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Il concorso pubblico valuta l’individuo, non dove ha studiato

In questi giorni è in discussione nel nostro parlamento un emendamento al DDL di riforma della pubblica amministrazione con il quale verrebbe introdotta la possibilità, per l’accesso ai concorsi pubblici, di valutare non solo il voto di laurea ma anche l’ateneo che ha rilasciato il titolo. In parole semplici, si tratterebbe di riproporzionare i voti di laurea per tener conto della diversa qualità dei percorsi formativi. Con quale metodo? Sulla base di quali criteri? Con quali finalità?

Sartor Nicola

In questi giorni è in discussione nel nostro parlamento un emendamento al DDL di riforma della pubblica amministrazione con il quale verrebbe introdotta la possibilità, per l’accesso ai concorsi pubblici, di valutare non solo il voto di laurea ma anche l’ateneo che ha rilasciato il titolo. In parole semplici, si tratterebbe di riproporzionare i voti di laurea per tener conto della diversa qualità dei percorsi formativi. Con quale metodo? Sulla base di quali criteri? Con quali finalità?
In premessa va ricordato che un concorso, previsto dalla nostra Costituzione per l’accesso ai ruoli del pubblico impiego, è mirato alla valutazione delle conoscenze e delle competenze individuali richieste per l’accesso a un particolare ruolo. Il concorso deve quindi essere mirato a valutare il singolo individuo che vi partecipa, non l’ateneo presso il quale l’individuo si è formato.
La proposta desta quindi non poche perplessità, sia nel merito, sia per il metodo. Per quanto riguarda il merito, va innanzitutto rilevato che in questo modo verrebbe surrettiziamente abolito il valore legale del titolo di studio. Se così fosse, e quindi ci riferiamo al metodo, l’iter è quanto mai inappropriato: un tema di tale rilievo dovrebbe essere reso esplicito, oggetto di una approfondito lavoro istruttorio e oggetto di una specifica iniziativa legislativa in quanto rappresenterebbe una rilevante cesura rispetto a una tradizione pluridecennale.
Tornando al merito, va ricordato come negli ultimi anni il sistema universitario sia stato oggetto di una serie di rilevanti riforme mirate a introdurre una serie di percorsi valutativi delle attività svolte. È stata istituita l’A.N.V.U.R., agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca. Si è conclusa la prima valutazione nazionale della ricerca, attraverso la quale sono stati effettuati confronti omogenei tra ricercatori e tra dipartimenti omogenei per tipologia di attività. L’offerta formativa è oggetto di molteplici valutazioni: a livello locale (ex ante: attraverso il vaglio del Nucleo di valutazione; ex post: per ogni insegnamento impartito, attraverso un questionario standardizzato a livello nazionale sottoposto obbligatoriamente a tutti gli studenti) e a livello nazionale (da parte del Consiglio universitario nazionale e dell’A.N.V.U.R.). Quindi gli atenei, prima di poter erogare una certa offerta formativa, devono ottenere l’accreditamento. Se un ateneo è stato accreditato per un certo corso di studi, il titolo rilasciato da quell’ateneo ha lo stesso valore legale di quello rilasciato da un altro ateneo accreditato. Vi è infine un aspetto che va tenuto in debita considerazione: rispetto alla situazione vigente fino agli anni Ottanta, in cui un certo corso di laurea si articolava in alcuni insegnamenti definiti a livello ministeriale, gli attuali corsi di laurea presentano maggiori differenziazioni. Quindi, a parità di titolo di studio, due laureati possono avere conoscenze e competenze maggiormente difformi rispetto al passato: non è certo attraverso un riproporzionamento del voto finale di laurea che si rendono maggiormente confrontabili i due individui. È proprio il compito del concorso pubblico quello di valutare, caso per caso, la maggiore o minore adeguatezza dei candidati a ricoprire un determinato ruolo. Le soluzioni apparentemente semplici sono quanto mai rischiose in un mondo caratterizzato da una crescente complessità.

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