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Cambiare l’economia, una sfida per i cattolici

Verso Assisi dove il Papa ci chiede di progettare una svolta sulla strada dell'uomo. Cambiare quest’economia si deve: alla vigilia di “Economy of Francesco” anche Verona riflette e propone

Parole chiave: Economia (128), Economy of Francesco (7), Adoa (20), Assisi (5), Papa Francesco (121)
Panoramica del convegno svoltosi al palazzo della Gran guardia l'11.01.2020

Nella città di Francesco il Santo, Francesco il Papa ha mobilitato per marzo il mondo cattolico a esprimere idee, progetti, bisogni, richieste, soluzioni per azionare un cambiamento degli attuali assetti economici, troppo improntati sui soldi e troppo poco sull’uomo. La Chiesa e i cattolici sono bravissimi nell’opera di carità, di vicinanza anche materiale alle persone; ma devono ora essere bravi nell’ideare un sistema di produzione della ricchezza che cambi i parametri attuali. Se n’è parlato in un recente convegno organizzato dall’Adoa in Gran Guardia, “Verona-Assisi 2020”, in vista appunto di “Economy of Francesco”.

Cambiare quest’economia si deve: Assisi proporrà la strada dell’uomo
Alla vigilia di “Economy of Francesco” anche Verona riflette e propone
Francesco sta per il santo d’Assisi, l’uomo che a un certo punto abbraccia il lebbroso e non il profitto dei mercanti della sua città, tra i quali il padre; il fondatore di un Ordine che a sua volta metterà le basi della finanza moderna (e illuminata) con i monti di pietà.
Francesco è pure il nome del Papa che ha lanciato al mondo cattolico – al mondo in generale – una proposta: idee e progetti per cambiare un’economia che, così com’è, fa storcere il naso. A parte le disuguaglianze sempre più profonde, il capitalismo ha sottomesso l’uomo ai soldi, considerandolo un “fattore” e non il dominus dell’economia. In più il libero mercato appare libero da tutto e da tutti: da considerazioni etiche, da una pur minima regolamentazione (sempre più difficile) che non lo ponga al di sopra degli uomini e delle loro leggi. Figuriamoci dei loro bisogni.
La Chiesa, i cattolici sono primatisti del mondo nella capacità di fare del bene attraverso le opere e i soldi che le sostengono: chi dice il contrario, mente sapendo di farlo, Caritas e missioni in ogni angolo del globo sono solo due (enormi) esempi della capacità del nostro mondo di fare bene il bene.
Più problematica è la questione della produzione di ricchezza, di quella torta che va poi spartita secondo criteri di umanità, di giustizia, di fratellanza (se possibile). È questo il punto, è qui che si deve fare un passo in avanti, proporre anzitutto modalità che abbiano tutte un unico denominatore comune: prima la persona.
Per questo Francesco il papa ha pensato a Francesco il santo e alla sua Assisi, dove a marzo si parlerà appunto di “Economy of Francesco”, di un grande laboratorio di idee e proposte che devono scaturire dai dotti e dagli inesperti, dai periti e dai giovani, insomma da chi ha l’opportunità di sollecitare e da chi ha poi la perizia di realizzare. E se n’è parlato pure a Verona a presentazione dell’evento da parte di Adoa, l’Associazione diocesana opere asssitenziali che ha ricevuto dal Papa l’invito a farsi protagonista pure essa ad Assisi. Lo sta facendo con il coinvolgimento di diversi giovani, lo sta facendo attraverso la collaborazione con l’Università scaligera, lo sta facendo con l’invito di personalità illustri a dare stimoli a tutti.
Uno potente, ad esempio, è venuto da uno degli amministratori delegati della Faac di Bologna, Andrea Moschetti. E questa è una storia tutta da raccontare.
Chi la conosce, sa che Faac è un’azienda leader mondiale nei sistemi di automazione dei cancelli. Fatto sta che nel 2012 scompare ancor giovane il titolare, che lascia disposizioni testamentarie alquanto singolari: l’azienda dovrà finire nelle mani della Diocesi felsinea. Che magari è avvezza a rievere in eredità un immobile o una somma di denaro; ma una multinazionale con 1.500 dipendenti...
