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«Il 2020? Un lungo viaggio nel dolore che ci ha cambiato»

Riflessioni di padre Arnaldo Pangrazzi, camilliano, in tempo di pandemia. La morte ci ricorda che viviamo per fare del bene

Parole chiave: Dolore (1), Morte (8)
«Il 2020? Un lungo viaggio nel dolore che ci ha cambiato»

«Se qualcuno, un anno fa, ci avesse detto come sarebbero stati questi tempi, avremmo pensato a un film di fantascienza. Siamo stati presi tutti in contropiede da un nemico che ha portato sconcerto: il Coronavirus ci mette di fronte ai nostri limiti e alla paura della morte, ma ci ricorda pure che dobbiamo investire bene il nostro passaggio in questo mondo». Padre Arnaldo Pangrazzi, camilliano, ha una lunga esperienza di accompagnamento dei morenti e delle persone in lutto, iniziata negli anni Settanta in America, a Milwaukee, dove ha promosso gruppi di mutuo aiuto per malati di cancro e persone che avevano perso un familiare. Formatore, oggi è cappellano in un hospice di Roma. Autore di numerosi libri, ha appena pubblicato con Edizioni San Paolo Lenisco il mio dolore parlando del mio amore, dove affronta il tema della perdita; l’abbiamo raggiunto al telefono.

