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Italia: gente che va...

Cresce il numero di italiani che vanno a vivere all'estero. Oltre ai giovani sono tanti gli over 50 a espatriare  

Parole chiave: Emigrazione (1), Statistica (1)
Italia: gente che va...

Italiani (in fuga) a caccia di occupazione. Ma non è solo il lavoro a offrire la motivazione a lasciare il Belpaese. L’identikit dei migranti in partenza dall’Italia non è lo stesso di qualche anno fa: a preparare valigia e passaporto per trasferirsi in destinazioni esotiche sono innanzitutto i giovanissimi e i giovani adulti ai quali ora si aggiungono oggi i compagni di viaggio “over”, pure ottuagenari. Un cambiamento rivelato nelle pagine dell’edizione 2018 del “Rapporto Italiani nel mondo” stilato dalla Fondazione Migrantes. 

In quasi 243mila via dall’Italia

Da gennaio a dicembre 2017, sono stati quasi 243mila gli italiani a oltrepassare la frontiera e a iscriversi all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire): il 52,8% di essi, pari a 128.193 persone, per espatrio.

Il fenomeno è in movimento: il +3,3% dell’ultimo anno raggiunge i 19,2 punti di percentuale nell’ultimo triennio e sale fino al 36,2% nell’ultimo quinquennio. Questo non è l’unico mutamento in atto. Il 37,4% di chi parte (quasi 48mila soggetti) ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni; i giovani adulti, nel range tra i 35 e i 49 anni, costituiscono un quarto del totale, pari a poco più di 32mila individui.

La sorpresa arriva con i migranti più attempati: se l’incidenza quest’anno è dell’11,3% per chi ha tra i 50 e i 64 anni (valore assoluto di 14.500 circa), aumenta al 7,1% dai 65 anni e oltre (valori assoluti 5.351 persone per la classe 64-74 anni; 2.744 per la classe 75-84 anni e poco più di mille anziani per chi ha dagli 85 anni in poi). In tale fotografia, un peso importante è rappresentato dalle partenze dei nuclei familiari, con circa 25mila minori (il 19,2% del totale) in viaggio, di cui il 16,6% ha meno di 14 anni e l’11,5% meno di 10 anni. 

Ed è vero boom di expat over 50 

È finita l’era dei “cervelli in fuga”? Piuttosto è mutato il profilo di chi si sposta per cercare fortuna all’estero. A lasciare l’Italia sono sicuramente i giovani (il 37,4% sul totale partenze per espatrio da gennaio a dicembre 2017) e i giovani adulti (il 25%).

Le crescite più significative si notano tuttavia dai cinquant’anni in su: +20,7% nella classe di età 50-64 anni; +35,3% in quella 65-74 anni; +49,8% in quella 75-84 anni e +78,6% per gli over 85 anni. Si tratta di coloro che il rapporto definisce “migranti maturi disoccupati”: persone lontane dalla pensione o che hanno bisogno di lavorare per arrivare ad ottenerla e che comunque hanno la necessità di mantenere la famiglia. La mobilità non risparmia nemmeno i genitori-nonni, che dal trascorrere periodi sempre più lunghi all’estero assieme a figli e nipoti passano al completo trasferimento, salutando l’Italia.

Migranti di rimbalzo e per la previdenza

La Fondazione ha messo poi sotto la lente d’ingrandimento altri profili di espatriati. Innanzitutto l’expat “di rimbalzo”: rientrato nel paese d’origine per trascorrere la vecchiaia, ma magari rimasto vedovo e coi figli all’estero, ripercorre la strada del rientro nella nazione che per tanti anni lo ha accolto per essere certo di un futuro migliore.