Fuori dalla porta ci sarebbero decine di aspiranti compratori con l’assegno pronto. Ma sorge un problema paralizzante: chi acquisterà, sicuramente smembrerà, portando la produzione in luoghi più economici. Insomma, si prospettano molti dipendenti lasciati a casa. Inaccettabile per il card. Carlo Caffarra, che sceglie una strada alternativa e nuova: un trust (istituto fiduciario anglosassone) in cui la nuda proprietà delle azioni e la gestione passano a tre persone individuate dalla Diocesi; l’usufrutto rimane ad essa. Insomma la competenza nella gestione, che però dovrà rispettare alcuni input; in cambio di una quota di utili girati alla Diocesi, che poi finanzierà molti progetti benefici. La gran parte dell’utile rimarrà in azienda, per azzerare debiti e finanziare la crescita e lo sviluppo.
Utopia? «Molti lo pensavano, tutti si sono ricreduti», racconta Moschetti. La Faac dal 2012 a oggi ha raddoppiato il fatturato (ora siamo a quota 470 milioni di euro), aumentato l’occupazione (2.500 dipendenti in 25 Paesi diversi), fatto schizzare in su l’utile d’esercizio, che ora riesce a finanziare pure progetti nel Terzo mondo.
Quali erano gli input di Caffarra, seguiti pure dal suo successore il card. Matteo Zuppi? «L’impresa deve creare valore, che poi va distribuito; si deve autofinanziare e continuare ad alimentare la crescita; la principale ricchezza dell’azienda è costituita dalle persone che vi lavorano, alle quali è richiesto un approccio imprenditoriale (è la barca comune) e per le quali vige il principio della meritocrazia», spiega l’avvocato bolognese. Che prosegue: in pratica c’è un ottimo welfare aziendale, che privilegia chi ha famiglia e figli (campi estivi, bonus natalità, sostegno alla genitorialità...); a tutti è stata estesa una copertura sanitaria integrativa «che magari in Italia è un di più, ma per i nostri lavoratori di certi Paesi è manna dal cielo».
Obiezione: facile, con un gioiellino come la Faac. Ma se l’azienda non è una leader del suo settore? Se le cose andassero male?
Beh, facile facile non proprio: è pieno il mondo di aziende partite forte e poi precipitate. Però l’obiezione permette di illustrare l’obiettivo di fondo: l’umanizzazione del fare impresa. Il considerarla «una comunità di persone, l’agire con etica nel produrre ricchezza e non solo nel distribuirla», come afferma l’economista Giorgio Mion.
Come si fa? Si parte con una rivoluzione: «Passare dall’economia del profitto all’economia del vantaggio», risponde suor Alessandra Smerilli, una delle migliori teste pensanti in ambito economico nel mondo cattolico (e non solo). «Un vantaggio che deve essere mutuo, collettivo; lo si può fare solo cambiando i processi da dentro, anzi dalle nostre teste». Anche nella finanza popolata da squali e profittatori? «Certo che sì, lo dimostreremo», afferma nonostante qualche perplessità in merito di papa Francesco.
Basterebbe recuperare certe radici: in Italia chi fu a mettere in piedi molte banche e alcune assicurazioni per promuovere una finanza per tutti? Chi quel mondo cooperativo che può dare molti spunti interessanti al nuovo che deve avanzare?
Aspettiamo Assisi, «sapendo che non cambieremo tutto subito, ma potremo innescare modalità di cambiamento positive per tutti», dice Mion. Tutti o quasi: squali e turbocapitalisti esclusi. L’Italia può dimostrare molto a molti, puntiamoci. Mentre a questo punto si fa sempre più rimarchevole un’assenza: quella dell’impegno cattolico in politica, laddove si fanno le regole.
Un capitolo che deve necessariamente essere riaperto, a Verona come a Roma. Perché le nuove strade hanno bisogno di pianificatori che sappiano disegnarle dritte e indirizzarle nella giusta direzione.
Nicola Salvagnin

Assisi, sarà presente pure il Papa «Vuole ascoltare e dialogare»
Suor Smerilli: no ad analisi teoriche ma proposte concrete su dignità e giustizia