– Padre, quest’anno la festività di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti si terranno sotto una luce particolare, con tutto ciò che è successo finora. Come le vivremo?
«Il 2020 è stato un lungo viaggio nel cordoglio, parola che in latino significa “cuore che duole”. L’emergenza sanitaria prima, e poi quella economica, sociale e spirituale hanno prodotto inquietudine e un senso di paura molto diffuso nella società e nelle famiglie, con un’altalena di momenti: i mesi terribili di marzo e aprile, la parziale ripresa in estate e ora un ulteriore aggravamento che si prospetta. Abbiamo sperimentato un’epoca incredibile della storia umana: si sono capovolti i modi di essere e di relazionarci. Prima la società e la Chiesa si fondavano sulla prossimità: purtroppo davanti al contagio siamo stati costretti alla distanza, abbiamo disumanizzato la morte e il morire».
– Per molte persone questo ha significato non salutare i propri cari un’ultima volta.
«Non poter dirsi addio è uno strappo che causa uno strazio piscologico e spirituale, che resterà con noi per un po’ di tempo. Anche il non poter celebrare i funerali è stato un sacrificio alla dimensione rituale dei momenti sacri della vita, che serve a dare un tocco umano al distacco. Con l’aggiunta che alcune persone, come i medici e gli infermieri delle terapie intensive, hanno dovuto portare sulle proprie spalle un carico ulteriore, facendo la parte dei familiari, degli psicologi e dei pastori nell’ultimo tratto di vita di molti».
– Dopo la Pasqua domestica, non poter partecipare alla preghiera comunitaria al camposanto, il 1° novembre, è percepito da alcuni come una privazione. Qualche consiglio per celebrare bene questa giornata?
«Quando affrontiamo una avversità globale, dinanzi alla mortificazione – della scienza e anche un po’ la Chiesa, perché ha dovuto ridimensionare il suo modo di essere presente – dobbiamo cercare di portare alla luce la nostra creatività. Per esempio, se i parroci potessero preparare una preghiera per ricordare il proprio caro in famiglia, potrebbe essere una circostanza molto valida per renderci consapevoli che la morte fa parte della vita, nonostante tendiamo a non pensarci e a rimuoverla. Nessuno di noi sa come e quando accadrà, però abbiamo una fortuna...».
– Quale? «Noi cristiani proclamiamo la speranza. Abbiamo Qualcuno che è venuto ad abitare tra noi, si è incarnato e ha dato la sua vita per noi. Ci ha dimostrato che la morte non ha l’ultima parola, che non è un destino bensì un passaggio. Il Figlio di Dio ci ha detto di non aver paura, perché in Lui risorto anche la nostra vita risorge. Così il cimitero, dove riposano i resti mortali dei nostri cari, non è il luogo assoluto: loro vivono nei nostri cuori attraverso i ricordi e i valori che ci hanno trasmesso, come luci che irradiano la nostra esistenza. E sappiamo che un giorno ci uniremo a loro».
– È un atto di affidamento, quindi?
«Sì. Come sarà l’aldilà è tutto un mistero. D’altronde lo è tutta la nostra vita: dove nasciamo, che scuola frequentiamo, che professione faremo, quali malattie un giorno incontreremo, con chi cammineremo: comprenderemo tutto guardando indietro. L’intera vita è un mistero, la morte e tutto ciò che seguirà lo sono ancor di più».
– Però facciamo fatica ad accettare la morte. Come si può fare pace con questo aspetto?
«Il dolore è l’altra medaglia dell’amore, soffriamo perché abbiamo amato. Nelle tappe iniziali è senz’altro difficile. Se occorrono nove mesi per dare alla luce un bambino, servono due anni o talvolta il doppio per superare una perdita. Lo so bene, da cappellano dell’associazione Figli in paradiso, che in Sud Italia raduna genitori che hanno perso i figli in incidenti stradali, per malattia o suicidio. Inizialmente bisogna mangiare il boccone amaro, sentire il vuoto, lo sconcerto, la solitudine; poi, un po’ alla volta, sofferenza, solitudine e tristezza si mitigano. Questo grazie alle risorse interne di ciascuno e al supporto esterno di familiari, amici, comunità cattolica, gruppi di mutuo aiuto; persino leggendo dei libri si può confrontare la storia del proprio cordoglio e capire che il dolore è una condizione dell’essere umano».
– Spesso il nostro vocabolario per consolare le persone in lutto è povero o inappropriato...
«Molti desiderano alleviare la sofferenza, ma talvolta pronunciano frasi che, senza volerlo, feriscono chi si vuole confortare. Incoraggio le persone a evitare di dire “Non piangere”, “Non essere triste”, “Non dire così” a chi vive un lutto: dobbiamo dare il tempo al dolore, entrare in empatia con i sopravvissuti facendoli parlare della persona amata. Anche lasciando che le lacrime scorrano: non piangiamo perché siamo deboli, ma perché abbiamo amato; non a caso, il versetto più breve della Bibbia è quello in cui Giovanni descrive Gesù davanti alla morte dell’amico Lazzaro: “E pianse”».
– Come si infonde speranza a chi è nel dolore?
«La miglior medicina è la presenza, vale più di tante parole. Il dolore richiede comprensione: dobbiamo educare le persone a non dare false iniezioni di speranza, ma a restare vicino a chi soffre mentre vive il suo Venerdì Santo, persino restando in silenzio. Ci sono tanti piccoli gesti per dire “Puoi contare su di me”: facendo visita alla persona o invitandola a prendere un caffè, offrendosi di accompagnarla al cimitero o al mercato, chiedendole con delicatezza di condividere un ricordo del proprio caro».
– Non è tenere aperta una ferita?
«Al contrario, con l’ascolto si diventa compagni di viaggio dell’altrui cordoglio. Bisognerebbe parlare di più della morte e del lutto, pure a scuola, perché la consapevolezza del morire ci aiuta a vivere meglio. In questo il Covid-19 è stato un salutare scossone».
– In che senso?
«Ci ha ricordato che non siamo in controllo delle nostre vite, siamo fragili e ci troviamo tutti sulla stessa barca. Ci ha fatto capire che la tecnologia e la scienza non risolvono ogni problema: siamo figli, non padroni della natura. Perciò dobbiamo investire il tempo che abbiamo per fare il bene. Ora il mondo è attraversato da uno tsunami di pessimismo: per molti la paura si è trasformata in saggezza e prudenza, per altri è diventata ossessione, con effetti deleteri sulla salute psichica e fisica. Ma dobbiamo cercare di aprire la mente a una visione più ampia di ciò che sta succedendo, riconciliandoci coi limiti della tecnologia e dell’autosufficienza, e capendo che la solidarietà oggi è quanto mai necessaria». 

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