L'opinione
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Far lavorare gratuitamente i profughi? Ecco i motivi per dire sì

Il lavoro socialmente utile deve essere visto come un beneficio per la persona che lo svolge e per la stessa società

Righetti Michele

La richiesta del ministro Alfano ai Comuni di applicare una circolare del novembre scorso che invitava i prefetti a far svolgere attività lavorative gratuite a quanti richiedono asilo, porta alla luce un tema impegnativo ed attuale. Al di là della condivisione o meno del suo pensiero, le sue parole sono un’occasione per una riflessione che noi come Caritas stiamo portando avanti già da tempo.
L’affiancare la quotidianità di numerosi richiedenti asilo dal 2011 ad oggi ci ha portati infatti ad interrogarci a 360 gradi su tale esperienza; ci chiediamo come aiutare queste persone a trovare percorsi significativi di inserimento nella nostra realtà sociale. Si tratta di un cammino in cui i passi sono diversi e molteplici: l’apprendimento della lingua italiana, l’accompagnamento alla domanda di protezione internazionale, la cura dell’aspetto sanitario, il collegamento con i servizi di cui ogni cittadino è fruitore, parte di ogni percorso che miri al raggiungimento dell’autonomia. E poi, l’elemento del lavoro, imprescindibile per la piena integrazione della persona nel territorio. La sfida più grande, la domanda più concreta, è proprio come riuscire a realizzare questo aspetto, il più complesso, quello che difficilmente riesce a dare risposte efficaci, in quanto al momento non ne ha a sufficienza, per nessuno.
È chiaro che il lavoro socialmente utile non può e non deve mai sostituire il lavoro retribuito, diritto fondamentale della persona sancito dalla Costituzione, riconosciuto dalla Chiesa e spesso ribadito anche recentemente come tale dalla voce di papa Francesco.
Può tuttavia entrare in scena come un’esperienza costruttiva ed efficace di accompagnamento al lavoro, quando può rafforzare e perfezionare abilità e competenze o introdurne di nuove. Può rappresentare un’occasione in cui sperimentare, dopo un periodo più o meno lungo di inattività, un utilizzo significativo del proprio tempo. Nel nostro Paese vi sono già esperienze di questo tipo, non pensate per le persone straniere richiedenti asilo ma dedicate a italiani non occupati che in attesa di riprendere un lavoro retribuito svolgono su loro stessa richiesta diversi servizi volontari nella comunità. Chi arriva in Italia come richiedente asilo, inoltre, per quanto in ricerca di una vita nuova, di un nuovo inizio, ha una storia che porta con sé, e che spesso, oltre che di esperienze drammatiche, parla di anni di lavoro intenso, compiuto in situazioni e contesti assai diversi da quello in cui si trova a vivere ora. Per questo, sperimentarsi sul campo nel territorio che l’ha accolto può rivelarsi utile anche per avvicinare le proprie esperienze e capacità all’effettiva domanda locale.
Infine, ma non per ultimo, vi è un altro aspetto. Lo si potrebbe leggere come espressione di gratitudine per l’aiuto e l’accoglienza ricevuti dalla comunità locale. Ma la gratitudine e i modi per esprimerla sono qualcosa di molto personale, connotato dall’unicità dell’esperienza umana, e quindi non replicabile o proponibile in scala. Forse quindi si può vedere tale elemento con un mettere a disposizione le proprie capacità ed energie per rispondere ad un bisogno della società in cui ci si vuol inserire, un primo passo verso l’integrazione che è già un senso di appartenenza al contesto di accoglienza, un riconoscersi per primi come parte della comunità, non elementi estranei che essa deve, volente o nolente, accettare al suo interno.
Come Caritas, espressione della Chiesa di Dio che per la propria essenza è accanto a chi vive situazioni di povertà e di marginalità sociale, abbiamo già sperimentato alcune azioni in questo senso, orientando la nostra riflessione sul lavoro socialmente utile nell’ottica di un beneficio alla persona che lo svolge e a tutta la società che ne raccoglie i frutti. Ci stiamo quindi muovendo per realizzare percorsi che abbiano tale caratteristica, e speriamo possano contribuire a creare reciproca accoglienza ed integrazione per tutti, nessuno escluso.

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