Migrantes segnala inoltre i cosiddetti migranti “previdenziali”: pensionati di lusso, anziani colpiti da precarietà o sull’orlo della povertà, che scelgono destinazioni con una politica di defiscalizzazione oppure territori nei quali la vita costa molto meno rispetto all’Italia e il potere d’acquisto è superiore. Questione di finanze, certo, aspetto a cui si sommano altre variabili: il clima, l’humus culturale, la possibilità di essere accompagnati durante il trasferimento e la permanenza. Marocco, Thailandia, Spagna, Portogallo, Tunisia, Santo Domingo, Cuba e Romania: sono luoghi in cui la vita è climaticamente piacevole ed è possibile condurre un’esistenza dignitosa quanto ad affitto, bolletta, spesa alimentare; in cui talvolta con il costo delle assicurazioni sanitarie private si riesce a curarsi, o a incontrare un medico specialista rispetto al problema di salute avvertito, più che in Italia. 

Da dove partono e verso dove vanno 

A fare i bagagli sono stati, nell’ultimo anno, gli italiani di 107 differenti province che hanno salutato l’Italia per raggiungere 193 località del mondo di ciascuna realtà continentale.

Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza: aree metropolitane e territori che ospitano università prestigiose e multinazionali che spingono alle relazioni internazionali. La prima regione di partenza è la Lombardia (21.980) seguita a distanza da Emilia-Romagna (12.912) e Veneto (11.132). Entro i confini veneti, Verona è al terzo posto, preceduta da Padova e Venezia, nella graduatoria degli iscritti all’Aire.

Le destinazioni privilegiate? Il gradino del podio ritorna a conquistarlo la Germania che si distanzia da Regno Unito (in calo di 6mila arrivi) e Francia; tra le simpatie spicca il Portogallo (addirittura +140,4%) seguito da Brasile, Spagna, Irlanda. Il ventaglio geografico è ampio e comprende, in particolare per la neo-mobilità giovanile, nazioni che si sono distinte negli ultimi anni per crescita numerica, dagli Emirati Arabi alla Cina; Paesi storici dell’emigrazione italiana, come Argentina e Cile; destinazioni inconsuete quali Nuova Zelanda, Malta o Islanda.

Osservando il mappamondo, le motivazioni sono altrettanto variegate: la ricerca dell’indipendenza economica e di un’occupazione stabile, la necessità di ordine sentimentale o culturale, il bisogno di sentirsi professionalmente realizzati e l’urgenza di inseguire diverse opportunità di vita, il confrontarsi con realtà internazionali. Non ultimo, il rifiuto di un sistema nazionale in cui molti italiani non si identificano più. 

Non è tutto oro quello che luccica...

Libertà e anonimato: sono gli estremi coi quali chi lascia l’Italia si deve, suo malgrado, confrontare. Uscire dalla propria “comfort zone” mette davanti a conquiste e sconfitte, che hanno inevitabili ripercussioni e possono portare alla perdita di orientamento.

La generazione neo-mobile non è immune infatti da forme depressive: malinconie, perdite senza rimpianti, amori non corrisposti, separazioni, delusioni o fallimenti; talora i successi inaspettati e le scelte difficili possono tramutarsi in disperazione. Quando lo spaesamento metropolitano e la sofferenza urbana non vengono riconosciuti e affrontati, si passa a patologie più gravi: stato di povertà e abbandono, perdita dell’autonomia e dell’equilibrio esistenziale fino alla scelta della vita in strada.

Caso emblematico è quello di Londra. Da gennaio a luglio di quest’anno, sono stati 3.800 gli interventi realizzati dall’Ufficio servizi sociali del consolato generale londinese: con una media di 21 interventi al giorno, hanno riguardato tipologie ampie di aiuto a residenti e turisti, includendo il supporto a chi è vittima di furti, ha problemi di salute o di cui viene segnalata scomparsa. Sono almeno 126 gli italiani che vivono in povertà estrema nella capitale inglese e la nazionalità italiana è al quarto posto tra quelle europee presenti a Londra tra i senza fissa dimora. Soltanto nel 15% dei casi di tratta di donne, ma di tanti senzatetto non si conoscono nazionalità e sesso; la metà di loro ha un problema di salute mentale, seguito da situazioni di difficoltà causate da alcool e droga.

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