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Famiglie senza soldi per cure e medicinali

La pandemia ha aumentato la povertà sanitaria e 434mila persone hanno rinunciato a curarsi

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Famiglie senza soldi per cure e medicinali

Tra le innumerevoli problematiche innescate dal Covid-19 c’è la povertà sanitaria. Dall’inizio della pandemia, la platea di chi fatica ad avere a disposizione i farmaci necessari alle cure si è ampliata ulteriormente, così quella di chi è costretto a rinunciare a controllare la propria salute, trascurando i controlli legati alla prevenzione.
Per ragioni economiche, quest’anno 434mila persone povere non hanno potuto acquistare i medicinali di cui avevano bisogno per curare problematiche del tratto alimentare e del sistema nervoso, malattie del metabolismo, del sistema muscolo-scheletrico, dell’apparato respiratorio. Mancano, inoltre, presidi medici e integratori alimentari. È preoccupante il quadro che emerge dall’ottavo rapporto “Donare per curare. Povertà sanitaria e donazione farmaci”, edito dall’organo di ricerca del Banco Farmaceutico Opsan (Osservatorio sulla povertà sanitaria) grazie al sostegno incondizionato di Ibsa Farmaceutici e Aboca.
«La pandemia ha impoverito molti. E chi era già indigente, è stato spinto in una condizione di ulteriore fragilità. Ma c’è un altro aspetto da considerare, di cui poco si parla: gli enti assistenziali che aiutavano queste persone, ora in che condizioni si trovano?», segnala Matteo Vanzan, delegato per Verona della Fondazione Banco Farmaceutico. Delle realtà convenzionate col Banco, durante il lockdown alcune (il 40,6%) hanno dovuto limitare la propria azione o sospendere qualche servizio per un periodo più o meno lungo. Altre (il 5,9%) hanno chiuso, senza mai riprendere l’attività per motivazioni varie: incapacità di far fronte alle spese per i dispositivi di protezione personale; tanti volontari sono anziani, quindi manca il ricambio generazionale; non ultima, la paura che ha spinto a rinchiudersi in casa rinunciando alle opere di volontariato. Questo significa che le maglie della solidarietà si sono allentate, lasciando privi di sostegno molti cittadini bisognosi.
Da un campione rappresentativo di 892 enti assistenziali particolarmente strutturati, che si occupano di 312.536 indigenti, emerge un calo di oltre 173mila assistiti, pari al 55% del totale. C’è chi aveva bisogno di assistenza, ma ha trovato le porte serrate; chi, impaurito dall’epidemia, ha rinunciato a farsi curare. Si stima, pertanto, che almeno un povero su due non abbia potuto curarsi attraverso gli enti che forniscono gratuitamente cure e medicine, rimanendo ancor più deprivato di protezione sociale.
Non è tutto. Mentre le persone non povere hanno capacità di spesa pro-capite mensile per le cure mediche di 65 euro, quelle povere possono spendere meno di un quinto di tale somma, ovvero 10,15 euro. Le persone non povere possono destinare ai medicinali 28,18 euro, contro 6,38 euro mensili di chi versa in stato d’indigenza. Le difficoltà non riguardano solamente gli indigenti: 7 milioni 867mila persone non povere (ovvero 3 milioni 564mila famiglie), nel 2019 hanno dovuto sospendere o limitare almeno una volta la spesa per visite mediche e accertamenti periodici. Tale situazione, tanto drammatica quanto inedita, è aggravata dal fatto che chi versa in povertà spende il 63% del budget sanitario mensile per acquistare farmaci da banco e destina solo 3,77 euro alle altre cure necessarie, di cui fanno parte anche quelle a scopo preventivo. Per questo tipo di spese le persone non povere destinano 36,82 euro, cioè dieci volte di più.
In questo panorama poco confortante, precisa Vanzan, «nel Veronese abbiamo cercato di sostenere enti che sono riusciti a ripartire, in particolare Cesaim e Banco Alimentare, mettendoli nella condizione di operare in sicurezza con mascherine e igienizzanti». Per ogni realtà che smette di essere presente sul territorio, di fornire assistenza e di dare risposta alle difficoltà laddove il Sistema sanitario nazionale non riesce ad arrivare, gli anelli della solidarietà s’indeboliscono. «Nel nostro piccolo, lanciamo un grido d’allarme affinché le istituzioni comprendano il ruolo del Terzo settore nel nostro Paese e non se ne dimentichino, a maggior ragione in un momento come quello attuale – rimarca –. In questo modo è possibile ridare speranza alle famiglie, soprattutto a quelle che faticano ad andare a chiedere di essere aiutate, per pudore o senso di vergogna che la pandemia ha contribuito ad acuire».

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