L'opinione
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Arena: unica copertura possibile sembra essere quella mediatica

Ricoprire l’anfiteatro? Idea stimolante ma c’è da chiedersi se sia opportuna e non una semplice boutade

Nicola Brunelli-Alberto Vignolo

Non vi è alcun dubbio che la copertura dell’Arena rappresenti da sempre un argomento che divide e che ciclicamente torna alla ribalta delle cronache, coinvolgendo amministratori, tecnici e cittadini. La realizzazione di una chiusura superiore, anche se leggera e temporanea, viene prospettata in funzione dell’utilizzo del monumento, che mantiene la sua funzione originaria di anfiteatro, ovvero di luogo deputato agli spettacoli: utilizzo che nessuno vuole certo mettere in discussione, e che anzi mantiene “vivo” il monumento, che rimane così elemento pulsante della vita urbana e non oggetto “imbalsamato” da museo.
Ma fino a che punto possono spingersi le esigenze derivanti dall’uso, rispetto allo status di monumento dell’anfiteatro? Molte sono le problematiche di cui l’Arena soffre, in buona parte dovute alla sua vetustà, ma anche causate dall’uso che se ne fa che spesso tende a diventare un abuso. Il tradizionale festival lirico, con i suoi ritmi stagionali, tende ad essere relegato in secondo piano dai grandi concerti delle popstar: eventi di un unico giorno, per i quali le problematiche relative al maltempo si fanno ancora più critiche. E qui entra in ballo l’idea della copertura: non certo un elemento a favore della conservazione del monumento, dato che le croniche infiltrazioni dalle scalinate abbisognano infatti di un meticoloso e continuo lavoro di sigillatura, che nessun “ombrello” potrà risolvere.
Si tratta, di fatto, dell’idea di una copertura per il pubblico, che trae origine dagli antichi velari ombreggianti di cui le arene storicamente erano attrezzate. Il riferimento che si usa fare a questo proposito è quello dell’anfiteatro di Nîmes, per il quale un velario del genere è stato recentemente progettato. Tecnicamente tutto è infatti possibile, con varie soluzioni, dalla più strutturale e impattante alla più eterea ed armonizzata: ma occorre domandarsi se sia opportuno. A prescindere dalle diverse situazioni e contesti, nessuna di esse costituisce di fatto un esempio completamente convincente, soprattutto sotto il profilo dell’inserimento architettonico nel contesto ambientale.
Non vi è dubbio che una consultazione su questo tema possa essere una sfida stimolante per i progettisti. Lo strumento del concorso dà luogo a una miriade di soluzioni progettuali, anche le più fantasiose, impensabili e sorprendenti; in tal caso diventa fondamentale la stesura di un bando adeguato che possa guidare nella giusta direzione la creatività dei progettisti partecipanti. Peccato però interpellarli in una fase concorsuale cosiddetta “di idee”, che spesso e volentieri – e non per volontà dei progettisti ovviamente – non si trasformano in progetti veri e propri e in opere costruite. Da progettisti, possiamo sicuramente affermare che un tema come quello della copertura dell’Arena rappresenti una sfida stimolante, ma che dovrebbe essere l’esito di un percorso conoscitivo complessivo sul monumento piuttosto che il punto di partenza, col rischio di rimanere una semplice boutade.
Si ha l’impressione che l’unica copertura così possibile sia quella mediatica che, giustamente assecondando i propri interessi, il patrocinatore privato dell’iniziativa potrà perseguire. Non è infatti per caso che il patrimonio monumentale è un bene comune della nazione: perché il fine prioritario della sua conservazione e valorizzazione sia posto in testa a ogni altra necessità, sia pur lodevole come quella di continuare a far partecipare l’Arena alla vita sociale, culturale, civile e – perché no – economica della nostra città.

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