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“Ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo...­”: così inizia la lettera di invito di papa Francesco all’evento “Economy of Francesco” che si terrà ad Assisi dal 26 al 28 marzo prossimi per “cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani”, per sottoscrivere un “patto comune” da cui partire “per mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità”. All’appello del Papa hanno risposto premi Nobel dell’economia, scienziati, imprenditori sociali e decine di migliaia di giovani di tutti i Paesi del mondo. In vista dell’incontro di Assisi, anche la Chiesa veronese si è mobilitata delineando un percorso di riflessione e di approfondimento come dimostra – ultimo in ordine di tempo – l’affollato convegno di sabato scorso organizzato dall’Adoa in collaborazione con il Dipartimento di Economia dell’Università sul tema: “Custodi dell’umano, protagonisti del cambiamento”. Tra i relatori suor Alessandra Smerilli, economista, docente universitaria e componente del Comitato scientifico ed organizzativo dell’evento. L’abbiamo intervistata durante una pausa dei lavori.
Suor Smerilli, ma il Papa ci sarà?
Potrebbe rispondere che al riguardo nulla è ancora stato deciso e invece sorridendo, con semplicità monacale ci dice: «Sì, Francesco ci sarà e per un intero giorno. Quando recentemente lo abbiamo incontrato per riferire sullo stato dell’organizzazione, ci ha confidato che intende sentire direttamente dai giovani partecipanti le proposte che matureranno e dialogare con loro come un fratello maggiore».
– Quindi presumibilmente sarà ad Assisi sabato 28 marzo?
«Penso di sì».
– Lei nel corso del suo intervento ha parlato di “villaggi tematici” che caratterizzeranno i lavori di Assisi. Di cosa si tratta?
«I temi dell’economia e della finanza sono complessi e devono conseguentemente essere dettagliati in una serie di cantieri di lavoro. Saranno 12 gruppi (che abbiamo chiamato appunto villaggi tematici) che approfondiranno specifici e fondamentali aspetti quali: lavoro e cura; disuguaglianze e diritti; profitto ed equità; impresa in transizione; agricoltura e giustizia; finanza e comunità; energie e cambiamenti; le politiche per la felicità. Particolare attenzione – ce lo ha espressamente chiesto il Papa – sarà riservata al rapporto tra donna ed economia, con uno specifico gruppo di lavoro che si riunirà nella basilica di Santa Chiara. Non saranno analisi teoriche, ma proposte concrete che riguardano la dignità, vorrei dire la sacralità degli uomini e delle donne, la giustizia sociale e la conservazione del Creato».
– Qual è stata la risposta dei giovani all’appello di Francesco?
«Entusiastica. Sono arrivate richieste di partecipazione da migliaia di giovani da 120 Paesi del mondo! Purtroppo, per ragioni logistiche, dovremo dire molti no. I posti disponibili sono 2mila, al massimo 2.500; ma sarà possibile seguire l’evento attraverso i social network e questo consentirà comunque agli esclusi di partecipare, seppure indirettamente, ai lavori».
– E la comunità veronese come ha accolto la proposta del Papa?
«Qui a Verona state facendo un lavoro eccellente. Il convegno è un punto di passaggio significativo di un percorso iniziato da tempo, che vede diverse realtà della Diocesi impegnate nell’elaborazione di concrete proposte. Con alcuni docenti universitari e imprenditori veronesi stiamo inoltre dialogando direttamente: penso al prof. Domenico Rossignoli, che insegna all’Università Cattolica, e all’imprenditrice Anna Fiscale, fondatrice della cooperativa sociale Quid. Infine, ricordo che alcuni vostri giovani saranno ad Assisi in rappresentanza della gioventù veronese».
– In conclusione che cosa ci si attende dall’incontro di Assisi?
«Non conosciamo oggi quali saranno i risultati dell’evento. Bisogna lasciare che i giovani discutano, approfondiscano, dialoghino. Noi del Comitato scientifico abbiamo tracciato alcune linee, ma spetterà soltanto a loro dare le risposte che riterranno più adeguate. Naturalmente siamo molto fiduciosi che matureranno concrete proposte, perché – come ha scritto papa Francesco nella lettera di invito – “i giovani sono capaci di sognare e pronti a costruire, con l’aiuto di Dio, un mondo più giusto e più bello”. Non stiamo parlando di utopie. Cambiare gli attuali paradigmi dell’economia e della finanza è possibile, ma soltanto partendo da noi, guardando in faccia il dolore e la povertà degli altri, mettendo al centro della nostra vita l’uomo. In modo provocatorio ma profondamente evangelico dico che dobbiamo ripetere lo straordinario gesto di amore che otto secoli fa un altro Francesco, il Santo di Assisi, fece abbracciando il lebbroso. Ne saremo capaci?».
Renzo Cocco

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