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Due vite, un macchinario: la scelta che chiede etica

Di fronte a una simile decisione esce fuori l’umanità. I principi di giustizia, equità e solidarietà faranno sempre da guida

Parole chiave: Etica (5), Coronavirus (72), Andrea Gaino (1)
Immagine di una terapia intensiva

È capitato in questi giorni di pandemia, probabilmente ricapiterà: come comportarsi davanti a troppi malati rispetto ai mezzi di cura? A chi dare “precedenza”? Purtroppo nel mondo avanzano criteri anche legislativi che discriminano per età, per “malattie pregresse”, per “funzionalità” dell’individuo, per imprecisate condizioni socio-economiche. Il rischio di aberrazioni è dietro l’angolo; anzi, davanti alla terapia intensiva che deve saper fare le scelte giuste: anzitutto lo stato di salute di chi hai di fronte, privilegiando chi è in situazione più problematica. E non sono tollerabili in alcun modo discriminazioni che dimenticano che ogni uomo è uguale all’altro. Questa pandemia ci ha obbligato a dimostrare il nostro umanesimo: l’etica cristiana ci è di conforto

E se ci sono due malati e una sola terapia intensiva?

Mons. Gaino: unico criterio, quello clinico

mons. Gaino x sito

Siamo stati raggiunti in questo periodo da tante notizie, informazioni, racconti: questi ci hanno fatto preoccupare ma anche riflettere. L’emergenza Covid-19 ha aperto molti interrogativi etici. Ha impressionato particolarmente la notizia della scarsità di posti in terapia intensiva, tale da far sorgere la domanda e in alcuni casi sembra anche la drammatica scelta: come decidere, tra i molti che necessitano di cure intensive, chi ha precedenza nell’accesso alle cure? 
In molte situazioni è rimasta semplice domanda: per quanto mi è dato di sapere a Verona non si è mai giunti a un livello di emergenza tale da non consentire a chi avesse bisogno la cura appropriata, anche in terapia intensiva. Non così sembra sia stato in altre città. Tant’è che la Società italiana di anestesia analgesia rianimazione terapia intensiva ha posto in modo puntuale e con drammatica urgenza la domanda e lo scorso 6 marzo ha pubblicato delle “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”, accompagnandole con criteri di scelta, tra i quali al punto 3 si trova la discutibile e problematica affermazione: “Può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone”. 
Il Comitato nazionale di bioetica si è lasciato interpellare dal quesito e ha offerto una sua riflessione, bene articolata, nel parere pubblicato in data 8 aprile. Nella presentazione leggiamo: “Sulla base dei principi fondamentali della Costituzione (diritto alla tutela della salute, principio di uguaglianza, dovere di solidarietà) e del criterio universalistico ed egualitario su cui si basa il Servizio Sanitario Nazionale, il Comitato ritiene che nell’allocazione delle risorse si debbano rispettare i principi di giustizia, equità e solidarietà. In questo contesto, il Cnb riconosce il criterio clinico come il più adeguato punto di riferimento, ritenendo ogni altro criterio di selezione, quale ad esempio l’età, il sesso, la condizione e il ruolo sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, la responsabilità rispetto a comportamenti che hanno indotto la patologia, i costi, eticamente inaccettabile”. 
Va ricordato come altre nazioni, messe di fronte alla medesima condizione di necessità, hanno dato risposte politicamente discutibili ed eticamente non condivisibili perché palesemente discriminanti. In Tennessee (Stati Uniti), ad esempio, le persone affette da atrofia muscolare spinale saranno escluse dalla terapia intensiva. L’Alabama sostiene che i “disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione” In Svezia il Karolinska Institutet – massima autorità scientifica nazionale – ha affermato che, nel caso di scarsità di posti in terapia intensiva, “sarà necessario escludere dalle cure le persone dagli 80 anni di età in su, e quelle tra i 60 e 70 anni già colpite da diverse patologie precedenti”. Anche in Francia la Società degli anestesisti e rianimatori ha indicato criteri su cui basare la decisione all’ingresso, tra questi figurano “età, comorbilità, stato cognitivo, fragilità, autonomia, stato nutrizionale e ambiente sociale”, qualsiasi cosa questo voglia dire. 
