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Il nodo dell’età pensionabile

di NICOLA SALVAGNIN

Tornare alla legge Fornero non appare politicamente possibile. Si dovrà trovare una via di mezzo che salvi le esigenze sociali e quelle di bilancio dello Stato

Parole chiave: Pensione (1), Quota 100 (1), Pensionati (1), Inps (1), Reddito di cittadinanza (6)
Riccardo Chicco, Pensionati a Rapallo (acquerello)

di NICOLA SALVAGNIN

Quota 100 (62 anni d’età, 38 di contributi previdenziali) è stata una regalìa elettorale targata Lega, che controbilanciava la regalìa voluta dal Movimento 5 Stelle e chiamata Reddito di cittadinanza. Molti miliardi di euro pubblici dati dal 2018 al 2021 a una fetta di italiani che hanno avuto la possibilità di andare in pensione anche 6 anni prima di quanto previsto dalla precedente normativa previdenziale. Ad onor del vero, entrambe le misure erano lastricate di buone intenzioni: quota 100 avrebbe favorito lo scambio generazionale nei luoghi di lavoro (quasi nullo in realtà); il reddito di cittadinanza andava affiancato da fantomatiche misure di accompagnamento al lavoro che sono morte prima di nascere.
Ma la regalìa previdenziale fin dall’origine aveva un limite: scadrà alla fine di quest’anno. Che fare, dunque, per evitare che chi è nato poche ore o giorni dopo i “beneficiati”, non si ritrovi a lavorare tutto d’un colpo sei anni di più?
I sindacati hanno detto la loro: si va in pensione a 62 anni d’età o con 41 anni di contributi versati. Difficilmente verranno accontentati, soprattutto sul fronte età: 62 anni a prescindere, è un limite troppo basso rispetto sia all’aspettativa di vita (per lo Stato costerebbe di più di quota 100, ed è tutto dire), sia relativamente all’assegno previdenziale che verrebbe erogato a chi non ha molti anni di lavoro alle spalle. Sarebbe ridicolo nell’importo, suscitando una baraonda sociale.
Che fare dunque? Tornare alla legge Fornero non appare politicamente possibile. Si dovrà trovare una via di mezzo che salvi le esigenze sociali e quelle di bilancio dello Stato.
Una proposta: sia salva la soglia di 41 anni di lavoro. Sono talmente tanti che a quel punto si ha diritto di non lavorare più, a prescindere dall’età in cui si raggiunge tale quota. A Roma si ragiona sul fatto di “scontare” alle mamme lavoratrici un anno per ogni figlio, non sembra un’idea così peregrina.
Ma soprattutto: dal 1996 siamo tutti nel sistema contributivo, cioè la pensione è parametrata ai contributi versati. Nulla osta, nell’era dei computer, creare un sistema previdenziale molto semplice: da una parte la posizione contributiva di ciascuno di noi, dall’altra l’età (collegata all’aspettativa di vita) in cui si chiede all’ente previdenziale di calcolare che assegno spetterebbe, se fosse richiesta la pensione. Ognuno poi deciderà se gli può bastare o se sia necessario continuare a lavorare. Ognuno ha la sua storia, le sue esigenze, il suo patrimonio, la sua peculiare posizione lavorativa.
In poco tempo ciascun italiano avrebbe chiara la propria situazione rispetto alla pensione. Si può fare?

Fonte: Sir
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