutte quelle economie che si servono dei manufatti made in China

Parole chiave: Inflazione (1), Materie prime (1), Semilavorati (1), Economia (84), Cina (9)
Una cava a cielo aperto (foto Pixabay)

di NICOLA SALVAGNIN

“Chi più spende, meno spende” non è un principio intuitivo: di primo acchito, la nostra tendenza va in direzione opposta. Ma l’esperienza ci insegna che effettivamente quel motto ha le sue ragioni di esistere.
Il mondo ha però scelto di spendere meno, trasferendo negli ultimi vent’anni la manifattura delle merci in luoghi dove la manodopera è meno costosa e più abbondante, Cina in primis. Ciò ha permesso di abbattere i costi di magliette, navi, trapani, computer, condizionatori… e di renderli più accessibili a una platea più vasta di consumatori (e abbassiamo gli occhi su salari e condizioni di quei lavoratori). Abbiamo chiuso le fabbriche qui, pazienza: le riconvertiremo in agriturismi biodinamici. Ma ogni medicina, per quanto benefica, ha le sue controindicazioni. Ed è bastato un piccolo virus per farle emergere.
Se la fabbrica del mondo è la Cina – con l’Est asiatico –, e se la Cina chiude i battenti, con essa vanno in difficoltà tutte quelle economie che si servono dei manufatti made in China. Farà ridere, ma se le fabbriche cinesi di pedali, freni, cambi, telai, batterie riducono la produzione, in Italia non ci saranno più bici da vendere. E fa ridere perché le migliori fabbriche di bici del mondo erano sorte in Italia.
Se poi quelle manifatture d’oltreoceano ricominciano a lavorare in modo ossessivo per recuperare il tempo perduto, ecco che tutto d’un tratto c’è incetta a livello mondiale di acciaio, alluminio, rame, terre rare, legname, petrolio. E i prezzi di queste materie prime e semi-lavorati s’impennano a Pechino come a Bergamo, per le fabbriche di lì come per quelle ancora rimaste qui.
Quindi la corsa al ribasso dei prezzi, dettata dall’enorme quantità di merci prodotte, si è invertita e tutto rincara: benzina, telefonini, pneumatici, trasporti marittimi… fino ai bancali di legno e alle nostre care biciclette.
Non è ancora inflazione ma ci assomiglia tanto. A dosi ridotte è benefica per l’organismo economico, ma se scappa di mano diventa deleteria. E il costo del carovita di solito lo paga chi fa già oggi fatica a mettere insieme pranzo con cena. Speriamo che i cinesi tornino “quelli di prima”. Se si accorgono dell’immenso potere che abbiamo messo nelle loro mani…

Fonte: Sir
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