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Quei magnifici cani da slitta che salvarono una comunità

Nei primi giorni di gennaio del 1925, nel piccolo paese di None (all’estremità meridionale dell’Alaska) scoppiò un’epidemia di difterite, una grave forma d’infezione batterica delle vie aeree superiori altamente contagiosa e potenzialmente letale. Il dottor Curtis Welch, unico medico della cittadina, accortosi che l’infezione stava dilagando senza controllo mietendo vittime inizialmente tra i bambini, lanciò una richiesta di aiuto...

Parole chiave: Alaska (1), Veterinario (5), Cani (4)
Quei magnifici cani da slitta che salvarono una comunità

Nei primi giorni di gennaio del 1925, nel piccolo paese di None (all’estremità meridionale dell’Alaska) scoppiò un’epidemia di difterite, una grave forma d’infezione batterica delle vie aeree superiori altamente contagiosa e potenzialmente letale. Il dottor Curtis Welch, unico medico della cittadina, accortosi che l’infezione stava dilagando senza controllo mietendo vittime inizialmente tra i bambini, lanciò una richiesta di aiuto. I lotti di vaccino a disposizione erano scaduti ed era ancora fresco il ricordo dell’influenza spagnola del 1918-20 che anche in queste zone aveva dimezzato la popolazione locale. L’ospedale più vicino fornito di siero antidifterico era ad Anchorage. Partì dunque un team che – via treno – inviò le dosi del vaccino fino all’ultima stazione dell’Alaska, Nenana. Da qui in poi si pose il problema di come far arrivare il siero fino a None; gli aerei non avrebbero potuto sorvolare la distesa di ghiaccio a causa del forte vento. L’unico mezzo di trasporto valido rimaneva quello a bordo di slitte trainate da cani. Il tempo a disposizione diventava sempre meno per il rischio incombente di un’epidemia.
Il tratto da coprire era di più di mille chilometri tra crepacci, ghiaccio, neve, vento, scarsa luce e ridotta visibilità, in condizioni estreme di temperatura che in quella stagione scendevano fino a -40°C. Si decise di coinvolgere 20 musher, ossia i conducenti delle slitte; alcuni di loro erano effettivamente esperti, ma tanti altri erano semplici boscaioli, postini od operai che si erano resi disponibili alla missione. Gli equipaggi, che potevano contare su circa 150 cani addestrati, si sarebbero alternati lungo il tragitto, in una sorta di frenetica staffetta contro il tempo, per coprire i 1.085 chilometri che separavano Nenana da None, nel frattempo messa in quarantena.
Tra i musher più noti, decorati e impavidi, si distinse divenendo poi una leggenda, il norvegese Leonard Seppala, che con la sua muta di cani capitanati dal fido Togo partì da None per intercettare la muta in avvicinamento.
Le cronache dell’epoca narrano che, durante la notte, una bufera di neve impedì a Seppala di orientarsi; toccò a Togo salvare il musher e l’intera muta ritrovando il sentiero. L’uomo e i suoi fidi animali percorsero da soli l’incredibile distanza di 260 miglia, quasi 420 km, consegnando in tempo all’ultima staffetta le dosi vaccinali. In totale la spedizione coprì l’intera tratta in 127 ore, vero record mondiale. Il prezioso carico di siero antidifterico arrivò a None tra gli applausi della gente, salvando la popolazione del posto dall’epidemia di difterite.
Togo però, non era stato sempre il cane preferito di Seppala! Nato da Smuggen, un incrocio di Siberian Husky e Alaskan Malamute e Dolly, una Syberian Husky, fin da cucciolo aveva dato parecchi “grattacapi” al norvegese: cagionevole di salute da cucciolo, più piccolo della media, piuttosto ribelle e dispettoso, tanto da interferire sistematicamente negli allenamenti degli altri cani, non era stato inizialmente considerato idoneo a trainare la slitta neppure dal musher che aveva deciso di liberarsene.
Ma la vita riserva talvolta piacevoli sorprese e anche Seppala si dovette ricredere a un certo punto. Togo cresceva, dimostrandosi tenace e più resistente alla fatica della maggior parte dei cani addestrati, con un’innata attitudine al comando e diventò in breve il leader della muta e infine eroe della “corsa del siero”.
Il cane si spense nel 1926 all’età di 16 anni; è stato uno dei precursori della moderna razza di Siberian Husky, i cui discendenti sono tuttora ambitissimi!
Il suo padrone lo fece imbalsamare e donare al piccolo museo di “Iditarod Trail Headquarter Museum” di Wasilla in Alaska, dove si trova ancora oggi, e dove ogni anno ha luogo la rievocazione di quella leggendaria corsa del 1925.
* medico veterinario

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