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La vitamina del sole scarseggia in Italia

La D è carente soprattutto negli anziani ma è fondamentale per fissare il calcio nelle ossa

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La vitamina del sole scarseggia in Italia

È la vitamina del sole e noi italiani in particolare, assieme a spagnoli e greci, ne siamo carenti sebbene il nostro Paese sia affacciato al Mediterraneo. Da qui il dibattito che ha come oggetto la vitamina D: studi e metanalisi presentano esiti contraddittori, in ambiente sanitario e tra i pazienti regna una certa confusione, le linee guida a livello internazionale forniscono indicazioni discordanti. A cercare di illuminare la questione è stato il convegno “D... battito. Mito o realtà?” che si è svolto nei giorni scorsi a Verona e ha richiamato cinquanta specialisti di diverse discipline per fare chiarezza.
«La vitamina D è estremamente importante per il nostro organismo, perché permette di assorbire calcio dall’intestino. Ha un ruolo fondamentale innanzitutto per le ossa, sappiamo infatti che nei bambini la carenza di tale sostanza è causa del rachitismo; negli adulti e negli anziani accelera il processo della perdita ossea che porta all’osteoporosi», premette Davide Gatti, professore associato di Reumatologia dell’ateneo scaligero, tra i promotori del meeting veronese. I vantaggi sono pure altri, tanto che la saggezza popolare del consigliare bagni di sole ai più piccoli si può dire avesse fondamento scientifico: “ricaricare” il corpo di vitamina D durante l’estate assicura minore incidenza di infezioni in inverno. «Non è un caso se in passato i sanatori sorgevano al mare o in montagna – fa notare –. Se attivata in maniera adeguata, la vitamina D diventa un ormone e induce la produzione di alcuni antibiotici naturali che sono in grado di sconfiggere addirittura la tubercolosi».
Nel mondo il dibattito è aperto e si osservano con interesse i possibili benefici che la vitamina D fornisce a livello di altri organi: nell’età pediatrica riduce il rischio di asma e di infezioni polmonari. Perciò sono stati messi insieme, in riva all’Adige, specialisti di distinti ambiti a dialogare su tematiche specifiche per scattare una fotografia trasversale. «I punti contraddittori rimangono tanti, specialmente per quanto riguarda i valori ideali. Il pediatra tende a preferire livelli più alti di quelli di cui ci si accontenta nella popolazione adulta. Lo stesso vale per gli anziani, per i quali c’è un discreto consenso sul somministrare la sostanza laddove carente e dosarla in base alle necessità», spiega. Un parametro di riferimento basso, che si legge nelle analisi del sangue e su cui la medicina concorda, è di 10 nanogrammi millilitro: soglia che definisce la grave carenza. I livelli sufficienti e ideali sono i più alti, prosegue: «Poiché la popolazione italiana ha in media 12-13 nanogrammi millilitro, potrebbe essere un buon risultato innalzare tali livelli almeno sopra i 20 nanogrammi millilitro. In questo momento dobbiamo tuttavia ammettere che non esistono dimostrazioni sicure del reale vantaggio, pertanto c’è attesa nei confronti degli studi scientifici in corso».
Se pericolosa è la carenza, il sovra-dosaggio non comporta invece rischi particolari: «È un prodotto che la nostra pelle sviluppa stando al sole. La nostra pelle è l’organo che produce vitamina D sotto effetto dei raggi del sole, purtroppo questo sistema che funziona molto bene quando siamo giovani, col passare degli anni tende a deteriorarsi, specie nei soggetti anziani», indica. Ed è allora che si interviene coi farmaci, secondo schemi terapeutici diversi (quotidiani o intermittenti).
Tanti sono poi i miti da sfatare, segnala: «I Paesi più carenti di vitamina D sono Italia, Spagna e Grecia. Il sole alla nostra latitudine attiva la sostanza solo nei mesi estivi e nelle ore centrali della giornata. Nei Paesi nordici si riscontra minore carenza non tanto perché là mangiano più pesce, altra convinzione errata, ma perché è obbligatorio addizionare i cibi (la margarina in Inghilterra, il succo d’arancia negli Stati Uniti) con vitamina D. Dosaggi bassi che finiscono nella dieta, alzando il livelli nella popolazione. Infine la vitamina D non aumenta il rischio di calcoli renali».
In sintesi: è una vitamina utile... quando manca. Perciò è necessario che le campagne di sensibilizzazione raggiungano gli ultraottantenni. Fortunatamente, ricorda, «il Veneto, con le città di Verona e Padova, è stata una regione in testa per quanto riguarda la preoccupazione sulla vitamina D con un’inversione di tendenza per quanto riguarda le fratture». Se la carenza è grave e perdura a lungo causa una sofferenza dei muscoli di gambe e braccia: uno dei segni tipici è chiedere al paziente di alzarsi dalla sedia; se ciò non avviene con facilità, può essere un campanello d’allarme; ma è un’evenienza scambiata di frequente come artrosi, dunque sottostimata.
Il risparmio in termini di spesa sanitaria è infine tangibile: «L’analisi dei costi dev’essere misurata in termini di beneficio per il calo di numero di fratture, ricoveri e protesi. Dati interessanti mostrano che la terapia per l’osteoporosi senza la vitamina D funziona meno bene. Se riusciamo a far cultura comune – conclude – sarà facile identificare strategie migliori per i pazienti. Ogni intervento farmacologico è ben gradito se dà risultati anche in termini di farmaco-economia».

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