La risposta a queste domande, come peraltro alle molte che l’emergenza sta ponendo, è complessa e chiede di evitate facili semplificazioni. Mi limito pertanto a indicare alcuni orientamenti basilari. Per orientarci abbiamo certamente bisogno di dati scientifici e tecnici, ma non possiamo procedere esclusivamente da essi: la situazione chiede risposte di natura etica e anche politica. La risposta all’emergenza posta dalla pandemia porta pertanto a cercare una ritrovata alleanza tra scienza e umanesimo. Mezzi tecnici e clinici vanno integrati entro una più larga e profonda ricerca del bene comune, mai riducibile a criteri di efficienza e che deve sempre vigilare contro la tendenza a riservare vantaggi per i privilegiati e a separare i vulnerabili in base a cittadinanza, reddito, età, capacità o qualsiasi altra caratteristica selettiva. 
Questo orientamento vale in generale per ogni decisione che riguardi una “politica della cura” a lungo termine, ma deve guidare anche situazioni di emergenza, anche quella drammatica e lacerante che dovesse presentarsi qualora non ci fossero risorse contemporaneamente disponibili per tutti, com’è il caso della scarsità di posti in terapia intensiva rispetto alla domanda. In questa situazione, dopo che si sarà fatto il possibile sul piano organizzativo per evitare il razionamento dei mezzi disponibili, si dovrà sempre considerare che ogni decisione non potrà mai basarsi su criteri che palesemente insinuano differenze di valore o di dignità tra una vita umana e l’altra. 
La decisione dovrà invece basarsi su criteri che consentono l’impiego ottimale delle risorse disponibili sulla base delle necessità del paziente, cioè la gravità della sua condizione e il bisogno di cura, la valutazione dei benefici clinici che il trattamento può ottenere in termini di prognosi. Certamente l’età o l’abilità non possono essere criteri unici e automatici di scelta: se così fosse ci troveremmo di fronte ad una palese discriminazione. È ugualmente necessario che in situazioni di necessità ed emergenza si abbiano a disposizione criteri per quanto possibile condivisi e ben fondati per evitare ogni forma di arbitrio o improvvisazione: i principi di giustizia, equità, solidarietà faranno sempre da guida. 
Si è anche visto come uno straordinario impegno di solidarietà e una buona dose di creatività hanno giovato a trovare soluzioni: l’accoglienza di malati in altre regioni o nazioni, l’ingegno di chi ha consentito l’uso di un ventilatore per due persone... In nessun caso la scelta operata dovrà apparire come un abbandono. Anche quando non ci siano più trattamenti disponibili o cure efficaci per la patologia non cessa l’accompagnamento e la cura della persona. Un’ulteriore questione va tenuta presente. L’urgenza che la pandemia fa sperimentare porta a toccare con mano situazioni che per noi appaiono eccezionali, ma per molti, in altri contesti e nazioni, sono tragicamente abituali. L’etica dice che i criteri di urgenza e priorità si accompagnano sempre al criterio della carità che impegna anzitutto nei confronti di chi ci è vicino, ma mai in senso escludente. Ognuno di noi si sente immediatamente interpellato dal bisogno di un familiare o di un amico, ma questa priorità obbedisce a un criterio di prossimità che nulla ha a che fare con il “prima noi”: chi realmente si fa prossimo e giustamente vive la prossimità verso coloro per i quali percepisce una particolare responsabilità, proprio attraverso questo esercizio sviluppa l’attenzione che non lo lascia indifferenti a chi è nel bisogno. Se il “prima noi” chiude i confini della propria responsabilità e, come bene ricorda papa Francesco, fa crescere il virus dell’indifferenza, la “cura di chi è prossimo” matura la sensibilità che non potrà più chiudere gli occhi di fronte al bisogno di chiunque. 
La pandemia ci mette di fronte con durezza a una verità che non andrebbe mai dimenticata: la vulnerabilità della nostra vita. Se ben compresa non è da intendersi in senso negativo, tale da chiuderci per paura in trincea. Certamente è compito umano farsi carico della fragilità e cercare di provvedere che tutti abbiano condizioni buone di vita. Ma riconoscere la propria vulnerabilità e la fragilità che collettivamente sperimentiamo può preservare dalla tracotanza di pensarci invincibili e bastanti a noi stessi. La vulnerabilità può rivelarsi spiraglio che rompe la nostra presunta o pretesa autosufficienza e farci riscoprire il bene dell’essere gli uni bisognosi della vicinanza e della cura degli altri, portati a scoprire o riscoprire il valore della solidarietà e il dono della fraternità. Il cristiano sa che proprio nell’esperienza di questa vulnerabilità trova spazio il farsi solidale del Figlio di Dio, che inaugura un’inaspettata fraternità: mistero d’amore che sa resistere anche al vulnus della morte.

Mons. Andrea Gaino
Docente di Teologia morale allo Studio teolgico San Zeno

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